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Introduzione

Domande come quelle elencate hanno in vario modo suscitato l’interesse di filosofi e teologi d’ogni epoca, ma più di recente hanno assunto una veste per certi versi più inquietante, col diffondersi sempre più capillare e pervasivo di strumenti e sistemi di controllo governati dall’Intelligenza Artificiale (IA). Già il solo fatto che la chiamiamo “intelligenza”, termine da sempre riferito a forme di vita dotate di raziocinio e volontà autonoma, ci sfida implicitamente a riflettere su cosa distingua quell’intelligenza dalla nostra, al di là di un aggettivo piuttosto vago messo lì accanto per qualificarne l’origine non-naturale. Se ci troviamo di fronte a un qualcosa che a tutti gli effetti è dotata come noi d’intelligenza, cosa ci distingue da essa? Che cos’è che qualifica e conferisce valore e peculiarità all’essere umano?

La risposta a queste domande è tutt’altro che scontata, perché dipende dai criteri a cui facciamo riferimento per determinare il valore della vita umana. In fondo, la stessa cosa vale per un qualsiasi oggetto. Un gioiello può essere valutato usando come criterio la preziosità dei suoi componenti, oppure l’abilità artistica di chi l’ha modellato, oppure anche la sua storia passata, se è appartenuto a qualche personaggio famoso. Se poi dovesse trattarsi di un ricordo di una persona cara che non c’è più, per noi quel gioiello potrebbe addirittura assumere un valore inestimabile. D’altronde però, se utilizzassimo anche per la vita umana un analogo criterio soggettivo, tale per cui il valore che le diamo dipende dai nostri legami sentimentali, potremmo lecitamente giungere a dare più valore alla vita del nostro affettuoso animale da compagnia rispetto a quella del nostro dirimpettaio antipatico o anche solo sconosciuto.

Abbiamo dunque bisogno di criteri oggettivi con cui attribuire un valore alla vita umana, ma quali?

La complessità delle nostre funzioni intellettive come misura della nostra dignità?

Il dibattito sulla peculiarità o meno dell’essere umano rispetto alle altre specie viventi affonda le sue radici filosofiche nell’antica Grecia, laddove sia Platone che Aristotele indicavano nella razionalità, il logos, l’elemento peculiare alla base di una differente dignità dell’uno rispetto agli altri. Non è raro tutt’oggi sentire affermazioni del tipo “l’uomo agisce razionalmente, mentre gli animali per istinto”, una frase alla prova dei fatti largamente approssimativa, se si considerano le forme altamente sofisticate di apprendimento documentate nel mondo animale e, per contro, del ruolo tutt’altro che secondario della componente istintiva nel comportamento umano. È stato infatti soprattutto lo sviluppo del pensiero scientifico, a partire dal XVII° secolo, con lo studio sperimentale della fisiologia umana e animale, che ha portato a far prendere sempre più piede l’idea che la distinzione tra l’uomo e le altre specie animali sia riconducibile solo a differenze di tipo quantitativo, piuttosto che qualitativo. Un’idea che ha poi trovato ulteriore legittimazione con l’affermarsi della teoria darwiniana dell’evoluzione delle specie, in base alla quale l’uomo, o meglio l’homo sapiens, altro non sarebbe che il punto ad oggi più estremo di una delle tante diramazioni attraverso cui si è finora evoluta la vita sulla terra, e dunque privo di qualsiasi elemento qualitativamente distintivo rispetto agli altri animali, se non un maggior grado di complessità dei suoi processi cognitivi.

Questa visione puramente meccanicistica della vita umana è alla base anche di quel tentativo di ricondurre ogni aspetto della nostra identità – il nostro carattere, la nostra volontà, i nostri sentimenti, la nostra coscienza morale e finanche la nostra spiritualità – al solo prodotto dell’attività dei nostri circuiti cerebrali, per quanto complessi e in larga misura ignoti possano essere. Questo tentativo non è nuovo. Già alla fine dell’800 era in voga quella scuola di pensiero denominata “frenologia”, che pretendeva di identificare aree circoscritte della corteccia cerebrale che presiedevano a tratti peculiari della personalità dell’individuo. Il maggiore o minore sviluppo di quelle aree avrebbe poi dovuto trovare un corrispettivo nella forma del cranio della persona, al punto tale che anche il suo aspetto esteriore avrebbe dovuto essere indicativo del suo carattere, delle sue doti e persino della sua predisposizione a commettere atti criminosi. Adesso tutto ciò può farci sorridere, ma gli echi di quella teoria li percepiamo tutt’ora quando parliamo di persone che hanno il bernoccolo della matematica o semplicemente reputate più intelligenti perché hanno la fronte alta e spaziosa.

Al giorno d’oggi la frenologia è stata giustamente derubricata a pseudo-scienza, tuttavia, le moderne neuroscienze continuano a muoversi nella direzione di cercare di identificare quali siano i circuiti nervosi e i fattori chimici responsabili delle nostre forme di comportamento più complesse. Questo avviene in studi condotti su animali da laboratorio, con tecniche altamente sofisticate che permettono di interferire sull’attività di discrete popolazioni di cellule cerebrali, correlandole a modificazioni del loro comportamento, ma anche in studi sull’uomo, utilizzando tecniche quali la Risonanza Magnetica Funzionale (fMRI), in grado di mostrare in tempo reale la funzionalità di aree cerebrali selezionate durante l’esecuzione di compiti specifici, evidenziando dunque il loro ruolo coordinato nei processi cognitivi più elaborati.

Sono questi i presupposti che hanno fatto sì che al giorno d’oggi, pur continuando ad essere riconosciuto il valore e la dignità della vita umana, tale da ritenerla depositaria di diritti inalienabili, questa dignità non trovi più il suo fondamento sulla peculiarità dell’essere umano rispetto agli altri esseri viventi, ma sul maggior grado di complessità delle sue funzioni cerebrali. A conferma di ciò, oggigiorno non si parla più solo della necessità di preservare o proteggere gli animali, ma piuttosto di garantire la tutela dei loro diritti, tanto più assimilabili a quelli dell’uomo quanto più complesso è il loro cervello e sofisticate le loro abilità cognitive.

La sgradita intromissione dell’Intelligenza Artificiale

Cosa c’entra tutto questo discorso con l’Intelligenza Artificiale (IA)? C’entra perché, se la nostra identità di esseri umani, quindi il nostro valore e la nostra dignità, sono solo il prodotto del livello di complessità delle nostre funzioni cerebrali, che differenza c’è allora tra noi e un qualcosa che si sta rivelando in grado di elaborare le informazioni in maniera molto più efficiente, affidabile, rapida e razionale del nostro cervello? Ci attende forse un futuro prossimo in cui dovremo riconoscere all’IA una dignità pari, se non addirittura superiore, a quella dell’essere umano? Ci stiamo forse masochisticamente rendendo responsabili della nostra stessa futura estinzione, essendo noi artefici di una forma di vita ancora più evoluta dell’homo sapiens?

Queste domande potrebbero sembrare solo frutto dell’influenza di un qualche avvincente film di fantascienza, ma sono domande che filosofi e scienziati contemporanei si stanno ponendo, a partire da uno dei “padri” dell’IA, Geoffrey Hinton, insignito nel 2024 del Premio Nobel per la Fisica proprio in virtù del suo contributo al suo sviluppo, il quale nel 2023 si è dichiarato addirittura pentito del suo lavoro e preoccupato per la possibilità che in futuro l’IA possa sfuggire al nostro controllo1.

D’altro canto però è stata proprio questa sgradita intromissione dell’IA nella narrativa dominante puramente meccanicistica circa la natura dell’essere umano, a sollecitare un ritorno alla riflessione su chi sia realmente l’uomo, se davvero ciò che lo definisce e gli dà valore vada ricercato nell’efficienza dei suoi circuiti cerebrali. Oppure altrove.

La dignità dell’uomo, un prodotto esclusivo della grazia e dell’autorità divina

La Parola di Dio, invece, pone l’uomo in una duplice posizione: da una parte lo mette sullo stesso piano di qualsiasi altro animale, e al contempo gli conferisce una posizione unica e qualitativamente separata.

Troviamo infatti scritto che “il Signore formò l’uomo dalla polvere della terra” (Ge 2:7). Un’origine pienamente integrata nella realtà materiale e corruttibile della creazione, e che troverà poi riscontro nelle parole sarcastiche che Dio rivolge ad Adamo dopo la sua caduta: “sei polvere e in polvere ritornerai” (Ge 3:19). Un uomo dunque creato a partire da elementi materiali, a cui poi Dio conferisce energia vitale, rendendolo nephesh, anima vivente (Ge 2:7). In realtà, però, anche con quest’atto l’uomo non si distingue dal resto degli animali, perché anch’essi hanno in sé nephesh, soffio di vita (Ge 1:30). Questa premessa è importante, perché fa sì che chi crede nelle Scritture non si trovi in alcun imbarazzo nel constatare che i processi biologici del proprio organismo, fino alle proprietà delle sinapsi del proprio cervello, siano in tutto e per tutto simili a quelli che si osservano in altri animali, con differenze al limite solo quantitative, e non qualitative.

Al tempo stesso però la Scrittura pone l’uomo in una posizione qualitativamente distinta dal resto della creazione, attraverso un atto creativo unico e speciale:

“Poi Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, conforme alla nostra somiglianza, e abbiano dominio sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutta la terra e su tutti i rettili che strisciano sulla terra». Dio creò l’uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio; li creò maschio e femmina.” (Ge 1:26-27)

Fiumi d’inchiostro sono scorsi per suggerire in cosa possa consistere quella immagine e somiglianza di Dio: la nostra intelligenza? La nostra razionalità? La nostra creatività? La nostra coscienza morale? La nostra religiosità? Personalmente non escludo che questi o altri elementi possano essere a qualche livello coinvolti, ma forse stiamo persistendo ancora nell’errore di cercare ciò che ci dà valore in una funzione o in una proprietà che noi esseri umani possediamo.

Per capire la motivazione della particolare dignità dell’uomo ci è invece utile andare a leggere in che modo Davide nel Salmo 8 richiama le parole appena lette in Genesi per rispondere alla stessa domanda che ci stiamo ora ponendo: “che cos’è l’uomo perché tu lo ricordi? Il figlio dell’uomo perché te ne prenda cura?” (v.4). Il Salmo però non si mette lì a farci un elenco di caratteristiche funzionali o proprietà peculiari che noi umani possediamo, tali da spiegare le ragioni della nostra posizione speciale, ma prosegue con queste parole:

“Eppure tu lo hai fatto solo di poco inferiore a Dio e lo hai coronato di gloria e d’onore. Tu lo hai fatto dominare sulle opere delle tue mani, hai posto ogni cosa sotto i suoi piedi … O DIO, Signore nostro, quant’è magnifico il tuo nome in tutta la terra!” (vv. 5-9)

La domanda esistenziale espressa al v.4 – “che cos’è l’uomo…?” – di fatto resta sospesa nel vuoto, priva di alcuna di quelle logiche risposte che noi tentiamo inutilmente di trovare, invitandoci soltanto a prendere atto con stupore della grazia e dell’autorità di Dio, che hanno permesso all’uomo di avere una tale posizione privilegiata. Poniamo infatti bene attenzione alle frasi sottolineate: è Dio solo il soggetto che svolge un ruolo attivo, operando per la sola sua gloria. L’oggetto a cui dobbiamo rivolgere il nostro sguardo per cercare di capire chi siamo, non è l’uomo, ma Dio. La posizione unica dell’essere umano, che gli dà un valore e una dignità unici, non deriva da particolari funzioni in nostro possesso, ma è un’autorevole concessione della grazia divina.

Questa verità risulta ulteriormente sottolineata in un altro brano significativo della Scrittura, laddove Dio si rivolge a Noè dopo il diluvio per rinnovare il patto creazionale:

“Il sangue di chiunque spargerà il sangue dell’uomo sarà sparso dall’uomo, perché Dio ha fatto l’uomo a sua immagine.” (Ge 9:6)

Il motivo per cui Dio tratta l’omicidio con estrema gravità non è perché la vita umana sia in sé preziosa, ma perché l’uomo è fatto a sua immagine. Quindi, sulla base della Parola di Dio, il valore che ha la vita umana non trova la sua motivazione in caratteristiche inerenti all’uomo, per l’appunto le sue funzioni, le sue capacità, la sua complessità, o altro. La vita umana ha valore in quanto è immagine, riflesso di chi Dio è. La vita umana ha un valore unico, immenso e inestimabile perché Dio è unico, immenso e inestimabile, non noi!

Le paure dell’IA, un’opportunità per la Chiesa

Ribadire e riaffermare il principio biblico del valore e della dignità che Dio conferisce all’uomo, avendolo creato a Sua immagine e somiglianza, mette al riparo da ogni paura nei riguardi dell’IA. O meglio, se paura potrà esserci, sarà per l’uso che l’uomo potrebbe fare di essa, a causa del suo cuore corrotto dal peccato, avido di potere e illuso di riuscire a mantenere sempre tutto sotto il suo controllo. Timori tanto più giustificati alla luce delle conseguenze anche drammatiche che l’umanità ha sperimentato in passato, a causa di progressi scientifici e tecnologici sviluppati in assenza di un’adeguata cornice etica che definisca il valore della vita umana, cioè il valore unico, immenso e inestimabile di ogni singolo uomo e di ogni singola donna. Forse però proprio a causa di questi leciti timori, ritengo che il dibattito attuale sull’IA apra alla Chiesa delle finestre di opportunità per la testimonianza del Vangelo e in generale dei valori trasmessi dalla Parola di Dio.

Affermare infatti che la vita umana non ha un valore in sé stessa, per sue proprietà e caratteristiche inerenti, ma solo in quanto riflesso dell’immagine del Creatore, potrebbe a prima vista apparire come una frase che la sminuisce, ma nella realtà costituisce il fondamento su cui poggiano proprio quei diritti inalienabili per i quali ovunque nel mondo ogni essere umano possiede lo stesso inestimabile valore. Se infatti il valore dell’uomo risiedesse nell’uomo stesso, diverrebbe giustificabile la pretesa di stabilire delle distinzioni valoriali anche all’interno dell’umanità, sulla base di criteri arbitrari dettati dal fanatico razzista di turno. È inoltre questa verità che consente di conferire alla persona intellettualmente superdotata la stessa dignità di un’altra nata cerebrolesa, così come di chi subisce un trauma invalidante oppure va incontro a demenza senile o a qualche altra patologia neurodegenerativa. Le riflessioni e le paure che l’IA sta suscitando, figlie di quella deriva meccanicistica sul valore della vita umana che ci pervade da oltre un secolo, possono dunque diventare per la Chiesa l’occasione per riaffermare la virtù e la nobiltà etica di una visione del mondo fondata su principi biblici.

Quelle stesse paure dell’IA possono poi offrire alla Chiesa l’opportunità per comunicare con ancora maggior convinzione il valore unico e speciale che Dio stesso ha dato prova di riconoscere all’uomo, quando si è voluto identificare pienamente in esso attraverso quel miracolo straordinario che è stata la sua incarnazione. Colui che ha creato i cieli, la terra, i mari, le stelle con tutto l’universo…Colui che ha creato noi, non si è vergognato di divenire simile a noi, venendo al mondo come un fragile e indifeso neonato, anzi, addirittura come un microscopico e vulnerabile embrione ancora privo di strutture nervose specializzate. Tutto questo ci dice che noi valiamo molto di più del nostro cervello o in generale della nostra efficienza e autonomia funzionale. Semmai, la paura vissuta dall’uomo contemporaneo che una macchina governata da una qualche Intelligenza Artificiale possa in futuro essere in grado di soppiantarlo, ripropone in chiave moderna il triste prodotto dell’illusione dell’uomo di esaltare sé stesso emancipandosi da Dio. Come già avvenuto con Adamo (Genesi 3), il risultato di quell’illusione di grandezza non può essere altro se non corruzione e paura.

Infine, parlando del valore che l’uomo ha davanti a Dio, non si può chiudere senza menzionare ciò che più esplicitamente ce ne dà la misura. Siamo infatti partiti dalla difficoltà che incontriamo nello stabilire dei criteri per misurare il valore delle cose, ma, al di là di quali possano essere questi criteri, un bravo economista ci direbbe che il valore di qualsiasi cosa, alla fin fine, si misura cinicamente sulla base di quanto si è disposti a pagare per possederla. Se così stanno le cose, allora Dio ci ha dato la misura perfetta del valore dell’uomo quando è stato disposto a pagare il suo riscatto con la vita del suo unigenito Figlio, Gesù Cristo.

È questo il lieto messaggio che oggi possiamo trasmettere con ancora maggiore entusiasmo ad un mondo impaurito dalla minaccia dell’IA.

NOTE:

  1. https://www.corriere.it/tecnologia/23_maggio_02/lo-storico-esperto-di-intelligenza-artificiale-geoffrey-hinton-lascia-google-e-lancia-l-allarme-e-piuttosto-spaventosa-ccfe4d4d-7a24-438b-93c5-5c8f6b526xlk.shtml