Diverse concezioni del Vangelo
Molti hanno osservato che nel mondo occidentale la Chiesa sta attraversando una fase di notevole frammentazione. Questa divisione tocca anche la nostra comprensione del Vangelo.
Per alcuni cristiani il Vangelo è un insieme ristretto di insegnamenti su Gesù, la sua morte e la sua risurrezione: se creduti correttamente, introducono le persone nel regno di Dio. Solo dopo avviene la vera formazione, la trasformazione della vita e il discepolato. Tale comprensione del Vangelo è molto diversa da quella del Nuovo Testamento: il Vangelo, in realtà, abbraccia un campo molto più ampio; prende il cristiano dal suo passato di perdizione e separazione da Dio, lo guida lungo il cammino della conversione e del discepolato fino al compimento finale, al corpo della risurrezione, ai nuovi cieli e alla nuova terra. Più in generale, il Vangelo è la buona notizia di ciò che Dio ha fatto, prima in Cristo, e soprattutto nella morte, risurrezione, ascensione e sessione1 di Cristo e in tutto ciò che scaturisce da questo sacrificio e glorificazione. Ecco perché predichiamo e proclamiamo la Buona Novella!
Per altri, il Vangelo si riduce ai primi due comandamenti: amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente e con tutta la forza, e amare il prossimo come sé stessi. Questi comandamenti sono così centrali che, per Gesù stesso, da essi dipendono l’intera Legge e i Profeti (Mt 22:34-40). Tuttavia, noi affermiamo con forza che il Vangelo non può essere ridotto esclusivamente a questi due comandamenti.
Una terza corrente di pensiero equipara il Vangelo agli insegnamenti etici di Gesù contenuti nei Vangeli, separandoli dai racconti della Sua morte e risurrezione. Questo approccio si basa su due errori. In primo luogo, non è possibile comprendere appieno gli insegnamenti di Gesù senza discernere come essi convergono verso la sua morte e la sua risurrezione: è l’insieme di insegnamenti, morte e risurrezione a costituire l’unico Vangelo di Gesù Cristo, di cui i Vangeli canonici rendono testimonianza. Il secondo errore di tale prospettiva etica consiste nel focalizzare l’attenzione sugli insegnamenti di Gesù, relegando la croce in secondo piano, riducendo così la gloriosa Buona Novella a mera religione, la gioia del perdono a mera conformità etica e le più nobili motivazioni dell’obbedienza a un mero dovere. Il risultato di questa concezione è disastroso.
Ma forse la tendenza più comune oggi è quella di accettare il Vangelo, impiegando però molta energia creativa e passione nello sviluppo di altri temi: matrimonio, felicità, prosperità, evangelizzazione, i poveri, la lotta contro l’Islam, quella contro la secolarizzazione dilagante, la bioetica, i pericoli della sinistra, i pericoli della destra… l’elenco è infinito. Questo approccio ignora il fatto che i nostri ascoltatori sono inevitabilmente attratti da ciò che ci entusiasma di più. È improbabile che i miei studenti imparino tutto ciò che insegno loro, poiché sono naturalmente portati ad apprendere ciò che accende la mia passione. Se accettiamo il Vangelo con scarso entusiasmo, mentre argomenti marginali infiammano il nostro zelo, finiremo per creare una generazione che minimizza il Vangelo, mostrando fervore solo per ciò che è secondario. È facile apparire profetici posizionandosi ai margini; l’urgente necessità è invece quella di essere profetici partendo dal centro, dal Vangelo. D’altronde, riflettendo seriamente su di esso e mantenendolo al centro delle nostre preoccupazioni e della nostra vita, scopriamo che il Vangelo risponde in modo pertinente anche a tutte le altre questioni.
Partendo da 1 Corinzi 15:1-19, cercherò di spiegare il Vangelo con otto parole.
Il Vangelo qualificato da otto parole
In questi versetti, Paolo vuole parlare del “Vangelo”: “Vi ricordo, fratelli, il vangelo che vi ho annunciato… mediante il quale [il Vangelo] siete salvati, purché lo riteniate quale ve l’ho annunciato” (v.2). Ciò che Paolo aveva annunciato era “di primaria importanza” (v.3). Questo è un modo efficace per attirare l’attenzione dei suoi lettori, perché ciò che sta per dire sul Vangelo occupa la parte centrale del brano.
1. Il Vangelo è cristologico
La prima parola del riassunto di Paolo è “Cristo”: “…vi ho prima di tutto trasmesso, come l’ho ricevuto anch’io, che Cristo morì per i nostri peccati”. Il Vangelo non è un teismo blando, tantomeno un panteismo impersonale; il Vangelo è irrevocabilmente centrato su Cristo. L’intero Nuovo Testamento, e in particolare i suoi libri più importanti, sottolinea questa verità: Egli è Cristo, l’Emmanuele, Dio con noi, il re davidico che instaura il regno di Dio (Matteo). Egli solo è la via, la verità e la vita (Giovanni). Non c’è altro nome per la salvezza se non Gesù (Atti). Gesù è colui che, secondo la volontà di Dio, placa l’ira divina e riconcilia ebrei e gentili con il Padre celeste e, allo stesso tempo, tra di loro (Romani, Galati, Efesini). Egli è sia l’Agnello che il Leone, l’unico dotato del potere di realizzare i piani divini di giudizio e benedizione (Apocalisse). John Stott ha ragione: “Il Vangelo non è predicato se non si predica Cristo”.
Questa posizione cristologica non si concentra unicamente sulla persona di Cristo ma abbraccia con uguale fervore la sua morte e risurrezione. Tra ciò che Paolo considera di primaria importanza c’è il fatto che “Cristo morì per i nostri peccati” (15:3). Poco prima, nella stessa lettera, Paolo non dice ai suoi lettori: “…mi proposi di non sapere altro fra voi, fuorché Gesù Cristo”, ma “…mi proposi di non sapere altro fra voi, fuorché Gesù Cristo e lui crocifisso” (1 Co 2:2). Inoltre, nel capitolo 15, Paolo collega la morte di Gesù alla sua risurrezione.
In altre parole, non basta dare grande risalto al Natale sminuendo al contempo il Venerdì Santo e la Pasqua. Dichiarare che il Vangelo è cristologico significa dunque riconoscere che Gesù Cristo non è un uomo qualunque, né tantomeno un Dio-uomo ridotto a una sorta di “agente assicurativo”, un “Dio-uomo molto coraggioso” che interviene solo per riparare i nostri errori. Il Vangelo è cristologico in un senso molto più profondo: Gesù è il Messia promesso che è morto ed è risorto.
2. Il Vangelo è teologico
Questa espressione costituisce una sintesi di due concetti fondamentali.
In primo luogo, come ribadisce costantemente 1 Corinzi 15, Dio ha risuscitato Gesù Cristo dai morti (v.15). Più in generale, il Nuovo Testamento sottolinea che Dio ha mandato suo Figlio nel mondo e che il Figlio ha obbedito andando alla croce, conformemente alla volontà del Padre. È inutile cercare di contrapporre la missione del Figlio al piano sovrano del Padre. Sebbene il Vangelo sia fondamentalmente cristologico, non è per questo meno fondamentalmente teologico.
In secondo luogo, il testo non si limita ad affermare che Cristo morì e risuscitò ma specifica che ciò avvenne “per i nostri peccati”. La croce e la risurrezione sono eventi sia storici che teologici la cui portata può essere appieno compresa solo ricordando come il peccato e la morte, nelle Scritture, siano correlati a Dio. In tempi recenti, si è diffusa l’abitudine di riassumere la storia biblica dicendo che, dalla caduta, Dio si è adoperato per annullare gli effetti del peccato. Secondo questa visione, Egli avrebbe preso provvedimenti per limitarne i danni, chiamando una nuova nazione, gli Israeliti, a diffondere il suo insegnamento e la sua grazia agli altri popoli, fino alla promessa di inviare il re davidico profetizzato per trionfare sul peccato, sulla morte e sui loro effetti nefasti. In questo contesto, Gesù compie la missione di sconfiggere la morte, inaugurando un regno di giustizia e chiamando i suoi discepoli a vivere secondo tale giustizia, in previsione del suo futuro compimento.
Sebbene gran parte di questa descrizione della narrazione biblica della salvezza sia vera, essa risulta talmente riduttiva da introdurre una grave distorsione. Confonde infatti la ribellione umana, l’ira di Dio e le calamità associate in un’unica entità — la degradazione della vita umana — spersonalizzando l’ira divina. Tale visione omette di menzionare che, fin dall’inizio, il peccato è un’offesa contro Dio, ed è il Signore stesso a pronunciare la sentenza di morte (Ge 2-3). Ciò non sorprende, poiché Dio è la fonte di ogni vita; pertanto, se coloro che portano la sua immagine gli sputano in faccia, insistendo nel seguire le proprie vie e nel diventare idoli di sé stessi, si separano dal Creatore, da Colui che dà la vita. E separandosi dalla vita, cosa resta se non la morte? Inoltre, va considerato che quando pecchiamo, in qualsiasi modo, Dio stesso è invariabilmente la parte più offesa. L’esperienza di Davide lo dimostra chiaramente: dopo aver peccato seducendo Bat-Sceba e causando la morte di suo marito, il re profondamente contrito si rivolge a Dio dicendo: “Ho peccato contro te, contro te solo, ho fatto ciò ch’è male agli occhi tuoi” (Sl 51:4). Da un certo punto di vista, questa affermazione potrebbe sembrare errata. Dopotutto, Davide peccò terribilmente contro Bat-Sceba, contro suo marito, contro il funzionario corrotto, contro la sua stessa famiglia, contro il bambino nel grembo e contro l’intera nazione che si aspettava integrità dal suo re. In effetti, è difficile immaginare una sola persona contro la quale Davide non abbia peccato! Eppure, il re dichiara: “Ho peccato contro te, contro te solo”. Nel senso più profondo, la sua dichiarazione è perfettamente vera. Ciò che rende il peccato tale, ciò che lo rende così abietto e gli conferisce il suo carattere orribilmente abominevole, è proprio il fatto che è diretto contro Dio stesso. Ogni volta che pecchiamo, è Lui che viene maggiormente offeso. Per questo dobbiamo implorare il Suo perdono; altrimenti, cosa ci resterebbe?
Il Dio descritto nella Bibbia, determinato a intervenire per salvare, è al contempo presentato come pieno d’ira a causa della nostra persistente idolatria. Egli agisce dunque sia come Salvatore che come Giudice, un Giudice offeso e mosso da terribile gelosia. Solo la grazia di Dio ci salva sia dal peccato che dalle sue inevitabili conseguenze, vale a dire l’ira a venire (Mt 7:23; At 17:31; 24:25; Ro 1:18; 1 Te 1:10).
Il profondo legame tra i temi di Dio, del peccato, dell’ira, della morte e del giudizio rende le semplici parole di 1 Corinzi 15:3 profondamente teologiche: è di “primaria importanza” il fatto che “Cristo morì per i nostri peccati” (cfr. Ro 4:25; Ga 1:4; 1 P 3:18).
Come afferma Paolo, per mezzo di questo Vangelo “siete salvati” (v.2), dove l’essere salvati dal peccato non significa solo venire liberati dal suo potere schiavizzante, ma anche dalle sue conseguenze, intimamente legate alla solenne sentenza di Dio e alla sua santa ira.
3. Il Vangelo è biblico
“…che Cristo morì per i nostri peccati, secondo le Scritture; che fu seppellito; che è stato risuscitato il terzo giorno, secondo le Scritture” (1 Co 15:3-4). Pur non specificando esattamente a quali passi biblici si riferisca, Paolo pensava forse a testi come il Salmo 16 e Isaia 53, utilizzati da Pietro il giorno di Pentecoste, o al Salmo 2, citato dallo stesso apostolo ad Antiochia di Pisidia; in precedenza, egli aveva affermato che “anche la nostra Pasqua, cioè Cristo, è stata immolata” (1 Co 5:7). In linea con questa interpretazione, l’autore della Lettera agli Ebrei metterà elegantemente in luce come certi elementi delle Scritture dell’Antico Testamento, visti attraverso la lente della storia della salvezza, prefigurino l’obsolescenza dell’Antico Patto e la sua sostituzione con il Nuovo, caratterizzato da un tabernacolo, un sacerdozio e un sacrificio migliori.
L’apostolo, dunque, àncora il Vangelo alle Scritture — che naturalmente chiamiamo Antico Testamento — e alla testimonianza degli apostoli, il nostro Nuovo Testamento.
4. Il Vangelo è apostolico
Certamente, Paolo sottolinea con gioia che vi furono oltre cinquecento testimoni oculari della risurrezione del Signore Gesù e tuttavia richiama ripetutamente l’attenzione sugli altri apostoli: Gesù “apparve a Cefa, poi ai dodici” (v.5); “poi apparve a Giacomo, poi a tutti gli apostoli… apparve anche a me… il minimo degli apostoli” (vv.7-9). Si noti, quindi, come la sequenza dei pronomi personali nel versetto 11 — “Sia dunque io o siano loro, così noi predichiamo, e così voi avete creduto” — diventi un modo efficace per collegare la testimonianza e l’insegnamento degli apostoli alla fede di tutti i cristiani nei secoli successivi (io, loro, noi, voi).
5. Il Vangelo è storico
Innanzitutto, 1 Corinzi 15 menziona la sepoltura e la risurrezione di Gesù. La sepoltura conferma la sua morte, poiché (normalmente!) si seppelliscono solo i morti, mentre le apparizioni testimoniano la sua risurrezione. Di conseguenza, morte e risurrezione risultano storicamente collegate: Colui che fu crocifisso è lo stesso che è risorto. Il corpo uscito dalla tomba portava infatti i segni delle ferite di quello che vi era stato deposto, come Tommaso volle accertare. Infine, la risurrezione, avvenuta il terzo giorno, è datata in relazione diretta con la sua morte.
Qualsiasi approccio, sia in teologia che nell’evangelizzazione, che tenti di contrapporre la morte di Gesù alla sua risurrezione è privo di senso. Sebbene possa talvolta risultare necessario enfatizzare l’una o l’altra per correggere specifici fraintendimenti o rispondere a particolari esigenze, è fondamentale riconoscere che entrambe costituiscono un nesso inseparabile di ciò che è realmente accaduto nella storia.
In secondo luogo, il nostro accesso agli eventi della morte, della sepoltura e della risurrezione di Gesù avviene nello stesso modo in cui approcciamo qualsiasi altro fatto storico: attraverso la testimonianza e gli scritti di coloro che erano presenti. È per questo motivo che Paolo elenca tali testimoni, sottolineando che molti di loro erano ancora vivi al momento della sua lettera; potevano quindi essere consultati per verificare le sue affermazioni e confermare la veridicità dei fatti. Per grazia di Dio, la Bibbia costituisce, tra le altre cose, la testimonianza scritta di questi primi testimoni.
In terzo luogo, a differenza di altre religioni come il buddismo, l’induismo e persino l’islam, le affermazioni centrali del cristianesimo sono irriducibilmente storiche.
Gesù è l’unica possibile rivelazione di Dio, entrato nella storia attraverso l’incarnazione (1 Gv 1:1-2). Per l’apostolo Paolo, negare la risurrezione storica di Cristo avrebbe conseguenze tragiche: “Se Cristo non è stato risuscitato, vana è la vostra fede” (1 Co 15:17). In altre parole, ciò che convalida la fede è la veridicità del suo oggetto; in questo caso, la risurrezione di Gesù. Se Gesù non è risorto, si può anche credere, ma la fede è comunque vana e si è tra “i più miseri di tutti gli uomini” (v.19).
In quarto luogo, nel pensiero moderno condizionato dal naturalismo, il termine “storico” viene spesso limitato a eventi le cui cause ed effetti rientrano esclusivamente in una sequenza ordinaria e “naturale”. Secondo tale visione, la risurrezione di Gesù non sarebbe “storica”, poiché questa definizione esclude a priori il miracoloso e spettacolare intervento del potere divino. Al contrario, è decisamente più appropriato considerare storico qualsiasi evento verificatosi all’interno del continuum spazio-temporale, indipendentemente dal fatto che derivi da cause ordinarie o soprannaturali.
In quest’ottica, la risurrezione è a pieno titolo storica: essa si colloca all’interno della storia, sebbene la sua causa sia la spettacolare potenza di Dio, che ha risuscitato l’uomo Cristo Gesù, dandogli un corpo risorto in autentica continuità con quello deposto nella tomba. Tale corpo poteva essere visto, toccato e connesso Gesù poteva mangiare cibo comune. Tuttavia, possedeva anche caratteristiche peculiari, come la capacità di apparire improvvisamente in una stanza chiusa. Si tratta di quel corpo che Paolo fatica a descrivere, definendolo infine “spirituale” o “celeste” (vv.35-44).
6. Il Vangelo è personale
La morte e la risurrezione di Gesù non sono semplici eventi storici, così come il Vangelo non si limita a essere una mera esposizione di concetti teologici. Esso indica, piuttosto, la via della salvezza individuale e personale. “Vi ricordo, fratelli, il vangelo che vi ho annunciato, che voi avete anche ricevuto, nel quale state anche saldi, mediante il quale siete salvati” (1 Co 15:1-2). Di conseguenza, un vangelo puramente storico che non fosse personale e potente si ridurrebbe a un cimelio, mentre un vangelo teologico non accolto con fede e incapace di trasformare le vite rimarrebbe pura astrazione.
7. Il Vangelo è universale
Proseguendo in 1 Corinzi 15, Paolo dimostra che Cristo è il nuovo Adamo (vv. 22, 47-50), fondando una nuova umanità che comprende persone di ogni lingua, tribù, popolo e nazione. In questo senso, il Vangelo è universale, sebbene tale universalità non significa che tutti, senza eccezione, saranno salvati; coloro la cui esistenza è legata esclusivamente al primo Adamo, infatti, non sono inclusi nel secondo Adamo. Tuttavia, questo Vangelo è meravigliosamente universale nella portata della sua chiamata e totalmente privo di ogni traccia di razzismo.
8. Il Vangelo è escatologico
Alcune delle benedizioni ricevute oggi dai cristiani sono essenzialmente escatologiche, appartenenti alla fine dei tempi, sebbene vengano anticipate e possedute già ora. Dio, infatti, dichiara già giustificato il popolo acquistato mediante il sangue di suo Figlio e rigenerato dal suo Spirito: grazie all’opera compiuta di Gesù, il verdetto finale della fine dei tempi è già stato pronunciato sui credenti.
Il Vangelo è escatologico anche in un altro senso, poiché non bisogna accontentarsi solo delle benedizioni presenti: ce ne sono molte altre a venire! Come menziona Paolo alla fine del capitolo (vv.50-54), il Vangelo ci prepara infatti per i nuovi cieli e la nuova terra in un corpo risorto.
Ciò che Paolo predica come questione di primaria importanza è che il Vangelo è allo stesso tempo cristologico, teologico, biblico, apostolico, storico, personale, universale ed escatologico.
(Tratto da Promesses, Rivista di riflessioni bibliche, n. 186, ottobre-dicembre 2013 – Traduzione: Michele Papagna, Assemblea di Manfredonia (FG) – Via Mozzillo Iaccarino).
NOTE:
1 Con il termine “sessione” si indica che Cristo si è assiso, “seduto alla destra di Dio”.
Donald A. Carson è professore emerito di Nuovo Testamento al Trinity Evangelical Divinity School a Deerfield, Illinois ed è cofondatore e teologo di “The Gospel Coalition”. È autore di diversi libri, molti dei quali sono stati tradotti in italiano, come: L’intolleranza della nuova tolleranza, Il Dio che c’è, Fino a quando oh Signore?, Fallacie esegetiche, Un appello per una riforma spirituale, L’amore di Dio: una dottrina difficile e Per amore di Dio. Ha visitato l’Italia in diversi convegni organizzati dai GBU Italia e dall’Assemblea di Sesto San Giovanni (MI).






