La conoscenza del bene e del male
La coscienza è presente nell’uomo come diretta conseguenza di aver mangiato il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male. Prima che, sotto la spinta del serpente, si decidesse a farlo, l’uomo guardava il creato con gli occhi di Dio: tutto era “molto buono” (Ge 1:31); non sapeva che cosa fosse il male.
Ma allora, se l’uomo non sapeva che cosa fosse il male, perché Dio lo nomina quando dà l’ordine: “dell’albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare” (Ge 2:17)?
Per Adamo al nome “male” non corrispondeva nulla; sapeva soltanto che a quell’albero dal frutto proibito Dio aveva dato uno strano nome: “la conoscenza del bene e del male”.
Che voleva dire? Non lo sapeva, né avrebbe dovuto saperlo. Il suo privilegio era di poter rimanere nella giusta posizione di fiduciosa sottomissione al suo Creatore.
Chi invece conosceva il significato del termine “male” era Satana, che non appena sente pronunciare quel nome si fa avanti, proprio come si dice in quel detto popolare tedesco: “Quando dipingi il diavolo alla parete, lui arriva”.
Il suo primo compito è tentare l’aggancio, iniziare il colloquio provocando una risposta. Finge di aver capito male: «Come! Dio vi ha detto di non mangiare da nessun albero del giardino?» Non era vero e lui lo sapeva, e con ciò manifesta subito uno dei suoi caratteri distintivi: la menzogna esercitata in forma di finzione.
Eva corregge, l’aggancio è stabilito: «Del frutto degli alberi del giardino ne possiamo mangiare; ma del frutto dell’albero che è in mezzo al giardino Dio ha detto: “Non ne mangiate e non lo toccate, altrimenti morirete”» (Ge 3:2-3). Il primo passo è fatto: Eva ha abboccato. Ha accettato il dialogo, e per correggere un consapevole errore del serpente, commette lei stessa un inconsapevole errore: Dio non aveva detto di non “toccare” l’albero, ma solo di non mangiarne i frutti. Eva è entrata in confusione. Una confusione che poi si tramanderà su tutti gli uomini: la confusione tra vero e falso, prima ancora di quella tra bene e male.
La coppia adesso è pronta per il secondo passo del tentatore: passare dalla menzogna simulata a quella palese. Il serpente presenta ad Eva le conseguenze del mangiare il frutto proibito in forma rassicurante, usando parole che assomigliano al vero: “gli occhi vostri si apriranno, e sarete come Dio, avendo la conoscenza del bene e del male” (Ge 3:5).
Per certi aspetti le cose andarono effettivamente così:
“Allora si aprirono gli occhi ad entrambi e s’accorsero che erano nudi” (Ge 3:7).
E Dio stesso conferma:
“Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi, quanto alla conoscenza del bene e del male” (Ge 3:22).
Dove sta allora l’imbroglio? Sta nelle parole “come Dio”. Non è vero, ma la menzogna è presentata in quella forma viscida e manipolante che gli uomini hanno così ben appreso e usano anche oggi. Quelli che in quel momento avevano la conoscenza del bene e del male erano soltanto due: Dio e Satana, insieme alle rispettive schiere angeliche. Quel “come uno di noi” potrebbe dunque essere inteso nel senso di come uno di noi due.
Gli occhi di Adamo ed Eva si erano effettivamente aperti e avevano ottenuto la conoscenza del bene e del male, ma invece di diventare come Dio, erano diventati come Satana. Per il serpente il significato da dare alle sue parole era questo: “gli occhi vostri si apriranno e diventerete come dio, cioè come me, che sono il vero dio”. Bel colpo! Il mandante del serpente, il “padre della menzogna” (Gv 8:44) si sarà sentito confermato nella sua convinzione di essere il vero dio a cui tutto il creato doveva sottoporsi e rendere culto.
Ma per evitare che, dopo aver ceduto alle parole del serpente, gli uomini creati ad immagine di Dio entrassero a far parte in eterno delle schiere di Satana, il Signore impedì ad Adamo ed Eva di mangiare del frutto dell’albero della vita: la morte spirituale e corporale doveva passare su di loro e sui loro discendenti, come Dio aveva annunciato.
Dopo questa caduta l’uomo ha continuato a mantenere i caratteri dell’originaria costituzione fatta a immagine di Dio, ma in forma distorta e con l’aggiunta di altri tenebrosi caratteri che corrispondono all’immagine di Satana.
Il rapporto tra la coscienza e la fede
La coscienza allora può essere vista come l’innata capacità dell’uomo di riconoscere che in ogni aspetto fisico e morale della vita esiste una distinzione tra bene e male, anche se la linea di demarcazione è variamente collocata e non è sempre distinguibile. La semplice, incontestabile presenza di questa linea è in sé stessa un’espressione dell’originaria ribellione dell’uomo a Dio, e in ogni caso è un avvertimento a ricordare che Dio guarda a come viene tracciata questa linea di divisione e a come ci si comporta in relazione ad essa. Nel brontolio della coscienza si può avvertire il suono confuso della voce di Dio, e del suo Avversario.
In ogni caso, poiché tutti gli uomini fanno spesso qualche riferimento alla coscienza propria o altrui, questo può essere un terreno di discussione su cui tutti possono intervenire, credenti e non credenti. Da una parte si sa che la coscienza non è automaticamente la voce di Dio; e che due coscienze possono essere diverse ed entrambe sincere; e che rispetto a questioni morali di un certo tipo possono esserci coscienze forti e coscienze deboli; e che se si calpesta con leggerezza la coscienza di un altro si compie senza dubbio un atto aggressivo verso di lui. D’altra parte, non si può lasciare alla coscienza individuale l’ultima autorità quando si tratta di relazioni fra persone: per un credente è chiaro che ogni questione di coscienza fa entrare in gioco la sua fede in Dio.
Davanti a Felice, governatore di Cesarea, Paolo per difendersi fa riferimento alla coscienza:
“Per questo anch’io mi esercito ad avere sempre una coscienza pura davanti a Dio e davanti agli uomini” (At 24:16).
Parla di coscienza, sapendo che Felice può capirlo, ma precisa: coscienza pura davanti a Dio. Paolo, dunque, non si pensa soltanto davanti ad un’autorità umana.
In un’altra occasione, sempre per difendersi, non dagli increduli ma questa volta dai credenti di Corinto, fa ancora riferimento alla coscienza:
“Questo, infatti, è il nostro vanto: la testimonianza della nostra coscienza di esserci comportati nel mondo, e più che mai verso di voi, con la semplicità e la sincerità di Dio, non con sapienza carnale, ma con la grazia di Dio” (2 Co 1:12).
E sempre di fronte ai credenti di Corinto, da cui aveva ricevuto attacchi tremendi, Paolo difende il suo ministero con queste parole:
“Perciò, avendo tale ministero in virtù della misericordia che ci è stata fatta, non veniamo meno nell’animo; ma abbiamo rifiutato gli intrighi vergognosi e non ci comportiamo con astuzia né falsifichiamo la parola di Dio, ma rendendo pubblica la verità, raccomandiamo noi stessi alla coscienza di ogni uomo davanti a Dio” (2 Co 4:1-2).
La coscienza, quindi, è una capacità umana che mette in relazione gli uomini anche senza che si facciano espliciti riferimenti a Dio.
Ma se l’incredulo può fare appello alla coscienza sulla base di valori puramente umani, il credente sa che nel modo in cui tratta la sua coscienza e quella altrui è in gioco il suo rapporto con Dio. Dal modo in cui si rapporta con la sua coscienza si vede anche qual è il suo tipo di fede in Dio.
Si può allora essere molto rigidi nella formulazione della propria fede in Dio Creatore e Salvatore, ed essere molto accomodanti nella definizione di quello che in coscienza è doveroso e giusto fare nel rapporto con gli uomini. Scavalcare scorrettamente in carriera chi ne ha più diritto (è solo un esempio) non è come bestemmiare Dio, certo; quindi, per qualcuno forse si può fare, con un leggero allentamento, senza dolorosi strappi, delle funi troppo strette della coscienza. Se poi qualche collega se ne accorge, e magari un po’ se ne meraviglia, si resta sempre sul piano orizzontale del “semplice” rapporto fra uomini. La cosa quindi si può sempre aggiustare. Così pensa chi si muove sul “semplice” piano orizzontale e non pensa di dover far intervenire Dio nelle questioni di coscienza.
Il credente, dunque, su fatti di questo genere appare “svantaggiato” rispetto ad altri: non può dimenticarlo, fa parte della sua professione di fede. La sua coscienza non può esimersi dal far riferimento a Dio in quello che ad altri appare una “semplice” decisione di buon senso umano; la sua coscienza “purtroppo” è più sensibile di quella dell’incredulo, e potrebbe rendergli difficile il sonno. Si potrebbe tuttavia superare la difficoltà e andare avanti come prima. Passare male una nottata non è in sé molto grave, ma se col passar dei giorni nulla cambia e fatti simili si ripetono mentre la coscienza si fa sempre meno sensibile, prima o poi questo stato di cose modificherà anche la forma della vita di fede. O forse no, in apparenza, ma questo vorrebbe dire che il credente è riuscito ad ingannare la sua coscienza, e senza accorgersene nel suo muoversi sta ingannando anche gli altri.
Il pericolo del naufragio della fede
Suonano dunque gravi le parole di Paolo a Timoteo (1 Ti 1:19): “… avendo fede e buona coscienza”. Sì, perché non basta la professione di fede, ci vuole anche la buona coscienza, senza la quale, ammonisce severamente l’apostolo, “alcuni hanno fatto naufragio quanto alla fede”.
Si può dare all’immagine di Paolo una presentazione plastica. Il credente naviga sul mare della vita imbarcato sulla nave della fede. Arriva la tempesta, il mare diventa burrascoso e il navigante, per paura di affondare, getta a mare la “zavorra” della buona coscienza. La nave della fede non affonda, ma nemmeno arriva in porto: fa naufragio.
Così sarà la sorte del credente che non ha unito alla fede la buona coscienza: la sua vita eterna sarà salva, ma la sua vita terrena sarà un naufragio.
“Satana sta preparando il mondo ad accogliere l’anticristo”, ha detto qualcuno diversi anni fa, e allora la cosa poteva già colpire. Ma era proprio così. Tutto avveniva sul piano dei costumi, con un veloce scivolamento verso il basso sul piano della corruzione morale, che dal livello dei comportamenti ha raggiunto da tempo quello dei pensieri. Ormai non ci si accontenta più di fare il male: si pretende che sia chiamato “bene”. La pressione sulla coscienza viene fatta con lo strumento del ridicolo: “Ma davvero tu pensi ancora che non sia bene… ma tu sei un talebano”. Negli ultimi decenni l’azione preparatoria di Satana si è alzata di grado: è andata oltre il livello della società, raggiungendo quello delle istituzioni. Adesso sono le autorità civili, inserite nel flusso tumultuoso dei media, ad essere strumento di Satana per la preparazione del mondo ad accogliere l’anticristo. Forse ci vorrà del tempo, perché il lavoro da svolgere sul piano planetario è grande, ma il Nemico sa quello che fa. Per ora non agisce sulla fede religiosa, che nel mondo ha diverse facce, ma sulla coscienza, che nella sua generalità si presta bene ad essere strumento di aggancio per persone di tutti i tipi.
La Scrittura non trasmette competenze specifiche in fatto di amministrazione della cosa pubblica, ma una fede in Cristo ben esercitata deve rendere esperti nella distinzione tra verità e menzogna. L’autorità civile oggi tende a far sì che i cittadini si abituino a sottomettersi alle norme stabilite senza chiedere tante spiegazioni. E quando vengono richieste, la scorciatoia della menzogna “autorevole” resta spesso la via più semplice per togliere l’intoppo. Così, quando il non sottomettersi espone a pesanti conseguenze, i cittadini trovano più semplice unirsi passivamente alla menzogna accettandola come se fosse giusta, quando invece in cuor loro sanno che ciò è sbagliato. La loro coscienza così ne è danneggiata, e se sono credenti rischiano il naufragio della fede.
Ubbidire o non ubbidire? E’ spesso una ineludibile questione di coscienza. Le risposte possono essere diverse e diversamente articolate, perché le coscienze non si trovano tutte nella medesima posizione (1 Co 10:23-31), ma ciò non toglie che per ogni cristiano la risposta che dà costituisce un serio test spirituale davanti a Dio.
La prova della fede può essere preceduta da una verifica della buona coscienza.






