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Limitazioni delle leggi

della Regione Lombardia

in matera di apertura di locali di culto

 

La Regione Lombardia con la L.R. 12/2005 e da ultimo con la L.R. n. 2/2015, ha legiferato in materia di urbanistica e di uso del territorio, la cui competenza è delegata alle Regioni, inserendovi anche l’apertura di locali di culto.

Quest’ultima legge riguarda (sulla carta!) le nuove norme sulla “Pianificazione delle attrezzature per i servizi religiosi”, ma, di fatto, ha tutt’altre finalità e costituisce un giro di vite alla già pesante legge regionale n. 12/2005 sul “Governo del Territorio”.

 

Dalla lettura del testo, vi sono numerosi profili d’incostituzionalità della norma.

Ecco quali a titolo indicativo:

•  la violazione delle norme in materia di parità di trattamento tra confessioni religiose;

•  la previsione di un controllo della Regione e dei Comuni sugli statuti delle varie confessioni per verificare se abbiano finalità religiosa;

•  la possibilità di sottoporre a referendum la richiesta di autorizzazione di un nuovo luogo di culto;

•  l’assoggettamento della pratica di culto a procedimenti amministrativi palesemente discriminatori;

•  la subordinazione della libertà di culto a generiche motivazioni attinenti alla sicurezza pubblica.

 

Il Governo Italiano ha impugnato dinanzi alla Corte Costituzionale questa legge chiedendone l’annullamento.

Come notizia storica, ricordo che nel 1958 la Corte Costituzionale con sentenza n. 59 dichiarò incostituzionale due norme della legge R.D. del 1930 su “culti ammessi”, l’articolo 1 della parte stabiliva l’obbligo dell’autorizzazione governativa nell’apertura di tempi o oratori di culti non cattolici.

 

Ecco che nel 2005 prima e poi appesantita nel 2015, la Regione Lombardia, con la scusa del Governo del Territorio, ha, di fatto, reintrodotto l’obbligo dell’atto autorizzativo per l’apertura di un locale di culto (autorizzazione regionale), in precedenza applicata con la normativa sui cosiddetti “culti ammessi” del 1929-1930 e reso nullo dalla sentenza della Corte Costituzionale, oltre ad una lunga serie di altri adempimenti!

 

 

Reiterati tentativi di censimento

delle altre realtà religiose

da parte del Ministero dell’Interno

 

Altra “preoccupante iniziativa” è la ciclica Circolare Ministeriale inviata dal Dipartimento Affari Religiosi del Ministero dell’Interno alle Prefetture sul sempre vivo pericolo di “schedature” delle confessioni religiose ivi comprese le nostre Assemblee, per reperire dati riguardanti la popolazione evangelica o comunque censire altre realtà religiose a livello territoriale, con l’ausilio degli organi di Polizia (Questure, Commissariati, Stazioni dei Carabinieri).

 

L’intento governativo è quello di attivare un censimento degli organismi non cattolici e di consentire una più approfondita conoscenza del fenomeno religioso nella sua multiformità, ma nella realtà… ci sono altre finalità.

Dagli atti dell’Ente, risulta che sono state avviate rilevazioni anche nel 2003, nel 2009 e, da ultimo, dallo scorso aprile di questo anno da parte del Ministero dell’Interno, Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione.

Sembra che tale rilevazione sia stata avviata dal Ministero in vista della promozione della partecipazione delle varie realtà religiose presenti nei territori a iniziative di dialogo con le Istituzioni, anche attraverso l’invito a fare parte di tavoli locali di dialogo interreligioso costituiti presso le Prefetture.

 

Vi segnalo alcune criticità riscontrate sia nell’iniziativa in sé che nelle schede di rilevazione che le comunità non cattoliche dovrebbero compilare:

 

• L’inappropriatezza delle modalità scelte per effettuare la rilevazione della “realtà del pluralismo religioso in Italia”, con il mancato invio nella quasi totalità dei casi (ad eccezione di due assemblee convocate l’una dall’anagrafe e l’altra che ha ricevuto via mail la scheda e l’invito a compilarla dalla Prefettura) di una richiesta scritta che spieghi lo spirito, le finalità e l’oggetto della rilevazione.

Non si è fatto ricorso di proposito all’organo preposto ai censimenti, che come tutti sanno è l’ISTAT, e si è ricorsi… agli organi di polizia!

 

Infatti, in tutti gli altri casi, le Prefetture hanno dato la delega ai Carabinieri o al Commissariato di P.S. (addirittura alla Digos per alcune denominazioni!) che sembra esprimere l’idea (purtroppo diffusa nelle istituzioni del nostro Paese) che il tema del pluralismo religioso vada inquadrato fra le problematiche di ordine pubblico e non trattato sul piano della valorizzazione come risorsa democratica.

 

 Il mancato coinvolgimento nella rilevazione delle realtà parrocchiali cattoliche, dove pure si registrano significativi mutamenti in termini di composizione comunitaria, anche in relazione ai fenomeni migratori ecc.

Tutto ciò testimonia che è piuttosto in atto una “schedatura” delle altre confessioni religiose. La necessità di avere una conoscenza statistica delle variazioni dei flussi migratori religiosi non è quindi che una copertura.

 

• Le informazioni richieste nella scheda di rilevazione hanno poco di carattere generale e, piuttosto, riguardano informazioni specifiche con indicazione di dati sensibili: numero dei membri, capienza del locale di culto, nazionalità prevalenti di coloro che frequentano la comunità, numero approssimativo di coloro che frequentano regolarmente la comunità o in particolari celebrazioni ecc.

Tale questionario ha accresciuto il disagio: immagino che le domande sui locali di culto possano, ad esempio, mettere in difficoltà diverse comunità che faticano a trovare locali adatti,____ combattendo anche in alcune regioni come la Lombardia, con leggi fortemente discriminatorie, che ostacolano i mutamenti delle destinazioni d’uso.

 

• L’aspetto decisamente più preoccupante – vale la pena di ripeterlo – è indubbiamente questo: se l’indagine conoscitiva non riguarda ragioni di sicurezza, come le Prefetture vogliono far ritenere, perché non si è affidata la rilevazione all’ISTAT ma la si è voluta affidare alle Prefetture, per il tramite delle forze di polizia?

Risulta alquanto contraddittorio presentare la rilevazione “…esclusivamente come una semplice mappatura del complesso pluralismo religioso che si sta affermando in Italia…” (così è riportato nella richiesta inviata dalla Prefettura di Torino che riportiamo nella pagina precedente come esempio e che è del tutto identica alle richieste inviate dalle altre Prefetture in Italia), avvalendosi però, nella quasi totalità dei casi, delle forze di polizia.

 

• Le nostre Assemblee hanno i loro locali aperti al pubblico e sono ben visibili. Le Assemblee non vivono nella clandestinità e i dati richiesti sono accessibili senza bisogno di alcuna consultazione con noi.

Come Opera delle Chiese Cristiane dei_Fratelli, cerchiamo di monitorare questi rilevamenti e consigliamo sempre i fratelli e le chiese a non fornire dati poiché potrebbero essere poi utilizzati anche per altri fini (ad esempio per emanare norme restrittive finalizzate alla chiusura dei locali dove fosse accertata una diversa destinazione d’uso dei locali o la mancanza di qualche autorizzazione).

Difatti, come ho già ampiamente scritto all’inizio, nella Regione Lombardia sono state emanate nel 2005 norme restrittive per l’apertura di locali di culto e, con ulteriore giro di vite, è stata emanata una nuova normativa, entrata in vigore lo scorso febbraio 2015, che rende ancora più restrittive le norme che consentono l’apertura di nuovi locali di culto o il cambio di destinazione d’uso.

 

Il Signore ci incoraggia certamente ad essere pronti ad affrontare anche esperienze di libertà limitata o addirittura di persecuzione (è questo il terreno spiritualmente fecondo sul quale è nata e cresciuta la testimonianza delle Assemblee nel nostro Paese), ma ci chiama anche ad essere vigilanti e, soprattutto, a vivere un impegno quotidiano nella preghiera “per i re e per tutti quelli che sono costituiti in autorità”, ricordando che l’obiettivo di quest’impegno, certamente condiviso dal Signore con noi, è quello di “condurre una vita tranquilla e quieta in tutta pietà e dignità” (1Ti 2:2).