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Due casi problematici e… emblematici

 

Luigi aveva da qualche tempo dolori nella zona dello stomaco. Se di sera mangiava un po’ di più e si attardava su un sano bicchiere di vino, alla notte vedeva i sorci verdi. Insonnia, dolori, senso di vomito. Eppure aveva solo cinquanta anni.

Da giovane aveva coltivato diverse attività sportive e ancora oggi, d’estate, non disdegnava lunghe camminate in montagna insieme ai giovani della chiesa. Non era più quello che apriva il cammino lungo il sentiero, ma faceva la sua figura arrivando in tempo utile al rifugio. Pure, alla notte, i dolori lo tormentavano.

Non aveva molta familiarità con il dottore che preferiva tenere lontano, forse per un celato timore di avere diagnosticato qualche “brutto” male. Pensava che, con un po’ di attenzione nell’alimentazione, sarebbe riuscito a superare questo momento difficile.

Una domenica era stato ospite della chiesa un fratello molto stimato, esperto nella cura d’anime, con una lunga esperienza, fatta anche in Africa, fra persone ammalate e possedute. La predica era stata particolarmente toccante: il Signore ha il potere e la signoria su tutto e, quindi, anche sui nostri corpi e sulle nostre malattie. Il fratello aveva citato liberazioni dal maligno, guarigioni conseguenti a notti di preghiera delle chiese. Il messaggio era stato intercalato da ripetuti “alleluia” e “gloria a Dio”.

Quella visita aveva aperto a Luigi un nuovo orizzonte: Gesù guarisce!! Non ci aveva mai pensato, né aveva mai sentito nella sua assemblea messaggi di questo tipo!!

 

Maria era una sorella della stessa assemblea. Era abbastanza giovane, si era sposata giovanissima con Giuseppe, un caro ragazzo di una assemblea vicina conosciuto a Poggio Ubertini. Aveva avuto due gravidanze in tempi ravvicinati. Un magnifico bimbo e una tenerissima bimba: Eliseo ed Ester. Due nomi un po’ strani per i parenti non credenti ma che volevano significare, per Maria e il suo sposo, una sorta di promessa per l’Eterno.

Erano trascorsi due anni dalla nascita di Ester e Maria, che insieme al marito aveva deciso di non avere più un lavoro secolare per poter allevare con serenità e tranquillità i bimbi, incominciò ad accusare strane sensazioni. Timori, paure, apprensioni: i bambini potranno ammalarsi, Giuseppe può perdere il lavoro… Strani malesseri: tutto sembrava terribilmente nero. Il futuro, che pure si era appena dipinto pieno di gioia, forse nascondeva gravissime insidie per la famiglia. “Sono stanca – si diceva Maria – non ho più voglia di far niente. I bimbi sono un peso che non riesco più a portare; anche Giuseppe, che pure è un caro marito, non mi reca più la gioia di un tempo”.

 

Le riunioni dell’assemblea, il culto in particolare, sembravano apportare un po’ di tranquillità e di serenità: le sorelle, i fratelli, gli inni, la meditazione della Parola… Ma, una volta a casa, Maria ripiombava nella sua desolazione.

 

Una domenica Maria ascoltò il fratello già citato. Anche per lei si aprì una prospettiva: ecco dove era il problema! La depressione era causata da una qualche presenza del maligno! La preghiera costante sua, di suo marito Giuseppe e della chiesa avrebbe scacciato la dipendenza da Satana ed avrebbe prodotto la guarigione!

 

 

Verso una soluzione?!?

 

E poi?

Luigi, dopo la visita sconvolgente del fratello, parlò a lungo con le persone della chiesa che sentiva più vicine e con gli anziani.

Tutti lo convinsero che i suoi dolori di stomaco erano la conseguenza, con molta probabilità, di una appendice infiammata: il corpo, si sa, è debole e incline alle malattie. Si fece visitare e si operò di appendicite. Luigi, oggi, vive sereno e contento.

Maria passò molti giorni pieni di paure e di apprensioni: ai timori che già aveva si sommarono, dopo la visita del fratello citato, i dubbi di essere posseduta o, comunque, di aver avuto – lei o i suoi antenati – dimestichezza con il demonio. Si consultò con gli anziani e con fratelli stimati.

La diagnosi fu irrevocabile: c’era senza alcun dubbio un problema “spirituale”. Era inconcepibile che una credente potesse avere crisi depressive a meno che – in qualche modo – Satana non ci avesse messo lo zampino. Sarebbero state inutili visite mediche specialistiche e medicine.

Era necessario pregare per scacciare il maligno. E, se non si fosse raggiunta la guarigione, senz’altro la responsabilità sarebbe stata di Maria stessa e della chiesa che non avevano pregato con sufficiente intensità. Maria oggi è ancora nella sua depressione.

Mai intrecciare filosofie e Bibbia!

 

Sono evidentemente due storie immaginarie ma, purtroppo, non molto lontane da realtà che si vivono oggi spesso nelle nostre assemblee.

In omaggio a un’antica e nefasta influenza della filosofia greca, che nulla ha a che fare con il messaggio biblico, spesso pensiamo che il corpo e quello che in noi è spirituale, costituiscano due entità della nostra realtà umana ben distinte e caratterizzate da destini diversi. Nel pensiero greco, infatti, il corpo, costituito da sostanza materiale, è la sede della nostra consistenza visibile e valutabile in termini di peso, dimensioni, ecc. Il corpo è male, è la prigione dell‘anima e della ragione, che sono invece buone. In più, il corpo è suscettibile di decomposizione. La parte spirituale è invece la sede della conoscenza, della coscienza, della volontà e, come tale, ha le caratteristiche dell’immortalità. Fra corpo e parte spirituale non esiste praticamente relazione e noi saremmo sede di un dualismo che ci portiamo dietro dalla nascita alla morte.

Dai tempi del rifiuto dell’ebraismo, conseguente a una visione sbagliata della responsabilità della morte di Gesù, la riflessione cristiana ha impiegato come base i concetti della filosofia greca. Questa impostazione ha purtroppo influenzato il cristianesimo dal tempo dei cosiddetti “padri” della chiesa e, probabilmente del tutto inconsciamente, influenza anche i credenti oggi.

 

Come indicavo prima la visione biblica è opposta. Il corpo (nel greco soma), che indica nel suo significato più immediato il corpo umano visibile e sensibile, è formato dall’atto creativo di Dio (Ge 1 e 2) e recando l’impronta dell’azione di Dio non deve essere disprezzato come inferiore all’anima o come ostacolo alla vita superiore dell’uomo. Anzi il corpo deve essere tenuto in considerazione (1Co 6:15-19). In diversi passi delle lettere di Paolo inoltre il termine soma è impiegato per caratterizzare l’esistenza dell’uomo; esso non ha il significato astratto di “forma” dell’organismo umano in opposizione alla “sostanza” che ne sarebbe il contenuto ma, piuttosto, indica la persona nella sua totalità:“Non regni dunque il peccato nel vostro corpo mortale” (Ro 6:12) e “Presentate i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, accettevole a Dio” (Ro 12:1). Infine, è da sottolineare che la speranza che il credente aspetta di realizzare, dopo la morte, non è quella di fare uscire l’anima dal carcere del corpo bensì quella della resurrezione del corpo in un “corpo di gloria” (Fl 3:21).

La visione biblica quindi non si rapporta al dualismo materia/spirito che, invece, è alla base dello “Spiritualismo” religioso che, purtroppo, permea la nostra mentalità. Ad esempio facciamo fatica ad accettare espressioni come quella del Salmo 63:5: “L’anima mia sarà saziata come di midollo e di grasso…”, dove si paragona la gioia e la lode a Dio con la soddisfazione che si prova mangiando… un osso buco! Noi non avremmo mai proclamato in un culto una espressione simile: “Non è spirituale! Appartiene alla vecchia dispensazione!” – mi sembra di sentire echeggiare fra i credenti.

 

 

Recuperare un sano equilibrio biblico

 

Ho volutamente esagerato nell’esemplificazione – che pure è vera – per aprire la nostra mente a questo problema. Crediamo di essere spirituali, biblici e, invece, siamo condizionati da un modello di pensiero che non appartiene alla Bibbia. E, ciò che è più grave, è che non ci rendiamo conto che questo dualismo comporta conseguenze pesanti in tante direzioni e, in particolare, nelle problematiche sollevate dalle storie riportate sopra. La situazione è poi complicata dalla visione di un certo cristianesimo che vede, in collegamento con la presenza del Signore, la prosperità, la salute, le benedizioni materiali. Oggi siamo pervasi dall’idea che dalle malattie si debba necessariamente guarire e, in più, che alcune malattie siano sospette e che, forse, abbiano a che fare in qualche modo con il maligno.

 

Da alcuni anni a questa parte, esposti e accondiscendenti a interpretazioni che ci vengono da diversi ambienti, si sta diffondendo l’idea che il credente, se ha una fede salda, deve necessariamente essere sempre spiritualmente vittorioso. Così le depressioni, gli esaurimenti nervosi, le schizofrenie… sono considerate come problemi “spirituali” e non come malattie alla pari della pleurite o della sciatica. Qui viene alla luce il dualismo che prima citavo: non accettiamo che le malattie che riguardano la sfera cerebrale siano manifestazioni di carenze fisiologiche di componenti chimici che vanno curate conseguentemente. Così – ad esempio e apparentemente in modo inspiegabile per noi profani – una carenza nell’organismo di un elemento come il litio causa pesanti crisi caratteriali, mentre un adatto farmaco – costituito da sostanze chimiche – è in grado di portare serenità e tranquillità alla nostra mente.

Conosco persone che non hanno avuto il coraggio di dire nella propria assemblea che passavano per un periodo di depressione: sarebbero state giudicate, al meglio, poco spirituali. Il nostro essere costituisce una unità nella quale le connessioni fra le parti di noi che sono più o meno concretamente percepibili sono continue e costituzionali. Dobbiamo essere fermi e determinati in presenza di manifestazioni come esaurimenti, depressioni. Se è vero che l’as-
sistenza spirituale e la preghiera aiutano senza dubbio le persone, liberandole da alcuni aspetti dei loro problemi, teniamo presente che l’impiego di medicine adatte, indicate da medici competenti, contribuisce in modo importante alla guarigione.

Davanti alle molteplici influenze cui siamo esposti e che, a volte, prendono la veste di “angeli di luce”chiediamo al Signore saggezza e umiltà per recuperare un equilibrio biblico a fronte di questi atteggiamenti che, anche se spesso non vengono alla luce, causano tanti problemi nelle persone e nelle famiglie.