Tempo di lettura: 8 minuti

“… ma a tutti quelli che l’hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio, a quelli cioè che credono nel suo nome, i quali non sono nati da sangue, né da volontà di carne, né da volontà d’uomo, ma sono nati da Dio”

Giovanni 1:12-13

Semplicità e complessità della fede che salva


Nel 1990 fui colpito da uno strano modo di evangelizzare.

In una “testimonianza” pubblica organizzata da un gruppo che allora non conoscevo, in quanto ero da poco convertito al Signore, il “predicatore” – fra un canto e l’altro – annunciava con ampi sorrisi dei brevi “messaggi” del tipo: “Dio è amore! Cristo vuole salvarti! Credi in Gesù!”.

Invano attesi una spiegazione accurata del piano di salvezza di Dio.

Non ci fu una vera predicazione, ma solo un insieme di slogans. Nessun riferimento al peccato e alla natura corrotta dell’uomo. Nessun accenno alla necessità del ravvedimento personale o alle drammatiche conseguenze riservate a coloro che non credono in Gesù: il severo e giusto giudizio eterno di Dio, l’inferno.

L’enfasi era posta esclusivamente sul Dio che perdona.

Ma è esattamente questo ciò che la Scrittura insegna? Che cosa vuol dire realmente credere in Gesù? Cosa aveva in mente l’apostolo Giovanni quando nel suo vangelo usava la parola “credere”? Se prendiamo in seria considerazione questi interrogativi, ci renderemo subito conto che l’intera questione appare più difficile di quella che sembra a prima vista. La fede che salva è semplice e complessa.

La nostra cultura contemporanea – frenetica, approssimativa, amante delle facili soluzioni – vive di surrogati. Spesso impone delle scorciatoie che non portano da nessuna parte. La cultura che tende a semplificare non sempre paga. Crediamo, per esempio, di poter imparare l’inglese, l’uso del PC o di un qualsiasi strumento musicale in sole venti lezioni? Pura utopia! Eppure, la filosofia del “mordi e fuggi” dei nostri giorni sembra essersi profondamente radicata nello stile di vita occidentale. Un simile modo di vivere è drammaticamente distante da un approccio responsabile alle questioni sollevate.

Se ciò è vero, come mai esiste la tendenza, ormai consolidata, di semplificare il vangelo a tal punto da renderlo più “adatto” per l’ascoltatore moderno del ventunesimo secolo?

Facciamo un piccolo esperimento. Considerate i seguenti concetti biblici che hanno a che fare con la “grande salvezza” di Dio (Eb 2:3) –


“peccato”, “corruzione”, “ira di Dio”, “giudizio”, “condanna”, “inferno”, “ravvedimento”, “fede”, “vita eterna”

– e confrontateli con le frasi semplificative che ho riportato prima:

“Dio è amore! Cristo vuole salvarti! Credi in Gesù!”.

Ora ponetevi le seguenti domande:

  • Possiamo spiegare correttamente la profondità teologica delle verità eterne della Bibbia con delle frasi abilmente preconfezionate?
  • Non esiste forse il rischio, altissimo, di trasmettere un messaggio fuorviante che invece di salvare i peccatori li conduce verso una confusione spirituale più grande e verso l’illusione?

Ma c’è di più. Un uomo sente parlare di Gesù. Immediatamente gli viene detto:

“Sei un peccatore perduto! Credi in Gesù e sarai salvato!”.

L’uomo viene caldamente invitato a decidersi per Cristo, spesso attraverso una preghiera guidata. Il peccatore prega. “Sono salvo!”, esclama con gioia. Poi, però, alle prime difficoltà, abbandona la fede. Come mai? Similmente, a una donna – dopo essere stata “evangelizzata” a suon di slogans semplificativi del tipo “Invita Gesù ad entrare nel tuo cuore”, è stato detto che è sufficiente invocare il Signore e sarà finalmente salva. Lei ci crede davvero, ma dopo poco tempo le cose del mondo si rivelano più importanti della sua “fede” nel Signore. Perché è avvenuto questo? L’uomo e la donna qui menzionati sono mai diventati dei veri cristiani? Sono o non sono dei salvati? Ritorneranno un giorno nella Chiesa del Signore per stare con gli altri credenti? Il dilemma, capite bene, è inquietante.

In realtà, questi esempi non dovrebbero sorprenderci più di tanto. Essi illustrano esattamente ciò che disse Gesù nella parabola del seminatore e dei diversi terreni (cfr. Matteo 13:1-13). Ciò mette in luce qualcosa di allarmante: un’eccessiva semplificazione del vangelo può rivelarsi fatale dal punto di vista spirituale e psicologico.

Ma allora come deve essere predicato il vangelo affinché ciò non succeda?

William Macdonald ha detto:      


“Ho una confessione da fare… Ho scritto diversi trattati di evangelizzazione e spesso ho condensato il messaggio della salvezza in poche frasi concise. Ora non lo farei più, perché mi chiedo: «Non sarebbe meglio presentare, invece, il contenuto dei vangeli o, meglio ancora, del Nuovo Testamento?»”.

Credere in Gesù non è difficile

Considera attentamente il seguente ragionamento: credere in Gesù non è difficile. Chiunque lo voglia può credere in lui. Credere nel Signore non è banale. Non si può credere in Gesù – nel suo significato biblico – se la fede non viene suscitata da qualcosa di forte e di persuasivo. Questo è il senso profondo della sintesi fatta dall’apostolo in Giovanni 1:12-13. Vorrei dimostrare questa tesi con alcune semplici considerazioni.

Il vangelo di Giovanni è l’unico documento evangelico che indica con chiarezza lo scopo per cui è stato scritto:

“Ora Gesù fece in presenza dei suoi discepoli molti altri segni miracolosi, che non sono scritti in questo libro; ma questi sono stati scritti affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome”

Gv 20:30-31

 

Ciò è notevole. È come se Giovanni dicesse: “I segni miracolosi che ho scelto per il mio vangelo hanno in sé la potenza di scuotere la vita del peccatore che si avvicina ad essi con interesse”. I segni miracolosi riportati da Giovanni costituiscono l’ossatura della sua opera:

 

L’acqua mutata in vino Gv 2:1-11
La guarigione del Figlio di un ufficiale Gv 4:43-54
La guarigione di un paralitico a Betesda Gv 5:1-16
La moltiplicazione dei pani e dei pesci Gv 6:1-15
Gesù cammina sul mare Gv 6:16-21
La guarigione di un uomo cieco fin dalla nascita Gv 9:1-41
La resurrezione di Lazzaro Gv 11:1-46

 

I sette segni miracolosi scelti da Giovanni avevano un duplice obiettivo.

PRIMO, l’obiettivo di difendere la vera identità di Gesù Cristo: “…affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio”; i segni avevano un valore apologetico.

IN SECONDO LUOGO, i segni miracolosi avrebbero presentato ai lettori il vangelo che salva: “…e affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome”; i segni avrebbero assunto un significato evangelistico.

Cominciamo a comprendere che il vangelo è un messaggio semplice ma non semplicistico. Non è difficile credere in Gesù ma non è banale. Un’eccessiva semplificazione del vangelo rischia di nascondere al peccatore i tratti fondamentali del volere di Dio, determinanti per la salvezza. Nella teologia di Giovanni il termine “credere” è di assoluta importanza. Ricorre circa cento volte.

Un simile dato non doveva passare inosservato agli occhi dei primi destinatari del vangelo, come agli occhi del lettore di oggi. La ripetitività di un tale concetto aveva lo scopo di imprimersi nella mente dei lettori di tutti i tempi.

Una delle prime volte che incontriamo il termine “credere” è proprio nel nostro passo. Sin dall’inizio, nel prologo, Giovanni ci fa conoscere l’essenza della fede che salva: “…ma a tutti quelli che l’hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio, a quelli cioè che credono nel suo nome”.

Che cosa vuol dire credere? Credere in Gesù vuol dire…

Prima di rispondere vorrei che ci cimentassimo in un altro piccolo esercizio pratico. Immaginiamo di poter fare un viaggio nel tempo e di immedesimarci con i primi lettori del vangelo di Giovanni. Stiamo leggendo questo brano per la prima volta e arriviamo al versetto 12: “… a tutti quelli che l’hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio, a quelli cioè che credono nel suo nome”. Il senso è semplice. L’ultima espressione del versetto è quella che determina il significato del concetto che l’apostolo stava comunicando: “…a quelli cioè che credono nel suo nome”. Ok, ma allora cosa vuol dire credere in Gesù?

Un approccio soggettivo a questo interrogativo ci porterebbe a dire molte cose, ma quello che conta è ciò che Giovanni stava trasmettendo quando – sospinto dallo Spirito Santo (2P 1:21) – decise di riportare un centinaio di volte il termine “credere”. Se leggiamo, ascoltiamo e studiamo il vangelo per intero comprenderemo ciò che l’apostolo voleva intendere con quel termine. Le parole del prologo sono illuminanti. Giovanni descrive il Dio preesistente, il Creatore che si è fatto uomo (Gv 1:1-3, 14). Gesù Cristo è vita e luce (vv. 4-5). Il precursore, il Battista, ha testimoniato di lui (vv. 6-9). Gesù venne nel mondo che aveva creato, ma il mondo e il suo popolo non l’hanno né conosciuto né ricevuto (vv. 10-11).

Il passo in questione: “… ma a tutti quelli che l’hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio, a quelli cioè che credono nel suo nome” (v. 12). Cosa vuol dire credere in Gesù? Credere in Gesù vuol dire comprendere chi egli è realmente e cosa ha fatto; ricevere, accettare e afferrare ogni cosa di lui, personalmente: il pensiero e le opere, la visione, la sua volontà. Ogni cosa del Cristo diventa determinante per il peccatore che si arrende a lui. Chi non comprende le “sembianze” di Dio non afferrerà il reale significato di ciò che vuol dire “credere”:

“Il Padre che mi ha mandato, egli stesso ha reso testimonianza di me. La sua voce voi non l’avete mai udita, il suo volto non l’avete mai visto, e la sua parola non dimora in voi, perché non credete in colui che egli ha mandato”

Giovanni 5:37-38

Credere in Gesù è la risposta a qualcosa di forte. Il peccatore vede, sente e incontra il Cristo nel vangelo. Risponde responsabilmente con la fede suscitata dall’ascolto della Parola (cfr. Ro 10:17; Ef 1:13). Non è difficile credere in Gesù. Persino un bambino – che diventa l’emblema perfetto dei “piccoli” che credono in Gesù, ovvero i credenti (gente di poco valore agli occhi del mondo) – potrà farlo:

“In verità vi dico: se non cambiate e non diventate come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli… Ma chi avrà scandalizzato uno di questi piccoli che credono in me…”

Mt 18:3, 6 

Profondità dottrinali e pratiche

Una delle prime e più grandi delusioni sperimentate subito dopo la mia conversione è stata quella di scoprire la confusione che regna intorno al vangelo biblico. Molti annunciano la fede in Gesù, ma quale Gesù viene predicato? Credere in Gesù è talmente semplice da essere alla portata di tutti, ma è anche qualcosa di complesso se valutiamo l’atto del credere secondo il senso che Giovanni gli attribuisce nel suo vangelo. Si può credere in Gesù solo se si è indotti a farlo da qualcosa di grande. Il vangelo è “potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede” (Ro 1:16). Il vangelo deve essere predicato nella sua interezza. L’anima – scossa dall’urgenza del messaggio e dalle istanze dello Spirito del Signore che convince (Gv 16:8) – è chiamata al ravvedimento sulla base delle verità che le sono state predicate. Nascondere le realtà bibliche fondamentali – il peccato, l’ira di Dio, il giudizio, l’inferno, ma anche la necessità del discepolato e il riconoscimento della signoria di Cristo – equivale ad annunciare un altro vangelo. Non potrebbe essere questa la principale causa di tante “inspiegabili” defezioni che avvengono nell’ambito di molte chiese evangeliche di oggi?

La sintesi di Giovanni 1:12 porta a qualcosa di più profondo.

L’apostolo, dopo aver mostrato come funziona la salvezza di Dio, guida il lettore a vedere ciò che sta dietro le quinte. È come se lo facesse entrare nella camera più bella di un maestoso palazzo per apprezzare con stupore i tesori che vi sono custoditi.

Il senso del discorso di Giovanni si potrebbe riassumere con poche frasi scelte: il mondo e Israele non hanno ricevuto Gesù. Quelli che credono in lui diventano figli di Dio, “… i quali non sono nati da sangue, né da volontà di carne, né da volontà d’uomo, ma sono nati da Dio” (v. 13). Credere in Gesù è semplice, ma ci sono delle profonde implicazioni dottrinali e pratiche che vanno oltre il naturale.

Il convertito sperimenta la soprannaturalità della salvezza di Dio. La salvezza non può essere ereditata, “…non sono nati da sangue”; non può essere trasmessa da un sistema religioso né da artifici umani, “…né da volontà di carne”; non risiede in noi e non ci appartiene, “…né da volontà d’uomo”. I credenti sono “…nati da Dio”.

Questa è la conclusione a cui giunge Giovanni nella sua mirabile sintesi.

L’opera di evangelizzazione che svolgiamo sta dando come frutti i “nati da Dio”?

Quale vangelo?

Il vangelo che siamo chiamati a predicare è semplice ma non può essere sintetizzato con ricette o formule precostituite. È giusto invitare la gente a credere in Gesù, ma facciamolo solo dopo aver annunciato con precisione il Gesù dei vangeli e del Nuovo Testamento. Nessun evangelista ha usato il termine “credere” più di Giovanni, ma l’apostolo non lo ha mai usato con l’intento di presentare un prodotto commerciale che non avesse una presa di coscienza radicale.

Il vangelo biblico si basa su una persona, Gesù Cristo; presenta i fatti veri che hanno segnato la storia e l’umanità; mostra una teologia oggettiva, dottrinalmente sana e non manipolabile; indica uno stile di vita nuovo, perseverante, come risultato della potente rigenerazione divina; manifesta il ristoro spirituale per gli afflitti e i bisognosi; offre certezza ai peccatori pentiti; al di sopra di tutto promuove la gloria di Dio, i credenti sono “nati da Dio”. Credere in Gesù implica tutto questo.