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Paolo: da allievo fariseo

a missionario operaio

 

Dopo aver visto, nell’ultimo articolo, che Gesù ha chiamato a diventare suoi discepoli dei semplici pescatori e che quegli uomini hanno poi dedicato la loro vita a parlare di lui (e in alcuni casi a morire per lui), ora esaminiamo un altro caso sorprendente.

 

Parliamo di un apostolo che ha un’istruzione maggiore rispetto ai pescatori, ma quando viene chiamato a diventare testimone di Cristo non esita a rinunciare al proprio prestigio personale e a viaggiare in lungo e in largo tra Asia ed Europa, lavorando per sostenersi quando necessario.

Stiamo parlando dell’apostolo Paolo.

 

Questa è la sua presentazione davanti al proprio popolo:

 

“Io sono un Giudeo, nato a Tarso di Cilicia, ma allevato in questa città, educato ai piedi di Gamaliele nella rigida osservanza della legge dei padri; sono stato zelante per la causa di Dio, come voi tutti siete oggi; perseguitai a morte questa Via, legando e mettendo in prigione uomini e donne…” (At 22:3-4).

 

Riguardo al maestro dell’apostolo leggiamo questo:

“Ma un fariseo, di nome Gamaliele, dottore della legge, onorato da tutto il popolo…” (At 5:34).

 

Quindi il giovane Saulo (At 7:58), era allievo di questo stimato fariseo dottore della legge, e alla preparazione teorica aveva affiancato un’intensa attività pratica di persecuzione nei confronti dei seguaci della cosiddetta nuova Via (At 8:3).

Egli aveva davanti a sé un promettente futuro in ambito religioso, ma tutto cambiò quando conobbe personalmente il Signore.

 

Lo spiegò più avanti in questi termini:

 

“Ma ciò che per me era un guadagno, l’ho considerato come un danno, a causa di Cristo. Anzi, a dire il vero, ritengo che ogni cosa sia un danno di fronte all’eccellenza della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho rinunciato a tutto; io considero queste cose come tanta spazzatura al fine di guadagnare Cristo” (Fl 3:7-8).

 

Dalla conversione in poi, Saulo, poi chiamato Paolo, sarà un instancabile predicatore del Vangelo. La sua vita sarà consacrata al Signore per un’attività che oggi chiameremmo “missionaria”, per un servizio “a tempo pieno”.

La chiesa di Antiochia lo inviò, insieme a Barnaba e poi ad altri, a partire per portare il Vangelo là dove non era ancora stato predicato.

 

Proprio dai resoconti di questi viaggi scopriamo che Paolo non evangelizzava soltanto, ma anche lavorava.

Quando Aquila e Priscilla giunsero a Corinto, è scritto che “egli si unì a loro. Essendo del medesimo mestiere, andò ad abitare e a lavorare con loro. Infatti, di mestiere, erano fabbricanti di tende (At 18:2-3).

 

Anche a Tessalonica era avvenuto così:

 

• “Perché, fratelli, voi ricordate la nostra fatica e la nostra pena; infatti è lavorando notte e giorno per non essere di peso a nessuno di voi, che vi abbiamo predicato il Vangelo di Dio” (1Te 2:9).

 

• “Infatti voi stessi sapete come ci dovete imitare: perché non ci siamo comportati disordinatamente tra di voi; né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di nessuno, ma con fatica e con pena abbiamo lavorato notte e giorno per non essere di peso a nessuno di voi. Non che non ne avessimo il diritto, ma abbiamo voluto darvi noi stessi come esempio, perché ci imitaste” (2Te 3:7-8).

 

E lo stesso accadde ad Efeso, infatti Paolo disse le seguenti parole agli anziani di quella chiesa:

“Voi stessi sapete che queste mani hanno provveduto ai bisogni miei e di coloro che erano con me. In ogni cosa vi ho mostrato che bisogna venire in aiuto ai deboli lavorando così…” 
(At 20:34-35).

 

La cosa straordinaria è che Paolo non aveva scollegato l’essere predicatore del Vangelo dall’avere una condotta normale di relazioni e di lavoro.

Egli non era assolutamente un intellettuale distaccato dalla gente, estraneo alla vita comune.

I farisei, con la loro presunta sapienza e le loro vuote pratiche esteriori rappresentavano l’élite religiosa, erano principi del formalismo e cattivi maestri.

 

È proprio da quel mondo in cui era già ben inserito che Paolo uscì per servire Cristo! E il compito affidatogli dal Signore, simile infatti al suo, comportava la necessità e l’opportunità di lavorare con le proprie mani per permettere e favorire l’annuncio del Vangelo.

 

Per Paolo, infatti, era normale e doveroso dedicarsi alla fabbricazione delle tende non soltanto per mantenersi, ma soprattutto per non interrompere l’espletamento dell’opera spirituale che il Signore gli aveva affidato.

Oltre a questo, il suo lavoro era utile in altri due modi: gli permetteva di aiutare i più deboli e lo poneva in una posizione di esempio per i credenti che curava spiritualmente.

 

Così ci furono periodi in cui Paolo beneficiò di offerte in denaro per il suo sostentamento 
(Fl 4:10-20) alternati da periodi di duro lavoro.

In realtà Paolo affermò che sarebbe stato un diritto quello di dedicarsi totalmente all’annuncio del Vangelo senza dover svolgere un lavoro secolare:

 

“O siamo soltanto io e Barnaba a non avere il diritto di non lavorare? Chi mai fa il soldato a proprie spese? Chi pianta una vigna e non ne mangia il frutto? O chi pascola un gregge e non si ciba del latte del gregge? Dico forse queste cose da un punto di vista umano? Non le dice anche la legge? Difatti, nella legge di Mosè è scritto: «Non mettere la museruola al bue che trebbia il grano». Forse che Dio si dà pensiero dei buoi? O non dice così proprio per noi? Certo, per noi fu scritto così; perché chi ara deve arare con speranza e chi trebbia il grano deve trebbiarlo con la speranza di averne la sua parte. Se abbiamo seminato per voi i beni spirituali, è forse gran cosa se mietiamo i vostri beni materiali? Se altri hanno questo diritto su di voi, non lo abbiamo noi molto di più? Ma non abbiamo fatto uso di questo diritto; anzi sopportiamo ogni cosa, per non creare alcun ostacolo al Vangelo di Cristo” (1Co 9:6-12).

Alla luce di queste parole, capiamo che Paolo non era affatto dispiaciuto che altri apostoli potessero dedicarsi “a tempo pieno” all’opera del Signore.

Però, nonostante Paolo considerasse un diritto quello di avere un costante sostegno economico (2Te 3:8), non rimaneva passivamente “in aspettativa”, con la pretesa che il suo diritto gli venisse riconosciuto, altrimenti l’annuncio del Vangelo sarebbe stato ostacolato!

Perciò era disposto a non avvalersi affatto di questo diritto “per guadagnarne il maggior numero” (1Co 9:19).

 

Si sentono tante persone, nella società, fare riferimento più di frequente ai propri diritti che ai propri doveri. In tale contesto, il credente dovrebbe essere disposto a non rivendicare i suoi diritti a tutti i costi se questo agevolasse l’avvicinamento delle anime al Signore.

Ed è assolutamente incoraggiante vedere uomini di Dio, di oggi o di altri tempi che, oltre a predicare Cristo, non hanno disdegnato neppure il più umile dei lavori che, in un determinato contesto, era risultato opportuno svolgere.

 

Tutto questo esempio ci sia di stimolo:

• a mettere da parte il nostro prestigio acquisito tra gli uomini;

• a non considerare incompatibili e distanti servizio spirituale e lavoro secolare;

• a rimboccarci le maniche tanto nell’una quanto nell’altra attività;

• a rinunciare a qualche diritto se ciò può fare del bene ad altri e favorire l’opera di Dio.

 

 

Quando occorre un chiarimento:

Filemone e Onesimo

 

“…ti prego per mio figlio che ho generato mentre ero in catene, per Onesimo, un tempo inutile a te, ma che ora è utile a te e a me. Te lo rimando, lui, che amo come il mio cuore.

Avrei voluto tenerlo con me, perché in vece tua mi servisse nelle catene che porto a motivo del vangelo; ma non ho voluto fare nulla senza il tuo consenso, perché la tua buona azione non fosse forzata, ma volontaria. Forse proprio per questo egli è stato lontano da te per un po’ di tempo, perché tu lo riavessi per sempre; non più come schiavo, ma molto più che schiavo, come un fratello caro specialmente a me, ma ora molto più a te, sia sul piano umano sia nel Signore!

Se dunque tu mi consideri in comunione con te, accoglilo come me stesso. Se ti ha fatto qualche torto o ti deve qualcosa, addebitalo a me. Io, Paolo, lo scrivo di mia propria mano: pagherò io; per non dirti che tu mi sei debitore perfino di te stesso” (Fi 10-19).

 

Alla luce dei versetti riportati sopra, capiamo che la lettera di Paolo a Filemone sottintende una vicenda la cui trama può essere sintetizzata come segue.

Filemone è un cristiano di Colosse, padrone benestante con delle proprietà in cui lavorano degli schiavi.

Uno di questi, di nome Onesimo, fugge dal suo padrone, forse anche portandosi via dei beni di Filemone.

Onesimo viene incarcerato e qui conosce l’apostolo Paolo, tramite il quale viene alla conoscenza di Cristo e si converte, diventando presto un collaboratore dell’apostolo. Questi scrive la lettera a Filemone per accompagnare il rientro di Onesimo da lui in modo da favorire una piena riconciliazione tra i due.

 

Questa lettera contiene diversi profondi insegnamenti riguardo le relazioni cristiane che varrebbe davvero la pena di approfondire, ma stringiamo il campo delle nostre considerazioni al tema del lavoro.

 

La lettera ha come tema centrale un rapporto di lavoro che si è incrinato ma che può essere ripristinato.

Difficilmente ci troveremo in un contesto in cui un servo fugge dal suo padrone derubandolo, ma nel mondo lavorativo le incomprensioni ed i conflitti sono comunque all’ordine del giorno. Ci sono pretese, diritti rivendicati o calpestati, errori professionali, inadempienze, incompetenze, ritardi…insomma, un’ampia gamma di fattori che generano contrasti e tensioni nei rapporti, specialmente tra datori di lavoro e sottoposti, e non solo.

 

Che cosa ci può insegnare, al riguardo, lo scritto di Paolo a Filemone?

Credo che veniamo soprattutto esortati, in situazioni di contrasto, ad assumerci le nostre personali responsabilità e a fare tutto il possibile per cercare di chiarire le cose ed ottenere la pacificazione.

 

Onesimo aveva la responsabilità di tornare da Filemone e parlare faccia a faccia con lui. Paolo non lo aveva trattenuto con sé (tra l’altro questo significava per l’apostolo privarsi di un aiuto), ma lo aveva inviato a Filemone affinché Onesimo si facesse carico di quanto gli competeva. È vero che alla conversione “le cose vecchie sono passate: ecco sono diventate nuove” (2Co 5:17) ma questo non significa che vengono annullati i doveri precedenti! Anzi, proprio perché si è diventati delle “persone nuove” si è investiti di un maggior senso di responsabilità che incita a sistemare le pendenze pregresse.

 

Filemone, dal canto suo, era invitato ad accogliere Onesimo, rassicurato da Paolo sulla restituzione di quanto gli era dovuto. Oltretutto, adesso si trattava di ricevere un fratello nella fede utile all’apostolo Paolo, che differenza rispetto a prima!

Se in qualche misura ci veniamo a trovare nella condizione di Onesimo, la nostra responsabilità è quella di affrontare la situazione di tensione che si è creata evitando di fare finta di niente. Ammettere i propri errori non è segno di debolezza, ma di sincerità e di onestà che presto o tardi verranno apprezzate. Se qualcosa deve essere restituito (potrebbe essere anche del tempo, o del rispetto, o altro), dobbiamo essere pronti a darlo a chi gli spetta!

 

E se ci troviamo dalla parte di Filemone, dobbiamo essere pronti a dare un’altra possibilità! Non arrocchiamoci su di una posizione di preminenza morale perché siamo certi di avere ragione. Non chiudiamo le porte a chi ritorna sui suoi passi. Certo, il rispetto delle regole e l’equità possono a volte determinare il cessare di un rapporto in campo lavorativo, a tutti i livelli, ma questo non dovrebbe mai avvenire escludendo l’ascolto e la comprensione.

Né da una parte, né dall’altra, si deve chiudere un rapporto sbattendo la porta, perché questo striderebbe con il nostro status di ambasciatori di riconciliazione (2Co 5:18-20).

Le responsabilità che Onesimo e Filemone, esortati da Paolo, dovevano assumersi, dimostrano ancora una volta che il cristianesimo vero lo si vive e testimonia in tanti piccoli comportamenti di vita pratica che comprendono anche il lavoro.

 

Si conclude questa serie di cinque articoli dedicati ai personaggi della Bibbia, ma la panoramica sugli insegnamenti biblici sul lavoro proseguirà con altri argomenti.