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1. Il Vangelo si diffonde normalmente attraverso la proclamazione

Paolo ribadisce con forza che questo Vangelo è stato da lui “annunciato” (15:1-2) e “predicato” (15:11). Esaminando ogni riferimento alla parola “Vangelo”, emerge chiaramente come la “buona notizia” di Gesù Cristo si sia diffusa proprio grazie alla proclamazione e alla predicazione (cfr. 1:21). La buona notizia deve essere annunciata, proclamata e spiegata, poiché è attraverso la sua Parola che Dio stesso sceglie di visitare e incontrare l’essere umano.

2. Il Vangelo viene accolto efficacemente mediante una fede autentica e perseverante

Paolo scrive: “così noi predichiamo, e così voi avete creduto” (15:11). All’inizio di questo capitolo, dice ai Corinzi: “Vi ricordo, fratelli, il vangelo… mediante il quale siete salvati, purché lo riteniate quale ve l’ho annunciato; a meno che non abbiate creduto invano” (vv.1-2). In altre parole, la loro fede nella parola predicata doveva essere caratterizzata da una necessaria perseveranza, un concetto che l’apostolo sottolinea con vigore anche in altri passaggi (vedi anche Cl 1:22-23).

3. Il Vangelo viene rivelato a coloro che si umiliano

Quando il messaggio viene compreso correttamente e accolto con fede perseverante, la risposta che ne scaturisce è la medesima dell’apostolo. Cristo risorto apparve a Paolo per ultimo (15:8) ma, lungi dal generare orgoglio, questa manifestazione risvegliò in lui un profondo senso di indegnità: “perché io sono il minimo degli apostoli, e non sono degno di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la chiesa di Dio. Ma per la grazia di Dio io sono quello che sono” (15:9-10). Pertanto, sebbene dopo la conversione egli possa affermare di aver faticato più degli altri, riconosce che tale impegno è stato possibile solo per la grazia di Dio costantemente all’opera in lui.

Umiltà, gratitudine, dipendenza da Cristo e contrizione sono gli atteggiamenti distintivi dei veri convertiti, la matrice stessa entro cui i cristiani sperimentano gioia e amore. Quando il Vangelo compie profondamente la sua opera, l’espressione “cristiano orgoglioso” diventa un ossimoro, una vera contraddizione in termini; si tratta di una condizione impensabile, poiché il Vangelo si rivela autenticamente solo a coloro che sanno umiliarsi.

4. Il Vangelo si presenta come la confessione centrale di tutta la Chiesa

Paolo ricorda più volte ai suoi lettori che quella chiesa di Corinto non è l’unica chiesa cristiana; molte altre comunità condividono le medesime dottrine e pratiche. Di conseguenza, l’indipendenza dei Corinzi, lungi dal rappresentare una virtù, segnala chiaramente come essi siano sulla strada sbagliata (cfr. 4:17; 7:17; 11:16; 14:34). Sebbene in 1 Corinzi 15 manchi un’affermazione esplicita in tal senso, l’apostolo allude spesso a ciò che è solito predicare ovunque e non solo a Corinto. In quest’ottica, la formulazione neutra “se si predica” (v.12), suggerisce un riferimento al contenuto abituale, piuttosto che alla predicazione rivolta specificamente alla chiesa di Corinto.

Certamente, ciò che compie “tutta la Chiesa” o l’insieme delle chiese non è intrinsecamente corretto: basti pensare ad Atanasio o a Lutero per ricordare che ogni cosa va esaminata alla luce delle Scritture. Va inoltre riconosciuto, purtroppo, che nella Chiesa persiste spesso un tradizionalismo capace di preservare la forma a scapito dell’autenticità e della potenza spirituale. Tuttavia, questo non sembra essere il caso di Corinto, che si presenta invece come una chiesa incline a continue innovazioni, talvolta in aperto contrasto con le pratiche e le dottrine di altre chiese e portata ad accantonare silenziosamente le istruzioni apostoliche. Paolo, al contrario, insiste sul fatto che il Vangelo debba essere fermamente riconosciuto come la confessione centrale di tutta la Chiesa. Per questo, è bene guardare con diffidenza a quelle chiese che si vantano di divergere radicalmente da chi le ha precedute.

5. Il Vangelo avanza con audacia sotto il regno contestato e l’inevitabile vittoria di Gesù Re

A seguito della sua morte e risurrezione, Gesù è diventato l’unico strumento della sovranità di Dio: a Lui, infatti, è stato conferito ogni potere (Mt 28:20) ed è stato dato “il nome che è al di sopra di ogni nome” (Fl 2:9-11). In questa fase, Cristo regna “finché abbia messo tutti i suoi nemici sotto i suoi piedi” (15:25). Ciò presuppone che il suo regno sia ancora contestato, ma in costante progressione, mentre Gesù edifica la sua Chiesa attraverso l’annuncio del Vangelo (Mt 16:18). Infine, quando anche l’ultimo nemico, la morte, sarà distrutto, il regno temporaneo di Cristo raggiungerà il suo compimento e sarà definitivo, affinché Dio sia tutto in tutti (15:28).

È tempo di fare il punto della situazione…

Questa sintesi del Vangelo – definita da otto parole e chiarita attraverso cinque proposizioni, tutte attinte da un unico capitolo del Nuovo Testamento – conduce a un risultato sorprendente: la natura profondamente cognitiva del Vangelo stesso, inteso come un messaggio che esige di essere pienamente compreso, creduto e obbedito.

Come l’intera lettera dimostra, questo Vangelo non si riduce mai a una semplice questione di conoscenza o comprensione intellettuale. Un cristianesimo che, anziché formare credenti pazienti e gentili, generasse persone gelose, orgogliose, vanagloriose e spietate – individui irascibili e legati ai torti subiti nel passato – non sarebbe affatto autentico cristianesimo. Paolo ritenne fondamentale sottolineare come il Vangelo debba produrre effetti concreti in ogni ambito della vita dei Corinzi; un imperativo che, ancora oggi, siamo chiamati a fare nostro.

Dove risiede, dunque, la fioritura umana che scaturisce dal Vangelo della grazia? Dove si possono scorgere coloro che, portando in sé l’immagine divina, vivono la gioia di essere giustificati davanti a Dio unicamente sulla base dell’opera compiuta da Cristo, essendo stati potentemente rigenerati per rispondere con fede, obbedienza, gratitudine e gioia? È in questa ricerca che ci scontriamo con le convenzioni e le aspettative del mondo, così sottili eppure così schiavizzanti. Il Vangelo deve essere tradotto concretamente nella vita dei credenti e messo chiaramente in risalto nella vita della Chiesa; solo così può condurre alla liberazione dalle catene dell’idolatria, da legami troppo subdoli per essere anche soltanto nominati e troppo inebrianti perché se ne ottenga liberazione senza il potente messaggio della croce. Continuiamo dunque a predicare, insegnare e tradurre, all’interno delle nostre chiese, il glorioso Vangelo del nostro prezioso Redentore.

“Perciò, fratelli miei carissimi, state saldi, incrollabili, sempre abbondanti nell’opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore” (1 Co 15:58).

(Tratto da Promesses, Rivista di riflessioni bibliche, n. 186, ottobre-dicembre 2013. Usato con permesso. – Traduzione: Michele Papagna, Assemblea di Manfredonia (FG) – Via Mozzillo Iaccarino).

Donald A. Carson è professore emerito di Nuovo Testamento al Trinity Evangelical Divinity School a Deerfield, Illinois ed è cofondatore e teologo di “The Gospel Coalition”. È autore di diversi libri, molti dei quali sono stati tradotti in italiano, come: L’intolleranza della nuova tolleranza, Il Dio che c’è, Fino a quando oh Signore?, Fallacie esegetiche, Un appello per una riforma spirituale, L’amore di Dio: una dottrina difficile e Per amore di Dio. Ha visitato l’Italia in diversi convegni organizzati dai GBU Italia e dall’Assemblea di Sesto San Giovanni (MI).