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Un problema diffuso

La lamentela è qualcosa che a partire dagli ultimi decenni fa parte delle nostre vite più di quanto non osiamo immaginare. Ci lamentiamo della mancanza di soldi, eppure non siamo nel bisogno, ci lamentiamo del poco tempo a disposizione, eppure lavoriamo meno ore dei nostri nonni e il tempo per cose futili riusciamo sempre a trovarlo, ci lamentiamo ancora delle persone e delle relazioni, pur vivendo in un tempo di relativa pace e di maggiore tolleranza, in cui la conoscenza è più diffusa rispetto al passato.

Dalla società alla chiesa

Questo ci porta a concludere che forse la lamentela sia qualcosa di insito nell’uomo, uno stato di angoscia che si cela dietro l’angolo, a prescindere dalla condizione in cui ci troviamo. Insomma, anche se avesse tutto, probabilmente l’uomo sarebbe capace di lamentarsi ugualmente. E mai come oggi la lamentela e il malcontento sono insiti in noi non per un qualche bisogno preciso, ma solo per una malsana abitudine, non perché realmente manchi a noi qualcosa, ma perché lamentarsi è diventato quasi un passatempo, un piacere, un modo per parlare e condividere qualcosa con le persone che sicuramente approveranno ciò che diciamo. In una società che forse ci ha viziati, siamo diventati come dei bambini alla ricerca di qualunque buon motivo per chiedere di più e dimostrare di non avere mai abbastanza.

Se è vero che questo è il quadro della nostra società, dobbiamo però ammettere che tutto ciò ha delle importanti ripercussioni all’interno delle nostre chiese, le quali possono essere viste come microsocietà. In qualche modo ciò che accade lì fuori entra in positivo o in negativo e in maniera più o meno velata dentro le nostre chiese. E così vale anche per la lamentela. I credenti non sono mai soddisfatti abbastanza della propria chiesa, essi pensano e riflettono a ciò che potrebbe cambiare, andare meglio, essere modificato.

Ciò porta spesso al malcontento, e alla distrazione, perché invece di godere pienamente dei culti e degli incontri, si passa il tempo a concentrarsi sulle piccole cose che vanno fuori posto rispetto a come vorremmo noi che funzionassero. Un canto che non ci piace molto, una preghiera imperfetta di un fratello, una predica un po’ troppo lunga, possono portarci a non avere il cuore e la mente concentrati verso il vero protagonista dei nostri incontri che è Dio. Spesso guardiamo sui social le altre chiese come in una vetrina: foto splendide, persone che sembrano felicissime, musica e strumenti all’avanguardia, e ci lamentiamo che la nostra non sia così. Magari stiamo anche bene nella nostra chiesa, ma si insidia in noi sempre l’idea che “potrebbe andare meglio”.

Come il popolo d’Israele

Non c’è esempio più calzante di quello del popolo di Dio, il quale si lamentò a più riprese con Lui. Nel deserto gli Israeliti mormorarono contro Mosè perché mancava il cibo e rimpiansero l’Egitto dicendo: “Fossimo morti per mano del Signore nel paese d’Egitto …” (Es 16:2–3). Più tardi, per la mancanza d’acqua il popolò protestò duramente dicendo: “Perché ci hai fatti uscire dall’Egitto per farci morire di sete?” (Es 17:1-3). E ancora in Numeri 11:4–6 il popolo si lamentò della manna e rimpianse i cibi dell’Egitto.

Da questi episodi emergono alcuni principi sulla lamentela. Il primo è che il malcontento ci fa vedere ogni cosa in maniera negativa, è un sentimento che tende ad estremizzare le cose. Proprio come il popolo arrivò a desiderare di essere morto in Egitto piuttosto che vivere in quelle condizioni, anche noi possiamo arrivare ad avere pensieri così estremi da perdere il discernimento e la saggezza.

Un secondo aspetto riguarda il vivere la lamentela sapendo che la soluzione che abbiamo in mente noi sarà sempre la migliore. Come il popolo pensava che essere usciti dall’Egitto non fosse stata una buona idea, e criticò l’opera di Dio, così può capitarci di pensare di essere gli artefici delle nostre chiese, di sapere noi meglio di chiunque altro cosa funzionerà e cosa no, quando invece la Chiesa è nelle mani potenti e perfette di Cristo. A volte pensiamo che il malcontento sia rivolto solo verso fratelli e sorelle o il funzionamento della chiesa, ma quando ci lamentiamo di queste cose, in realtà stiamo implicitamente criticando l’opera di Dio e non ci stiamo fidando di Colui che è il fondatore della chiesa.

Un terzo aspetto è il malcontento che deriva dal “passato glorioso”. Il popolo rimpianse i cibi dell’Egitto, ma adesso viveva un altro tempo, un altro momento, e non per questo il Signore era meno presente o li amava meno, anzi, Dio li aveva appena liberati compiendo un’opera potente. Il popolo, senza troppa gratitudine guardò subito al bisogno, al paragone col passato, a ciò che mancava, e spesso è ciò che accade a noi quando facciamo continui paragoni con un passato che spesso ci capita di mitizzare, perdendo per strada ciò che Dio sta compiendo proprio ora, e sostituendo alla gratitudine, il malcontento.

La metafora del vortice

L’idea di un vortice a spirale rende bene il concetto della lamentela e delle sue implicazioni. Immaginiamo la lamentela come un vortice di vento forte che passa e coinvolge tutto ciò che trova, un vortice che inizia a raccogliere potere e avanzare sempre più impetuoso. Il malcontento ha un impatto sull’ambiente intorno a noi anche se non ce ne rendiamo conto, inizia piano piano e finisce per coinvolgere tutto e tutti soprattutto se si tratta di chiesa. Iniziamo a lamentarci di una cosa, poi di un’altra, e così via diventando un piacevole passatempo scoprire nuove cose di cui lamentarsi.

E con chi farlo, con noi stessi? No, diventa più significativo condividere la lamentela con gli altri, così coinvolgiamo nel nostro vortice altri fratelli e altre sorelle che magari non si erano accorti di quel problema, e lo facciamo diventare tale anche ai loro occhi. E così introduciamo il malcontento in altri e come in una reazione a catena il mormorio prende piede in maniera strutturale nelle nostre chiese. Il vortice è anche come un fuoco che divampa, un moto circolare che ci porta sempre più giù, una condizione stagnante da cui diventa difficile uscire. Può capitare di riconoscere di essere diventati lamentosi, ma liberarsi di questa abitudine è davvero complicato, perché diventa parte di noi e delle nostre conversazioni ricorrenti. Ci lamenteremo finché la nostra chiesa non sarà come diciamo noi? O riconosceremo che la lamentela è diventata in noi un vero e proprio peccato da confessare e lasciare ai piedi del Signore?

Lamentela no, atteggiamento propositivo sì

Certamente non è sbagliato desiderare la crescita, il rinnovo e il cambiamento delle nostre chiese, ma come abbiamo visto la lamentela non costruttiva diventa un passatempo inutile e un vortice dannoso. Stimare la nostra chiesa invece ci farà desiderare ancor di più il suo miglioramento, con un sentimento di pace e soddisfazione saremo in grado di proporre ciò che potrebbe portare la nostra chiesa alla crescita, proprio come quando vogliamo il bene di un figlio, stimiamo le sue qualità, lo amiamo, e vogliamo che cresca al meglio delle sue potenzialità.

È straordinario considerare i versetti che precedono e seguono la celebre frase dell’apostolo Paolo: “Fate ogni cosa senza mormorii e senza dispute” (Fl 2:14). È una sorta di proverbio che conosciamo a memoria, ma così difficile da applicare se non ci aggrappiamo a ciò che Dio insegna nel contesto di questa frase. Il versetto 13 infatti ci ricorda che “È Dio che produce in noi il volere e l’agire, secondo il suo disegno benevolo”. Il nostro volere e il nostro agire devono necessariamente allinearsi a quelli di Dio se siamo figli suoi, e sapere che la chiesa è il braccio di Cristo, sono i suoi piedi, la sua mente, il corpo suo, ci darà fiducia del fatto che la microsocietà della chiesa ha qualcosa di soprannaturale rispetto alla società lì fuori. Qui le cose non le gestiamo noi, la sovranità di Dio guida e conduce le nostre chiese, e dobbiamo fidarci di questo. Se chiederemo in preghiera a Dio di produrre in noi quel volere e quell’agire che dipendono dal suo disegno benevolo, siamo sicuri che non avremo modo di lamentarci, e che faremo ogni cosa senza mormorii, perché non è nel suo volere questo tipo di atteggiamento.

Il versetto 15 invece ci indica il motivo per cui non dobbiamo fare le cose con lamentela: “perché siate irreprensibili e integri, figli di Dio senza biasimo in mezzo a una generazione storta e perversa, nella quale risplendete come astri nel mondo tenendo alta la parola di vita”. Come possiamo risplendere come astri su questa terra se facciamo esattamente ciò che fa la società lì fuori, se abbiamo lo stesso atteggiamento di lamentela? Come potranno quelli di fuori accorgersi della stima che abbiamo per i nostri fratelli e le nostre sorelle, del piacere che proviamo nello stare alla presenza di Dio e vivere la Chiesa, se non siamo pienamente soddisfatti in essa ma viviamo ogni cosa con uno spirito di scoraggiamento? Lo spirito propositivo che dovremmo adottare è invece quello che proviene da un cuore di pace, che crede nella potenza di Dio, si fida della sua sovranità, e pur vedendo le imperfezioni della chiesa, sa che essa è il corpo di Cristo, e che nonostante tutto si può vivere la sua piena presenza proprio lì. Infine, se una chiesa ha bisogno di un vero risveglio spirituale per un motivo qualsiasi, sicuramente la lamentela non aiuterà anzi, renderà la situazione ancora più stagnante, per cui il Signore ci incoraggia a lasciare il malcontento ai suoi piedi, a guardare al capo della nostra chiesa locale che è Cristo, e a fidarci di Lui con un atteggiamento pacifico e propositivo.