La diaspora del popolo ebraico
“Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono mandati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come la chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto! Ecco, la vostra casa sta per esservi lasciata deserta …” e riguardo agli edifici del tempio: “Non sarà lasciata qui pietra su pietra che non sia diroccata” (Mt 23:37 a 24:2).
La fine venne come un’inondazione: nell’anno 70 d.C. le legioni di Tito Vespasiano Flavio cinsero d’assedio Gerusalemme, la città fu presa e rasa al suolo, la stessa sorte toccò al maestoso tempio che dominava Gerusalemme dal monte Moriah che Erode (il Grande, 73-4 a.C.) aveva completamente restaurato e abbellito.
L’arco di Tito a Roma, sotto il quale sfilarono i vincitori, ornato con bassorilievi raffiguranti oggetti del tempio quali la Menorah e scene dei deportati, è ancora oggi testimone di quegli avvenimenti. Una seconda rivolta, avvenuta nel 132 d.C., fu sedata da Adriano che disperse la popolazione e ribattezzò il territorio come “Syria Palaestina”. Iniziava per il popolo ebraico la fase più dolorosa della sua storia, quella della diaspora, su cui si innestarono tante leggende e infiniti falsi storici, in primis il famigerato “I protocolli dei savi anziani di Sion”; in termini moderni: fake news.
Alle origini del Sionismo
Ogni buon israelita ha sempre creduto alle parole di Ezechiele:
“Perciò dì: Così parla Dio, il Signore: sebbene io li abbia allontanati fra le nazioni e li abbia dispersi per i paesi, io sarò per loro, per qualche tempo, un santuario nei paesi dove sono andati. Perciò dì: Così parla Dio, il Signore: io vi raccoglierò in mezzo ai popoli, vi radunerò dai paesi dove siete stati dispersi, e vi darò la terra d’Israele…Io darò loro un medesimo cuore, metterò dentro di loro un nuovo spirito, toglierò dal loro corpo il cuore di pietra e metterò in loro un cuore di carne” (Ez 11:16-21).
Il Sionismo, movimento politico e culturale che si è affacciato alla fine del XIX secolo, si era posto come obiettivo quello di dar vita ad una “casa per ebrei” nel territorio dell’antica Palestina. Il movimento fu inizialmente espressione laica, non condivisa dai religiosi, che sommava espressioni della destra radicale, liberali (Theodor Herzl) e socialiste.
In Palestina era sempre rimasto un minuscolo residuo ebraico, tollerato dall’Islam molto più di quanto non avessero fatto le popolazioni “cristiane” d’occidente.
L’emigrazione, “il ritorno” iniziò nel 1882 con un primo piccolo gruppo di pionieri, prevalentemente studenti, che trovarono un ambiente ostile quanto al clima, alla malaria e all’ostilità degli arabi e del governo turco (la Palestina era parte dell’impero ottomano).
Una seconda ondata immigratoria si ebbe nel 1904, composta perlopiù da giovani operai appartenenti ai primi movimenti socialisti, a causa delle persecuzioni nella Russia Bianca.
Questi posero le prime basi di una organizzazione comunitaria e nel 1909 sorse a Degania il primo villaggio collettivo, forte di nove persone, un mulo e un aratro.
Con il passare degli anni e con il sopraggiungere di nuove ondate immigratorie, sull’esperimento di Degania nacquero le aziende agricole collettive, i Kibuzim (plurale di Kibuz che significa letteralmente “raggruppamento”), comunità religiose ortodosse, religiose operaie, socialdemocratiche, socialrivoluzionarie, etc. che hanno cambiato la fisionomia di buona parte del Paese mediante bonifiche idrauliche, rimboschimenti e trasformazione delle lande desertiche in seminativi, orti e frutteti.
«Ogni kibuz è diretto dall’Assemblea Generale di tutti i suoi membri, i quali lavorano per la collettività e da questa, secondo le sue possibilità finanziarie, ricevono quanto loro occorre. I mezzi di produzione e tutti gli altri beni sono proprietà comune, i servizi domestici e sociali sono organizzati in modo collettivo; esistono cucine e sale da pranzo comuni, giardini d’infanzia e case d’abitazione per i bambini, lavanderie e magazzini centrali…Il kibuz è essenzialmente un sistema di vita, …sempre su basi agricole…conta per lo più da 200 a 1500 anime e l’estensione delle sue terre varia grandemente secondo l’età del kibuz, i tipi di coltura e le zone del paese.»
Nel dicembre del 1918 la popolazione censita era composta da 795.000 anime di cui 600.000 arabi (i 3/4 della popolazione), 84.000 cristiani, 55.000 ebrei e 11.000 di altre comunità religiose, con una densità di 29 abitanti per chilometro quadrato.
La dichiarazione Balfour non fu soltanto britannica, essa aveva un valore internazionale poiché adottata da altre potenze quali, in ordine di tempo: la Francia, l’Italia (9 maggio 1918) e gli Stati Uniti d’America. L’assenso venne dato dalle potenze vincitrici del primo conflitto mondiale nella Conferenza di Sanremo del 19-26 aprile 1920 e poi dalla delibera della Società delle Nazioni approvata all’unanimità da 51 paesi il 24 luglio 1922, che istituiva il mandato britannico della Palestina con lo scopo di costruire una patria per il popolo ebraico e il diritto di stanziarsi in quella parte del territorio compresa tra il fiume Giordano e il mar Mediterraneo.
Fu proprio dalle spoglie dell’impero ottomano che nacquero nel 1920-21 l’Egitto, la Siria, il Libano, l’Irak e la Palestina. Nel 1922 la Gran Bretagna scorporò dalla Palestina la Transgiordania (chiamata più tardi Giordania) creandone uno stato nazionale.
La posizione dell’Italia sulla questione ebraica in epoca fascista
In Italia il fascismo stravolse l’accoglimento della precedente visione italiana su una home house per gli ebrei e sul mandato per la Palestina.
Le opinioni del nuovo governo italiano sono chiaramente riassunte negli scritti di Romolo Tritonj, console generale in Gerusalemme dal 26 settembre 1921 al 15 luglio 1922 e riassunte, dopo altri scritti, in un lungo articolo comparso nel fascicolo del 1° giugno 1930, anno VIII dell’era fascista della Nuova Antologia. Secondo Tritonj la dichiarazione Balfour potrebbe essere tramandata alla storia sotto la dizione di “pasticcio di Balfour”… “Per l’Italia la Jewish Home non ha rappresentato vantaggi politici ma le ha cagionato il danno per avere offerto il mezzo di sostituire all’internazionalizzazione della Terrasanta…l’esclusività all’Inghilterra …”, Tritonj abbraccia dunque appieno, sul tema, i sempiterni obiettivi politici del Vaticano arrivando infine a rinnegare la precedente politica sabauda e lamentando che l’Italia, nel Convegno di Sanremo “dovette ratificare questo proprio danneggiamento…”.
Va chiarito che gli israeliti giunti in Palestina (77.751 nel decennio 1918-1928) non occupavano altro che le terre legittimamente acquistate dal Fondo Nazionale Ebraico dai latifondisti palestinesi, in primo luogo da Sarkouk (tra il 1921 e il 1925) e da altri latifondisti minori.
Tritonj era un fermo antisionista, lamentava i progressi del bolscevismo in Terrasanta e dichiarava che «la razza ebraica non ha ragione di esistere, deve sparire».
Ugualmente acceso antisionista era Clemente Giannini: “È ben risaputo che la disgregazione della Russia è stata più che altro causata dagli Ebrei e una gran parte della sconfitta della Germania e dell’Austria è da attribuirsi a loro”.
Nava invece, uomo accorto e ben equilibrato, non prende posizione sulla Erez Israel (Terra di Israele): egli rileva semplicemente che storicamente, nel rivendicare quella terra, i sionisti partono dall’anno 70 dell’era volgare (guerra giudaica e distruzione di Gerusalemme), mentre gli arabi dall’anno 638/639 con la conquista del secondo califfo Omar, che segnò la fine del dominio bizantino.
Le vie della violenza non si fecero attendere, a cominciare dal 1920. Una delle vicende più atroci fu quella di fine agosto del 1929 (200 morti israeliti tra uomini, donne e bambini), al grido di “La religione di Maometto venne con la spada” e si estese in molte altre città. “Feroci specialmente furono i disordini in Hebron dove il massacro degli ebrei fu spietato e dove gli arabi si dettero anche al saccheggio delle case israelite: furono anche seri in Nablus ed in Safed”.
Le leggi razziali emanate dal regime fascista tra l’estate e l’autunno del 1938 segnarono in Italia uno spartiacque tra tolleranza e persecuzione: prima di allora la politica e la cultura si interessavano ancora occasionalmente del tema degli ebrei in Palestina.
Tra l’estate e l’autunno del 1938 il governo fascista emanò il corpus delle leggi razziali e il tema del sionismo cadde nel dimenticatoio. Un gruppo di “dieci studiosi” (medici, biologi, naturalisti, docenti universitari) sottoscrissero il “Manifesto della Razza” che costituì la premessa e il fondamento delle leggi razziali. A quei dieci personaggi seguirono numerosissime adesioni di intellettuali, politici e religiosi che sottoscrissero il documento.
Dai primi insediamenti allo Stato d’Israele
Nel maggio 1948, data di fondazione dello Stato Ebraico, su quella superficie mandataria dimoravano 650.000 ebrei su una popolazione complessiva di 1.450.000 abitanti, poco meno di metà della popolazione totale. Ulteriori minuziose statistiche e considerazioni geopolitiche e agrarie possono essere desunte, oltre che dallo scritto citato, da un secondo lavoro della predetta autrice (Elena Vita Finzi Ottolenghi, ben nota agli studenti delle Facoltà di Agraria) comparso sulla Rivista di Economia Agraria del 1956 oltre che dall’articolo di Silvio Nacamuli pubblicato sulla stessa Rivista nel 1948.
Il mondo socialista e comunista era così entusiasta dell’esperienza dei kibuz e dell’orientamento a sinistra delle sue popolazioni che nella seduta dell’Assemblea Generale ONU del 29 novembre 1947, persino la Russia stalinista diede il voto favorevole al piano di partizione della Palestina in due stati, uno ebraico e l’altro arabo. Tra gli astenuti il Regno Unito che, nel corso del mandato, aveva resistito con fermezza alle istanze ebraiche.
Anche Remigio Baldoni, professore notissimo negli ambienti scientifici e culturali agrari, in un settimanale del Partito Liberale tesseva le lodi dell’organizzazione e laboriosità dei kibuz auspicando che trovassero una qualche applicazione anche in Italia.
I Paesi arabi rifiutarono il Piano di partizione (Risoluzione 181) e la presenza di un popolo ebraico in Palestina, in quanto quel territorio viene considerato “waqf”, cioè un lascito eterno, dando origine, nel corso degli anni, alla ben nota serie di guerre per estromettere gli ebrei.
In un lungo articolo il professor Nava affronta il tema dell’immigrazione ebraica in Palestina, della sua distribuzione nel territorio e degli sviluppi agricoli e industriali del Paese.
Rileva anzitutto le enormi incertezze sulla effettiva superficie della Palestina Mandataria, stimata in 26.000.000 di dunâm e che la Commissione Simpson, inviata dopo i torbidi del 1929, aveva ricondotto alla cifra di 13.700.000 dunâm, pari a Kmq 13.700. Di questa, solo 1.855.000 dunâm erano irrigabili.
L’elemento ebraico possedeva in totale 1.200.000 dunam (Kmq 1.200), prevalentemente lungo la pianura costiera, nella regione a S-O di Tiberiade, in quella del Lago Huleh e nell’Alto Giordano, circa 180.000 dei quali inutilizzabili ai fini agricoli. La proprietà terriera ebraica era stata costituita in buona parte, più di 1/3 almeno, nell’anteguerra della Prima Guerra Mondiale.
Il censimento del 1931 ha rilevato 1.035.000 abitanti dei quali 10/11 arabi e il rimanente 1/11 ebrei. Di questi, erano dediti all’attività agricola 465.000 individui di cui 425.000 arabi (9,14%) e 40.000 ebrei (0,086%). Sia gli ebrei che gli arabi coltivavano gli agrumi in egual misura mentre l’olivicoltura era quasi esclusivamente araba. Prevalevano nettamente gli arabi nella coltivazione dell’orzo, mentre la coltivazione del frumento si equivaleva, la viticoltura era per 3/4 araba così come la coltura del sesamo e del tabacco (con relative manifatture); il lino e la floricoltura erano coltivazioni prettamente ebraiche. Quanto all’allevamento del bestiame, gli arabi praticavano ancora la tradizionale transumanza, spostandosi con le greggi e dormendo nelle tende o all’addiaccio, mentre l’agricoltura ebraica era stanziale.
La meccanizzazione delle coltivazioni era molto avanzata nelle coltivazioni ebraiche mentre gli arabi usavano l’aratro a chiodo di plurimillenaria memoria e una zappetta per ricoprire il seme.
Le industrie illustrate assumevano quasi dappertutto connotazioni familiari e artigianali (oleifici, falegnamerie, cererie, saponifici, etc.).
L’unica industria degna di tale nome era costituita dall’estrazione di minerali dal Mar Morto.
L’organizzazione igienico-assistenziale e culturale sionista di quei tempi era formidabile e non aveva pari in tutto il Medio Oriente. «Essa contava una settantina tra ospedali e cliniche, tre centri per la cura dei bambini, una scuola materna, due sanatori sul Monte Carmelo oltre a dispensari vari, 117 asili d’infanzia, 95 scuole primarie e 12 secondarie, e una università a Gerusalemme».
Per concludere, pensando all’antisemitismo e all’antisionismo che ha pervaso popoli sedicenti cristiani, vale la pena ricordare un brano che zampilla, come limpida acqua di fonte, dalla saggezza biblica:
«Se uno dice: “io amo Dio”, ma odia suo fratello, è bugiardo; perché chi non ama suo fratello che ha visto, non può amare Dio che non ha visto» (1 Gv 4:20).
(N.D.R.: Ringraziamo il fratello Todaro per il dettagliato lavoro di ricerca che, per ragioni di spazio e con il suo consenso, abbiamo sintetizzato. L’elenco delle fonti citate, anch’esso accuratamente inviato dall’autore, sarà messo a disposizione dei lettori che ne faranno richiesta).






