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I fatti di cronaca accaduti a Crans-Montana nella notte di Capodanno hanno scosso l’opinione pubblica, provocando forti sentimenti di rabbia e profonda tristezza. In quello che è sembrato un terribile segno del destino, nel contrasto stridente delle montagne innevate della Svizzera e le fiamme di una discoteca – per altro non a norma e di sicuro mal gestita – la vita di decine di adolescenti e giovanissimi è finita nel modo più tragico possibile, con risvolti inquietanti per le famiglie e un po’ per tutti. Il nuovo anno non poteva cominciare peggio di così. La gioia di una festa tanto attesa è stata spazzata via dalla disperazione di una disgrazia annunciata.

Un simile drammatico evento ci porta a considerare gli innumerevoli malesseri di un mondo caduto nel quale tutti sono coinvolti, persino i cristiani. A tal proposito, l’apostolo Paolo ha affermato che “anche noi, che abbiamo le primizie dello Spirito, gemiamo dentro di noi, aspettando l’adozione, la redenzione del nostro corpo” (Ro 8:23). Il futuro del credente – come dice la Scrittura – è incoraggiante e glorioso, anche se al momento conosce spesso i morsi del dolore (cfr. Ro 8:18). Certo, il futuro del cristiano è ben saldo, il problema semmai è come viviamo il presente quando le situazioni angoscianti della vita ci toccano da vicino, quando il male incrocia il nostro cammino personale: un lutto inaspettato, una sofferenza prolungata e snervante o questioni che innescano emozioni difficilmente controllabili. Un predicatore una volta disse che “la vita è una malattia terminale”. E in effetti, dopo esser nati si comincia a morire.

Tuttavia, la Bibbia ha le parole giuste anche per l’oggi e ciò è sorprendente: “Rallegratevi sempre nel Signore. Ripeto: rallegratevi” (Fl 4:4). Possiamo davvero gioire di fronte alle circostanze più avverse, quando la logica delle cose ci spinge verso un’opprimente tristezza mortale? La risposta è: sì, è possibile! La Bibbia non dice semplicemente che il cristiano può gioire costantemente, ma che è chiamato a farlo e ciò richiede impegno. Di fatto, un simile approccio gioioso può realizzarsi solo “nel Signore”, come per miracolo divino. L’espressione “nel Signore” non è incidentale e non è sporadica nella Parola di Dio. Anzi, dall’insieme di tutte le Scritture sembra che un simile linguaggio fosse la regola di vita dei credenti fedeli a Dio. L’apostolo, se ci limitiamo solo a quel che ha scritto ai credenti di Filippi, amava pronunciarsi proprio con questo tipo di linguaggio: “spero nel Signore Gesù” (2:19); “ho fiducia nel Signore (2:24); “accoglietelo … nel Signore (2:29); “rallegratevi nel Signore (3:1); “esorto … a essere concordi nel Signore (4:2); “ho avuto una grande gioia nel Signore (4:10). In questa semplice ma potente affermazione – “nel Signore” – riscontriamo il senso unico e inalienabile del cristianesimo: possiamo vivere e realizzare cose che normalmente mai si verificherebbero per mezzo di capacità umane. Niente è nostro e niente viene da noi, ma siamo quello che siamo solo se dimoreremo “nel Signore”. La gioia nel Signore non è priva di momenti in cui si potrà essere terribilmente giù di morale (cfr. Fl 2:25-30), non è un’emozione frivola derivante da atteggiamenti positivi o azioni mistiche. La gioia nel Signore è provvidenziale ed imperscrutabile, misteriosa e sperimentabile, tenera eppur potente. La puntualizzazione “… Ripeto: rallegratevi!” è la prova che il soprannaturale è davvero possibile.