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Un patriarca delle assemblee

di Roberto Frache

(Assemblea di Alessandria)

Pasquale Bottino era un fervente cattolico di Calliano, paesino della provincia di Asti: sempre in chiesa, fedele alla madonna, portatore del crocifisso nelle processioni. Non era scosso da dubbi, anche se una volta durante una processione aveva dovuto lasciare in terra il crocifisso per ripararsi di corsa da un grosso temporale e si era chiesto il perché di questo fatto.

Un giorno, poteva essere intorno alla fine del 1800, seppe che a Casorzo, un paese distante circa otto chilometri, c’erano i protestanti. Si propose, da buon cattolico, di andare ad una loro riunione per convincerli dei loro terribili errori.

In un primo tentativo, dopo un lungo cammino a piedi attraverso i campi, arrivato alla porta del locale di radunamento, non ebbe il coraggio di entrare. La seconda volta invece entrò nel locale delle riunioni: con sua grande meraviglia vide le persone che, sedute ordinatamente, leggevano la Bibbia, pregavano e cantavano.

Ne fu molto colpito.

Tornato a Calliano andò dal parroco per spiegargli che quelle persone a Casorzo non erano affatto malvage, ma che leggevano la Bibbia che non era per loro un libro proibito ma anzi la Parola del Signore.

In una parola si convertì.

La vita da allora divenne un inferno: la moglie Margherita per sei lunghi anni gli fece tutti i dispetti immaginabili, i parenti gli tolsero il saluto, in paese era guardato come un appestato.

Ma il Bottino non si arrese. Poiché non aveva frequentato scuole andò da una maestra per imparare a leggere: voleva poter leggere da solo la Bibbia!

La vita in campagna era dura, c’erano i figli da mantenere, tre ragazze e tre ragazzi, e la moglie portava ogni tanto del denaro al parroco per pagare le messe per i suoi cari defunti.

Non serve a nulla – le spiegava il marito – il Purgatorio non c’è, è denaro sprecato…”.

La Margherita, probabilmente anche pungolata da queste affermazioni del Pasquale, andò un giorno dal parroco:

Mi dica, per favore, per quanto05

dovrò ancora dare del denaro prima che i miei salgano in Paradiso?” una domanda lecita ma insidiosa!

Non si può sapere…” fu la risposta del parroco. La Margherita fu colpita da questa risposta “Ma allora ha ragione il Pasquale!” concluse.

Anche per lei ci fu la conversione e la riconciliazione con il marito.

Pasquale rimase a Calliano e ogni domenica, per diversi anni, si recò al culto a piedi a Casorzo. Poi, con la sua testimonianza, nacque presso casa sua un’assemblea che fu per molto tempo attiva nella zona con la conversione di diverse persone di famiglie ben note nel Piemonte: Lanfranco, Franco, Martinengo, Patelli, Torchio.

Ma il Signore benedisse anche la casa di Pasquale: tutti i figli si convertirono e, dopo i loro matrimoni, la loro progenie ha riempito le Assemblee di mezzo Piemonte e non solo.

Le figlie sposarono rispettivamente Biginelli Osvaldo, Genta Guido e Cerrina Massimo; i figli, Buraghi Rosina, Nicola Agostina e Aresca Antonietta. Basta leggere i cognomi che compaiono in questi matrimoni per comprendere, appunto, come il Pasquale Bottino possa essere considerato un patriarca nelle nostre Assemblee.

Una storia lontana, che affonda le radici alle origini delle Assemblee in Italia, ma che mostra come il Signore possa, da un’unica esperienza di fede e di fedeltà, operare per far progredire il suo Regno nello spazio e nel tempo.

Una vita piena

di Gabriele Palminteri

(Comunità Evangelica Epege di Eybens, Francia)


Domenica 2 settembre 1928 fu il giorno di nascita di Giosafat, mio papà, in Sicilia, in un piccolo e antico paese della provincia di Agrigento: Calamonaci. Era il figlio maggiore di una famiglia con tre fratelli e una sorella. I suoi genitori erano persone modeste, lavoravano la terra nei terreni della contrada. Conosco poco della sua infanzia trascorsa in queste terre aride del Sud in questa bella isola; posso solo immaginare che i giochi fossero pochi e che per guadagnare il cibo quotidiano bisognasse darsi da fare e dare aiuto ai genitori. La sua famiglia si trasferì poi a Ribera, località vicina, un comune agricolo con una popolazione più importante e conosciuta soprattutto per la coltivazione delle arance.

Durante la seconda guerra mondiale, nell’aprile del 1943, Ribera fu colpita dai bombardamenti degli Alleati e molte furono le famiglie che persero la propria abitazione: successe anche a Giuseppe e Calogera, i miei nonni. Immagino cosa avrà potuto provare mio papà, adolescente di quindici anni: ritrovarsi senza la casa e dover scappare con la famiglia per trovare rifugio nelle gallerie della ferrovia distante alcuni chilometri. Più avanti con altri familiari trovarono rifugio in un posto più vicino, dentro una grotta; mentre lavorava con gli altri per ampiarla, un grosso masso gli cadde sulle gambe, ma anche quella volta il Signore nella sua misericordia lo salvò dalla morte. Finite le ostilità, la famiglia Palminteri si ritrovò con molte altre famiglie a dover vivere insieme nelle stanze della scuola di Ribera e, questo, fino alla fine della guerra.

Gli Alleati si impegnarono a risollevare il paese mandando aiuti, cibo, medicine, vestiti e beni di prima necessita. Arrivò anche qualche credente missionario per dare un po’ di sollievo spirituale alla popolazione. Franck Carbone fu uno di quelli. Si predicava in piazza a quei tempi, e papà un giorno ascoltò il messaggio del Vangelo e udì la chiamata del Signore Gesù a seguirlo; diverse altre persone del paese fecero lo stesso passo. Così nacque nel dopoguerra, l’assemblea di Ribera, che ancora oggi si raduna in un locale in un cortile di via Francesco Crispi.

In quella chiesa c’erano parecchi giovani come lui e una ragazza gli stava particolarmente al cuore, Caterina Campisi che con sua sorella Ninetta frequentavano con molto interesse ed entusiasmo l’insegnamento della Parola di Dio, dispensato in quel luogo. Dopo qualche tempo di fidanzamento, si sposarono e Franck Carbone, il missionario americano, annunciò la Parola di Dio quel giorno, 16 ottobre 1952. Due anni dopo venni alla luce io, Giuseppe Gabriele, e dopo altri due anni e mezzo nacque anche mio fratello Daniele.

Il lavoro era scarso a quei tempi, papà si dava da fare come poteva, lavorando in campagna con le mucche, scolpendo pietre, fabbricando cestini con le canne, pavimentando le strade di Ribera… tutte le possibilità di lavoro che si presentavano erano accettate per poter mantenere la famiglia. In quel periodo, Filippo, suo fratello si era trasferito con la sua famiglia in Francia per lavorare come operaio in una fabbrica, e gli propose un posto di muratore. Papà accettò. Poco prima, aveva ricevuto una proposta di lavoro per emigrare in Argentina… Quale sarebbe stato il nostro destino se avesse accettato di andare in Argentina? Chissà…

Dover partire per l’estero, lasciando dei figli piccoli e la moglie incinta a casa, nella Sicilia degli anni ’50-’60 era una cosa molto difficile, ma il richiamo di una vita migliore per lui e per i suoi fu più forte. Eliseo, mio fratello aveva solo tre mesi quando, nel fine agosto 1959, accompagnati da Stefano, l’altro fratello di papà, siamo arrivati in treno in Francia. Papà ci aveva preparato un appartamento in una palazzina a Domène, vicino a Grenoble.

Un’altra vita iniziava, piena di speranze, anche se lontano dal sole della Sicilia. Il lavoro nei cantieri non mancava mai per papà. Frequentavamo La Lumière, una chiesa evangelica dove lui si era impegnato a portare il vangelo agli italiani emigrati come lui, organizzando riunioni e predicando con fervore e passione.

Philippe, mio fratello, nacque nel 1961. Abitavamo a Chemin Meney, a Grenoble, nella stessa piccola palazzina dove abitava suo fratello Filippo che lo aveva fatto venire in Francia. La vita sembrava sorridere a tutti noi, papà comprò una macchina. Fino a quando nel 1965 papà fu colpito da un incidente sul cantiere, che gli provocò un forte trauma alla testa. Da quel giorno rimase invalido; iniziarono tempi difficili per tutta la famiglia. Poco a poco la situazione migliorò e ci trasferimmo a Poisat, poi a St Martin d’Hères.

Mia sorella Miracline venne al mondo nel 1969, dopo soli sette mesi di gravidanza, e in circostanze molto difficili. Mamma si rimise pian piano, e papà si diede da fare, comprò per pochi soldi un terreno con una stalla, in campagna. Con le sue mani e con l’aiuto prezioso di sua moglie Caterina e dei suoi figli, edificò quella che fu fino ad oggi la sua casa quaggiù! Come amava coltivare il suo giardino, ore e ore a zappare, togliere erba, piantare verdure, alberi (specialmente fichi) e mangiare con soddisfazione il frutto del suo lavoro!

Anche in questo periodo della sua vita non tralasciò mai il suo impegno di trasmettere il messaggio del Vangelo, amava tanto fare delle visite e non perdeva mai l’occasione di regalare un opuscolo o un calendario biblico (calendari che per amore della salvezza delle anime, non smise mai di mandare ogni anno in Sicilia, ad amici e parenti). Era sempre pronto ad interrompere quello che stava facendo per testimoniare la sua fede nel suo Salvatore a chiunque gli passava vicino. Non si stancava mai! Molti, ancora oggi, ricordano le sue preghiere e la sua gioia di essere in comunione con i fratelli e sorelle delle diverse comunità evangeliche.

Ora papa è col Signore (vedi IL CRISTIANO n. 6/2017; pag. 295): dalla Sicilia alla Francia la sua è stata davvero una vita piena, usata dal Signore per trasmettere ai suoi cari in famiglia prima di tutto, e poi a tanti altri, le ricchezze del Vangelo.