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“Se Gesù non è Dio, allora non c’è alcun cristianesimo e noi che lo adoriamo non siamo altro che idolatri”

(J. Oswald Sanders)

 

 

Introduzione

 

Tutto ciò che riguarda la vita di Cristo è della massima importanza. Eppure le verità da lui esposte negli episodi che ci accingiamo a studiare hanno un’importanza impareggiabile per la nostra conoscenza di Dio e del suo piano per l’umanità.

Se ricordiamo sempre di distinguere fra la Parola di Dio e la tradizione degli uomini, sapremo ciò che è vero, anche se inverosimile dal punto di vista umano, e ciò che va fatto, a prescindere dall’opinione di chi ci sta intorno.

 

Ad esempio, il sapere che l’uomo Gesù era anche il Figlio di Dio incarnato rende la fede cristiana assolutamente unica fra i discorsi religiosi che fanno a gara per catturare la nostra attenzione. Negli articoli pubblicati nei numeri precedenti abbiamo già visto la sua vera umanità. Ora vediamo, in modo ancora più tangibile, la sua vera deità.

 

A questo punto della vita di Cristo avviene anche un evento che, per Simon Pietro, sarebbe rimasto emblematico della sua trascendenza. Infatti quando doveva controbattere coloro che mettevano in dubbio “la potenza e la venuta del nostro Signore Gesù Cristo” quest’apostolo confermò la veridicità della sua testimonianza facendo appello a ciò che aveva visto sul monte della trasfigurazione (2P 1:16-18).

 

In quel momento lui e i suoi compagni avevano ricevuto conferma sia della identità di Gesù come Figlio di Dio sia del fatto che la morte figurava come parte integrante della sua vocazione messianica.

 

 

La Parola di Dio

e la tradizione degli uomini (Mt 15:1-14)

 

La dispersione di molti seguaci di Gesù, dopo il suo discorso “duro” (Gv 6:60, 66), segnò una svolta importante nel suo ministero.

Pur riconoscendo in Gesù “il profeta che doveva venire nel mondo” (Gv 6:14), avevano frainteso la sua missione e, così facendo, avevano dimostrato di non conoscere neanche il Padre (vv. 45-46).

Poco dopo quest’evento alcuni Farisei e Scribi venuti da Gerusalemme pretesero da Gesù una spiegazione per il fatto che i suoi discepoli non rispettavano certe tradizioni degli antichi, in particolare che “non si lavavano le mani quando prendevanocibo” (Mt 15:1-2).

L’accusa non era di mangiare con mani sporche bensì con mani contaminate dal punto di vista cerimoniale perché non praticavano le abluzioni prescritte dalla tradizione dei padri.

Anziché discutere sui meriti delle abluzioni previste dalla tradizione, Gesù andò subito alla questione di fondo, ossia alla pretesa che i suoi discepoli dovessero rispettare le regole stabilite dalla tradizione.

 

Tale pretesa trascurava una questione più generale che Gesù articolò nella forma di una domanda:

“E voi, perché trasgredite il comandamento di Dio a motivo della vostra tradizione?” (Mt 15:3). A titolo di esempio Gesù citò il fatto che alcuni di loro erano convinti di essere esonerati dal dare un aiuto economico ai propri genitori, come prevede il quinto comandamento del decalogo (Es 20:12) se avessero dato dei soldi per sostenere altri aspetti dell’opera di Dio.

La conclusione tratta da Gesù è pesante:

“Così avete annullato la parola di Dio a motivo della vostra tradizione” (Mt 15:6).

 

Più tardi, in privato, i discepoli fecero notare che i Farisei erano rimasti scandalizzati dal parlare di Gesù, al che Gesù mostrò rammarico perché i discepoli stessi non avevano compreso le sue parole, per poi approfondire il discorso.

In quest’occasione Gesù introdusse un concetto rivoluzionario riguardo a ciò che contamina l’uomo: la vera contaminazione dell’uomo e del suo ambiente è causata da ciò che viene fuori dal cuore.

Ciò che entra nella bocca, invece, non lo può contaminare. Il commento riportato nel Vangelo di Marco è significativo:

“Così dicendo, dichiarava puri tutti i cibi” (Mr 7:19).

 

Intanto Gesù aveva stabilito un’altra distinzione che deve orientare il pensiero dei suoi discepoli di fronte a qualunque discorso di carattere religioso, che ha pretesa di enunciare delle verità: bisogna sempre distinguere fra la Parola di Dio (ad esempio il libro di Esodo), che è vincolante, e la tradizione degli uomini (ad esempio quelle insegnate dagli Esseni e dai Farisei del tempo di Gesù), che non lo è.

 

 

La confessione di Pietro

a Cesarea di Filippo

 

A questo punto del suo ministero Gesù condusse i Dodici in disparte per condividere con loro qualcosa di tanto importante quanto scioccante dal loro punto di vista.

Durante il lungo cammino che li portò a Cesarea di Filippo, Gesù compì un secondo miracolo significativo nel territorio della Decapoli, dopo essere passato dalla regione di Tiro e Sidone (Mr 5:1-20; 7:31-35).

Al che la gente della Decapoli esclamò con meraviglia:

“Egli ha fatto ogni cosa bene; i sordi li fa udire e i muti li fa parlare” (vv. 36-37).

Questo risultato dimostrò che i proponimenti di Dio non potevano essere frustrati dall’incredulità di gran parte del popolo ebraico. Dopo il tempo trascorso in questi territori popolati da Gentili, “Gesù se ne andò, con i suoi discepoli, verso i villaggi di Cesarea di Filippo”, situati all’estremo nord della Traconitide (Mr 8:27). Lì, dopo aver pregato in disparte (Lu 9:18), Gesù interrogò i Dodici intorno alle opinioni della gente sul suo conto (Mt 16:13).

 

Secondo alcuni, compreso Erode, tetrarca della Galilea (Mr 6:14), Gesù era Giovanni il battista redivivo; secondo altri era Elia nel senso, evidentemente, in cui Gesù dichiarava che Giovanni era Elia (Mt 11:14).

Altri l’identificavano con Geremia o con un altro dei profeti (Mt 16:14).

È interessante notare che, secondo i Dodici, nessuno ormai considerava Gesù un uomo comune, nonostante i Farisei avessero usato la loro influenza per cercare di dissuadere la gente dal credere in Gesù.

Dio, intanto, tralasciando la categoria dei “savi e intelligenti” che prendevano gloria gli uni dagli altri e non cercavano la gloria che viene da Dio solo, aveva continuato la sua opera di rivelazione presso i “piccoli” (si veda Mt 11:25; Gv 5:44).

“E voi – chiese Gesù, rivolgendosi ai Dodici – chi dite che io sia?” (Mt 16:14).

In quel momento fu dato a Pietro di rispondere: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (vv. 15-16). C’è un enorme differenza fra il dire che Gesù era un profeta che operava miracoli e attribuirgli messianicità e deità.

Pietro arrivò a comprendere questa verità grazie a una rivelazione speciale e così confessò: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (v. 16).

 

 

Le predizioni di Gesù

 

Gesù approfittò di questo momento di illuminazione per comunicare ai Dodici tre cose importanti.

 

 Innanzitutto annunciò il progetto di edificare la sua Chiesa:

“Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia chiesa, e le porte dell’Ades non la potranno vincere” (v. 18).

Sarebbe stata questa la nuova realtà visibile, scaturita dalla prima venuta del Messia: una nuova comunità di persone che fanno propria la confessione: Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente.

Gesù introdusse la profezia dell’edificazione della Chiesa con il famoso gioco di parole:

“Tu sei Pietro e su questa pietra [attenzione! non “su di te”edificherò la mia Chiesa” (v. 18). Per apprezzare l’uso che fa del termine “pietra” in quest’occasione vale la pena ricordare che, mentre parlava, poteva avere alle spalle l’alta rupe dalla quale nasce il fiume Giordano.

Al primo incontro con Simone, fratello di Andrea, Gesù aveva profetizzato che egli sarebbe stato chiamato “Cefa” (gr. Pietro), ossia “roccia”.

Ora identifica nella verità cristologica confessata da Pietro il fondamento su cui avrebbe edificato la nuova comunità messianica. Pietro è legato al fondamento in qualità di chi confessa la verità e in quanto il nome “Pietro” è un termine di paragone nel gioco di parole di cui Gesù si è servito. Ma Pietro non figura come il fondamento stesso.

Talvolta si fa notare che Gesù nominò in modo esplicito la chiesa (lett. “assemblea” gr. ekkl_sia) soltanto qui e in Matteo 18:17-18 (ma si veda anche Gv 10:16). In realtà il numero limitato di riferimenti espliciti nulla toglie all’importanza delle cose dette al riguardo.

 

Questa prima menzione della Chiesa costituisce una profezia sorprendente. Infatti, per i contemporanei di Gesù, sarebbe stato più verosimile, dopo la confessione della sua messianicità e deità, che egli avesse detto: “su questa pietra io ristabilirò il regno a Israele, e tutte le nazioni verranno ad adorare Dio nella città di Davide” (cfr. At 1:6).

Invece Cristo colse l’occasione per annunciare l’interposizione di un periodo caratterizzato dallo sviluppo di una comunità distinta composta dalle persone “chiamate fuori” (il senso lett. di ekkl_sia“chiesa”) dalla massa della gente. Inoltre, Gesù lasciò intendere che la sua Chiesa sarebbe stata oggetto di attacchi satanici ma che si sarebbe rivelata invincibile.

 

• Il secondo annuncio di Gesù, contenente sia una promessa che una predizione, è strettamente legata al primo:

“[parlando a Pietro] Io ti darò le chiavi del regno dei cieli; tutto ciò che legherai in terra sarà stato legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai in terra sarà stato sciolto nei cieli” (16:19, corsivo e trad. mia).

In Matteo 18:17-18 la medesima autorità viene attribuita a tutti gli apostoli e, implicitamente, alla Chiesa riunita nel nome di Cristo. Gesù avrebbe affidato a Pietro e agli altri apostoli un ruolo importante nell’edificazione della Chiesa: quello di aprire il regno dei cieli alla gente e di stabilire, volta per volta, i suoi confini per mezzo della predicazione e l’appello alla conversione, nonché per mezzo della disciplina.

 

I verbi che nella Nuova Riveduta sono tradotti: “sarà legato” e “sarà sciolto”, sono composti da un futuro semplice seguito dal perfetto passivo. Quindi il loro significato completo è: “sarà stato legato” “sarà stato sciolto”. In altre parole, l’azione anteriore del legare e dello sciogliere avviene in Cielo.

Gli apostoli avrebbero semplicemente ubbidito a Dio, applicando ciò Dio ha deciso. Di qui l’importanza di una fedele e coraggiosa predicazione del vangelo e la necessità della preghiera prima di prendere qualsiasi decisione nel nome di Cristo (18:19).

 

• Il terzo annuncio di Gesù viene riassunto così: “Da allora Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molte cose da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti, degli scribi, ed essere ucciso, e risuscitare il terzo giorno (v. 21).

Il contenuto di questa terza predizione doveva sembrare ai Dodici del tutto inverosimile.

Basti notare la reazione di Pietro (v. 22). Alla luce della rivelazione che gli era stata concessa (vv. 16-17), doveva sembrargli assurda l’idea che Gesù dovesse andare a Gerusalemme per soffrire alle mani degli anziani del popolo ed essere addirittura ucciso, prima di risuscitare il terzo giorno.

 

È da notare che Gesù adoperò l’espressione “Figlio dell’uomo” per parlare di sé stesso in relazione con questa prospettiva (Mt 16:13; Mr 8:31).

I Giudei del tempo di Gesù, basandosi sulla profezia di Daniele 7:13-14, giustamente associavano il titolo “il Figlio dell’uomo” con una figura gloriosa che avrebbe stabilito il regno di Dio sulla terra.

Non c’è dubbio che, nell’applicare questo titolo a sé stesso, Gesù abbia voluto identificarsi con questa figura gloriosa (si veda Mt 16:27; cfr. 
Mr 14:62). Però insiste pure che, prima dell’evento glorioso del regno, il Figlio dell’uomo doveva soffrire in qualità di Servo di JHWH, come previsto dalle Scritture (vedi in particolare Isaia capitolo 53 e Marco 10:45).

 

Gesù avrebbe dovuto ripetere più volte questa profezia, a motivo della reticenza dei Dodici ad accettare la prospettiva di morte per il loro Maestro (si veda Mr 8:31; 9:31; 10:32-34, 45).

Alla protesta immediata di Pietro: “Dio non voglia, Signore! Questo non ti avverrà mai” (Mt 16:22), Gesù non fece che rincarare la dose, insistendo sulla necessità, anche per coloro che l’avrebbero seguito, di prendere la propria croce e mettere a rischio la propria vita (vv. 24-26).

 

È evidente che i Dodici avevano ancora una concezione lacunosa della vocazione messianica di Gesù.

Tale concezione limitata non teneva conto delle esigenze della giustizia rivelate nella legge mosaica, né della presentazione, in Isaia capitolo 53, del Messia come il Servo di JHWH che viene giudicato e sacrificato per la colpa altrui. Inoltre, la loro concezione del ruolo del Messia trascurava la precisazione contenuta nello schema profetico di Daniele 9:20-26, secondo cui l’Unto doveva essere soppresso.

 

 

La trasfigurazione

(Mt 17:1-13; Mr 9:2-13; Lu 9:28-36)

 

Possiamo immaginare che il calo di popolarità di Gesù e le sue predizioni relative a sofferenza e morte avrebbero disorientato uomini che, come i Dodici, speravano ancora in un esito trionfale del ministero pubblico di Gesù.

Fu in questo contesto che Gesù concesse a tre di loro (Pietro e i due figli di Zebedeo) un’esperienza indimenticabile.

La natura di tale esperienza contribuirà a rafforzare la fede dei Dodici che continueranno a seguire Gesù nonostante il divario crescente fra le loro aspettative e il cammino intrapreso da Gesù.

L’alto monte (Mt 17:1; Lu 9:28) sul quale Gesù condusse i tre futuri apostoli era verosimilmente il monte Miron, la montagna più alta nel territorio di Israele (ca. 1.100 metri), situata fra Cesarea di Filippo e Capernaum (cfr. Mt 17:24).

Lo scopo di Gesù nello scalare questo monte era duplice: per pregare (Lu 9:28) e per essere trasfigurato in presenza del nucleo del collegio apostolico (Lu 6:14; 8:51; Mr 14:33).

La trasfigurazione stessa scaturì da un momento di intensa comunione fra il Figlio incarnato e il Padre, e fu intesa ad illuminare ulteriormente i discepoli intorno alla Persona e all’opera di Gesù il Cristo. Infatti grazie alla sua trasfigurazione, i tre poterono contemplare la gloria che era propria del Figlio prima ancora della creazione del mondo (Gv 1:14; 17:5).

 

La netta superiorità del Figlio rispetto ai rappresentanti della legge (Mosè) e i profeti (Elia) fu palesata sia dalla scomparsa di questi ultimi sia da quanto detto dalla voce proveniente dal cielo:

“Questo è mio Figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto; ascoltatelo” (Mt 17:5; cfr. Eb 3:1-6). Anche se i tre discepoli non capirono tutto l’accaduto, la trasfigurazione servì a mostrare la compatibilità della gloria divina propria di Cristo, con la sua predizione riguardante la sua sofferenza e morte.

Infatti mentre Mosè ed Elia conversavano con Gesù, “parlavano della dipartenza” [gr. exodon] di Gesù, che “doveva compiersi a Gerusalemme” (Lu 9:31).

Il fatto che la parola exodon [cfr. “esodo”] venga qualificata dal verbo “compiersi” sottolinea il carattere intenzionale della morte in croce e richiama alla mente l’analogia dell’esodo dall’Egitto, quando Dio aveva salvato Israele dalla schiavitù (Es 20:1).

 

Oltre a inquadrare la morte necessaria di Cristo in un contesto di compimento e di gloria, la trasfigurazione rivelò la Deità di Gesù in un modo unico nel periodo antecedente alla sua risurrezione e glorificazione, contribuendo sostanzialmente adimostrare l’identità fra il Gesù storico e il Cristo della fede (cfr. 2P 1:16-18).

 

 

Per la riflessione personale

o lo studio di gruppo

 

1. _I farisei e gli scribi si lamentarono con Gesù perché i suoi discepoli trasgredivano la tradizione degli antichi (Mt 15:1-2). Come bisogna applicare la risposta di Gesù oggi?

 

2. _Quali cose importanti rivelò Gesù dopo la confessione fatta da Pietro nei pressi di Cesarea di Filippo?

 

3. _In che modo l’evento della trasfigurazione di Gesù confermò sia la verità confessata da Pietro sia la prospettiva che il Cristo doveva morire?