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Chiamati alla rinuncia di sé

 

Tutti abbiamo un’immagine di noi stessi.

Alcuni proiettano un’immagine di chi vorrebbero essere, altri di ciò che vorrebbero che gli altri pensassero di loro.

Altri ancora proiettano un’immagine di chi dovrebbero essere secondo un proprio senso di moralità o secondo parametri esterni, siano essi sociali o religiosi.

In tutti questi casi, un problema sorge nel momento in cui la persona realizza che vi è uno scarto fra ciò che dovrebbe e/o vorrebbe essere e ciò che è.

 

Questo scarto è foriero di complessi di inferiorità, sensi di colpa, insicurezze, ansie e depressione.

 

Lungi dall’additare a soluzione del problema una lunga ricerca di equilibrio psicologico, la Parola di Dio elimina il problema alla radice, chiamando alla rinuncia all’immagine di sé per vivere per Dio.

L’immagine di noi che proiettiamo, infatti, altro non è che una proiezione del nostro “io” o, nelle parole dell’apostolo Paolo, della nostra carne. Rinunciarvi significa, perciò, rinunciare al nostro “io”.

 

Molte persone, credenti e non, spendono la propria vita cercando di salvare tale immagine, cercando, cioè, dicolmare lo scarto che continua a ripresentarsi fra ciò che vorrebbero e/o dovrebbero essere e quello che sono realmente.

Ma lo scarto rimane.

In effetti, il tentativo di colmarlo non fa che nutrire il proprio “io” e rendere la persona schiava di sé stessa.

 

 

Salvati da sé stessi!

 

È soltanto nel momento in cui la persona rinuncia alla propria immagine, scegliendo di non salvare sé stessa, che essa si pone nella condizione di essere salvata da sé stessa.

 

È solo allora che la persona scoprirà che Dio ha già colmato il divario fra ciò che essa dovrebbe essere per Dio e ciò che realmente è.

Lo ha fatto per mezzo della sua grazia.

 

Chi è nella grazia è già quello che dovrebbe essere ed è già quello che dovrebbe desiderare di essere.

La grazia cancella il bisogno di proiettare un’immagine del proprio “io”, perché dà al credente una nuova identità.

Il credente è in Cristo.

Egli non deve fare nulla per esserlo.

Non deve proiettare una nuova immagine di sé. Lo è e basta!

Sulla croce, infatti, Gesù ha già colmato il baratro che lo separa dall’immagine perfetta di Dio. La carne, dal canto suo, cerca ancora di avere il sopravvento su di lui, incitandolo a proiettare nuove immagini del proprio“io”.

La risposta a ogni nuova sfida che la carne pone rimane però la stessa:

“Io SONO in Cristo” (Ro 8:1).

 

 

Il frutto della grazia

 

Se il frutto del mio desiderio di conformare me stesso all’immagine del mio “io” erano complessi di inferiorità, sensi di colpa, insicurezze, ansie e depressione, il frutto della grazia è ora libertà, pace, gioia e la vita di Gesù in me.

 

Paolo poteva dire che:

 

• chi realizza la realtà della grazia nella propria vita non ha più la necessità di vivere per sé stesso, ma ha la libertà di vivere per Dio (2Co 5:15),

• non è più animato dal proprio “io”, ma dalla vita di risurrezione di Gesù in lui (Ga 2:20).

 

Chi realizza la realtà della grazia nella propria vita non deve più cercare di sostanziare un’immagine che soddisfi la propria carne, poiché ha l’immagine di Dio impressa in sé.