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Guerra e pace

Una frase è risuonata spesso nei nostri media in questi giorni: “Pace attraverso la forza”. E chi lo ha detto di forza (economica e militare) ne ha tanta! Il suo pensiero rispecchia quello che nel mondo antico era definito la Pax Romana (detta anche Pax Augusti) che si riferisce al periodo dal 117 al 164 d.C. quando l’imperatore Cesare Augusto impose la pace con la spada in tutto il territorio dell’impero che raggiunse la sua massima espansione. L’idea è ripresa da un personaggio a noi tristemente noto: “La nostra pace più sicura sarà all’ombra delle nostre spade” (Benito Mussolini).

Questo modo di pensare e governare il mondo ha senz’altro una sua logica: è pur sempre meglio una pace imposta dei conflitti che generano morte, distruzione e tanta sofferenza. Ma come cristiano la mia coscienza m’impone una domanda: è vera pace? È ciò che il mio Maestro vuole?  È questa la pace che devo desiderare e per la quale devo spendere il mio tempo e le mie energie?

No, non è vera pace perché la spada una volta usata genera vendetta, rancore e rivalsa, è una pace che ha in sé i germi di una nuova guerra. La prospettiva è quella di far nascere tante altre “spade” che a loro volta seminano risentimento e vendetta. Insieme al tanto sangue versato in Palestina e in Ucraina si è diffuso tanto odio che è fertile terreno per altro sangue e sofferenza.

Gesù, uomo di pace, si è espresso in questo modo: “Vi lascio pace; vi do la mia pace. Io non vi do come il mondo dà. Il vostro cuore non sia turbato e non si sgomenti” (Gv 14:27). In Gesù troveremo una pace diversa da quella prospettata dai governanti citati, ma diversa in che cosa?

La fonte dei conflitti

Giacomo nella sua lettera si pone una domanda: “Da dove vengono le guerre e le contese tra di voi?” La risposta a questa sua domanda ci sorprende: “Non derivano forse dalle passioni che si agitano nelle vostre membra?” (Gc 4:1). In altre parole le origini dei conflitti sono da ricercare dentro di noi. L’effetto più evidente della nostra natura corrotta dal peccato è la propensione al conflitto che si manifesta in modi diversi. Spiro bellum (respiro la guerra) dicevano i latini: in altre parole, appena veniamo al mondo, appena i nostri polmoni si aprono alla vita, l’aria che respiriamo ha il sapore del conflitto perché esso è connaturato in noi, è nelle nostre “membra”. È un po’ come vivere in una stanza satura di gas: basta una piccola scintilla per dare origine a un’esplosione. Certo, l’esplosione può essere un semplice litigio verbale, passare dalla violenza verbale a quella fisica, un conflitto di piccola entità o una guerra che produce milioni di vittime.

Questa guerra interiore riflette un’altra realtà conflittuale, quella che ogni uomo vive nei confronti di Dio, nata con la ribellione adamitica. È da qui che occorre partire, perché finché saremo in conflitto con Dio (più o meno aperto, più o meno consapevole) difficilmente avremo il desiderio e la capacità di evitare il conflitto con il prossimo. È purtroppo vero che spesso la “fede” (la parola devo metterla fra virgolette perché di fede non si tratta) è stata il pretesto per scatenare sanguinose guerre – la storia è piena di questa realtà – ma è una fede malata, tossica, deviata.

La sorgente della pace

La Scrittura ci invita a fare pace con Dio: “Giustificati dunque per fede, abbiamo pace con Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore” (Ro 5:1). Nel testo sono presenti dei termini strettamente connessi l’uno all’altro: giustificati, fede, pace, Gesù.

Giustificati. Il verbo ha una doppia valenza: dichiarati giusti, anche se ingiusti, grazie un atto di misericordia del Giudice supremo; Egli ha condonato il nostro debito senza venir meno alla sua giustizia, perché è stato saldato da Gesù con il suo sacrificio. È tramite la giustificazione ottenuta per fede che siamo passati da una situazione di inimicizia alla pace. Senza la pace con Dio è impossibile per noi essere “quelli che si adoperano per la pace” (nel testo greco è un unico termine “pace-facitori”). È grazie a questa pace acquisita per fede e vissuta nel quotidiano che la eirene (pace) diventa parte del nostro essere.

La giustificazione non è solo un atto forense nel quale il Giudice dichiara la mia giustizia perché il debito è stato pagato, ma è anche l’inizio di un processo in cui l’uomo può acquisire ogni giorno di più il desiderio di pace per sé e per il suo prossimo. Il lento ma costante lavorio dello Spirito nella nostra coscienza elimina l’innata spinta al conflitto sostituendola con il desiderio di pace.

Guerra, nelle sue molteplici sfumature

Uno dei tanti mercanti d’armi s’è arricchito col commercio, spesso illecito, con i paesi africani. Il denaro guadagnato (tanto!) ha permesso a lui e alla sua famiglia di vivere nel benessere per lui irrinunciabile anche se frutto di un commercio illecito. Questa è la trama di un film del 1974 con Alberto Sordi dal titolo Finché c’è guerra c’è speranza. Se il conflitto armato è per tanti morte, distruzione e povertà, per alcuni, senza scrupoli, è fonte di ricchezza. Credo che ci troviamo tutti d’accordo con l’affermare un deciso e appassionato “no” a ogni tipo di guerra.

La guerra, però, non si manifesta solo con droni e missili, anche la lingua è un potente strumento di guerra. Giacomo lo aveva capito bene:

“Ecco, anche le navi, benché siano così grandi e siano spinte da venti impetuosi, sono guidate da un piccolo timone, dovunque vuole il timoniere…  Ogni specie di bestie, uccelli, rettili e animali marini si può domare, ed è stata domata dalla razza umana; ma la lingua, nessun uomo la può domare; è un male continuo, è piena di veleno mortale.”  (Gc 3:4,7-8)

Sono certo, ed è una certezza che mi sgomenta, che il potere di una lingua non governata da Dio, è un potente strumento di guerra. Secondo il filosofo Eraclito,  il mondo, dove tutto è in continuo stato di cambiamento (Panta rei), è in perenne conflitto tra elementi opposti, e questo movimento causa tensioni che possono produrre stati conflittuali. In questo stato di cose l’uomo cerca di porre rimedio con la polemos (guerra in greco): termine dal quale deriva la nostra parola polemica. Onestamente dobbiamo costatare che questa non è assente nelle nostre comunità ecclesiali. Le differenze presenti nel nostro ambito troppo spesso vengono affrontate con tono polemico invece che con una sana ed equilibrata interlocuzione fraterna. La veemenza con la quale affrontiamo alcune questioni ha i tratti inconfondibili di un conflitto che mira a demolire colui che consideriamo avversario. Quante testimonianze caratterizzate da mordaci polemiche al loro interno hanno perso credito nei confronti di coloro ai quali dovevano testimoniare della bellezza del Vangelo!

Il nostro fratello Paolo in una delle sue lettere indica anche quale deve essere l’uso corretto del dono della parola di cui il Creatore ci ha equipaggiati: “Nessuna cattiva parola esca dalla vostra bocca; ma se ne avete qualcuna buona, che edifichi secondo il bisogno, ditela, affinché conferisca grazia a chi l’ascolta (Ef 4:29). Quante occasioni perse di fare del bene perché la mia lingua ha taciuto quando era il momento di parlare!

Sì, è più che vero che la pace si ottiene e si mantiene con la forza,  quella che deriva dalla nostra intima comunione con Dio e tra di noi, che si nutre giornalmente della preghiera e del Vangelo, una forza che scaturisce dall’unità dello Spirito, quell’unità che è dono di Dio e che dobbiamo conservare a tutti i costi: “Sforzandovi di conservare l’unità dello Spirito con il vincolo della pace” (Ef 4:3).

Il “rischio” di essere uomini di pace è quello di assomigliare a Gesù: “Non parlare mai di amore e pace: un Uomo ci ha provato e lo hanno crocifisso.” (Jim Morrison): il mio desiderio è quello di correre giornalmente questo rischio.