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La ricchezza di un’immagine

 

Si consiglia la lettura di Giovanni 15:1-8.

 

Poche ore prima della sua passione, Gesù:

• Rivela sé stesso ai suoi discepoli usando un’immagine che descrive in maniera sublime l’essenza della vita cristiana, perché ci dice quanto siamo importanti agli occhi di Dio e quale cura e premura egli usa nei nostri confronti.

 

• Descrive l’intimo e profondo rapporto tra Cristo e i credenti.

 

• Spiega che le opere sono una conseguenza di un giusto rapporto con Cristo e non la causa o il mezzo per instaurare tale rapporto e se non si vedono tali opere ciò significa che il rapporto con lui è sbagliato.

 

• Afferma l’importanza delle prove e delle correzioni per crescere in lui.

 

• Chiarisce quando la preghiera è efficace e ci dà anche una visione sulla unità della chiesa.

 

L’immagine è quella della vite (Gv 15: 1-8), un’immagine ben conosciuta dagli Ebrei: diversi passi dell’Antico Testamento presentano infatti Israele come la vigna di Dio (Is 5:1-5,

Sl 80, Ez 19:10).

Il frutto della vigna era molto pregiato: l’uva era un importante alimento nella dieta degli Ebrei e il vino, per quanto comunque la Scrittura metta in guardia dai pericoli dell’abusarne, era considerato un dono di Dio, come mostra ad esempio la benedizione di Isacco a Giacobbe (Ge 27:28). Oggi il vino è sostanzialmente un bene superfluo, ma allora era usato oltre che come bevanda che rallegra il cuore degli uomini (Sl 104:15), anche come medicinale o come lenitivo o come disinfettante (cfr. Lu 10:34; 1Ti 5:23). Un quarto di hin di vino faceva parte della offerta quotidiana secondo la legge mosaica (Es 29:40).

L’essere chiamati la vigna di Dio dunque era rappresentativo dell’importanza che Israele aveva ai suoi occhi.

 

 

Una vigna con una sola vite

 

Gesù aveva già usato questa immagine nella parabola riportata in Matteo 21, dove pone l’accento sulla cura del Padre e sulla infedeltà delle guide di Israele.

In questa occasione però dice molto di più: la vigna è costituita da una sola vite e quella vite è lui stesso:

“Io sono la vite, voi siete i tralci” riporta il versetto 5, quello attorno a cui ruota tutto.

In precedenza, Gesù aveva detto di essere il pane della vita (Gv 6:35), la luce del mondo (Gv 8:12), la porta delle pecore (Gv 10:7), il buon pastore (Gv 10:11), tutte immagini di immediata comprensione che rivelano delle verità importantissime sull’opera di Cristo e su cosa Cristo sia per noi, ma credo che quella della vite, l’ultima in ordine cronologico fra le immagini da lui lasciateci, sia la più bella o almeno quella che descrive meglio di tutte le altre la relazione tra Cristo e i suoi discepoli.

 

Vite e tralci sono intimamente legati, ma con un rapporto di dipendenza dei secondi rispetto alla prima; infatti i tralci non hanno vita in sé: se non succhiano la linfa della vite sono morti, la vita dei tralci è nella vite

In questo brano ricorre molto spesso il verbo dimorare; noi spesso ci esortiamo l’uno con l’altro a dimorare in Cristo e questo è un concetto che può suonare mistico e astratto, ma io trovo che l’immagine di vite e tralci lo renda più intuibile: dimorare in Cristo vuol dire stargli attaccati e nutrirci della sua linfa e di conseguenza non prendere altro che non venga da lui.

La linfa è la sua Parola, lo Spirito che ci edifica, la vita che ci vivifica, la potenza che ci sostiene, insomma tutto ciò che viene da lui.

 

 

La necessità della potatura

 

Ma la vite necessita di molte cure e per portare più frutto, proprio come succede in natura, è necessario che il vignaiuolo, cioè Dio Padre (cfr. v. 1) poti o, come dice l’originale greco, pulisca i tralci; questo avviene attraverso la sua Parola (cfr. v. 3), che ci ha rigenerato una volta, ci guida verso un rapporto sempre più profondo con la vite e consente anche di eliminare tutti quei piccoli tralci inutili, anzi dannosi, che sono le false dottrine, le tradizioni umane, le convinzioni personali.

La pulizia avviene però anche attraverso quelle potature che chiamiamo prove o correzioni e che non sono certo indolori perché ci feriscono laddove siamo più deboli e sensibili, ma queste prove servono proprio per tirare via tutti quei piccoli tralci laterali che succhiano la linfa, ma non portano frutto.

Allora guardiamo i nostri cuori, le nostre parole, le nostre azioni e chiediamoci: quanti tralci inutili abbiamo ancora?

Quanto desideriamo che il Signore li poti via, anche se questo vuol dire correzioni e prove?

E quando siamo nella prova, riusciamo a vedere che si tratta di una potatura per poter portare più frutto?

Quante volte preghiamo: “Signore potami affinché io possa portare più frutto”?

“Tirami via tutte quelle schifezze inutili che non ti glorificano anche se questo vuol dire farmi passare per la prova”?

 

Il versetto centrale riporta le parole di Gesù:

“Senza di me non potete far nulla”.

Non dice: “Senza il mio aiuto” ma dice: “Senza di me”. La differenza non è piccola!

Negli anni della mia infanzia, vissuti nel cattolicesimo, mi era stato insegnato a recitare l’Atto di dolore che dice:“Propongo con il tuo santo aiuto di non offenderti mai più e di fuggire le occasioni prossime di peccato”.

Questa preghiera presuppone che il richiedente possa effettivamente non offendere più Dio con l’aiuto di Cristo.

Ma, per vivere una vita veramente cristiana, non basta l’aiuto di Cristo: abbiamo bisogno di lui. Non basta che Cristo operi al nostro fianco aiutandoci magari laddove noi non arriviamo da soli, ma che Cristo operi in noi qualunque cosa e costantemente.

“Senza di me non potete far nulla” è una verità che a parole conosciamo benissimo e lo ammettiamo spesso nelle nostre preghiere, ma ne siamo profondamente convinti?

 

Se non viviamo come tralci attaccati alla vite, non possiamo vivere secondo la volontà di Dio: il tralcio non può da sé dar frutto se non rimane nella vite (v. 4): ogni minuto in cui non dimoriamo nella vite è un minuto sprecato, perché è un minuto in cui non portiamo frutto, cioè non glorifichiamo Dio con i nostri pensieri, parole e azioni.

 

 

Quando i tralci dimorano nella vite…

 

Le parole che troviamo sempre nel versetto 5, “colui che dimora in me e nel quale io dimoro, porta molto frutto”ci incoraggiano ad altre considerazioni:

 

1. I tralci senza vite non possono sopravvivere, ma è anche vero che sono i tralci quelli che portano frutto e non la vite direttamente.

Gesù ha deciso di portare frutto nel mondo attraverso di noi! Questa è una cosa straordinaria, se ci pensiamo bene, e ci rende consapevoli della grande responsabilità che abbiamo: la vite ha scelto di portare frutto solo attraverso noi tralci. Se ci opponiamo, se non lasciamo vivere in noi a sua vita, se non lasciamo operare la sua potenza in noi la vite non porta frutto. Dio in un certo senso ha deciso di limitare la sua sfera di azione in terra, sottoponendo, almeno in parte, l’esercizio della sua volontà a quella degli uomini; un esempio eclatante lo abbiamo in Matteo 13:58 (o Mr 6:5) in cui si racconta che Gesù non poté compiere molti prodigi a Nazareth a causa della incredulità dei suoi abitanti; lì si parla di non credenti, ma anche noi credenti possiamo“limitare” Dio, magari semplicemente perché non gli chiediamo di intervenire (cfr. Ez 22:30) o perché non ci mettiamo a sua disposizione per lasciarlo operare attraverso di noi.

 

2. Qualunque tralcio, nessuno escluso, può portare molto frutto. Probabilmente alcuni credenti pensano di non essere in grado di portare frutto, o almeno non essere in grado di portare frutto quanto gli altri tralci, perché si ritengono meno dotati e pensano di non avere abbastanza doni o talenti. Non facciamo quest’errore: la qualità e la quantità di frutto dipendono dalla linfa, non dal tralcio stesso.

 

3. Le parole del v. 5 sottolineano che chi dimora in Cristo porterà “molto frutto”, non semplicemente “frutto”. È notevole il contrasto tra il “nessun frutto” dei tralci del v. 2 e il “molto frutto” dei tralci che dimorano in Gesù.

Sembra quasi non esistere una via di mezzo: i tralci che non dimorano in Cristo non portano poco frutto ma zero frutto, perché il tralcio non può da sé dar frutto, perché: “Senza di me non potete far nulla”. Senza Cristo, per quanti sforzi possiamo fare, non produrremo niente di buono agli occhi di Dio. Al contrario, se dimoriamo in lui, non solo porteremo frutto ma addirittura “molto frutto”. Ogni tralcio ha dunque due possibilità: opporsi alla vite e quindi non portare alcun frutto oppure lasciar fluire la linfa e permettere alla potenza divina di operare in lui e quindi portare molto frutto. Nel secondo caso, il tralcio non ha alcun merito, perché il merito è della vite, mentre nel primo caso è gravemente colpevole.

 

 

Comunione e dipendenza

 

L’immagine del tralcio che porta frutto spiega perfettamente il rapporto tra fede e opere: le opere non sono la causa o il mezzo del dimorare in Cristo, ma ne sono la naturale conseguenza proprio come accade, secondo natura, che un tralcio ben innestato porti frutto se la vite è buona. Viceversa, se non portiamo frutto, anzi se non portiamo molto frutto, vuol dire che non siamo veramente discepoli di Cristo (cfr v. 8), vuol dire che il nostro rapporto con Cristo è sbagliato.

 

Spesso nel nostro gergo evangelico, esortiamo i non credenti o i fratelli a instaurare o approfondire una relazione personale col Signore; però forse ci scordiamo di aggiungere l’aggettivo “giusta”; anche Satana ha un rapporto personale con Cristo ma non è certo il tipo di relazione che dobbiamo imitare. Nella nostra vita quotidiana, intratteniamo decine di rapporti personali, che possono essere di diverso tipo o intensità: con il coniuge, con i figli, coi colleghi, con il fruttivendolo, col vicino di casa con cui ci capita di litigare, col capo che ci tratta male, col cliente che rifiuta di pagarci. Anche col Signore possiamo avere una relazione personale di due tipi: del tipo giusto, quello scritturale, o del tipo sbagliato.

Questo brano ci spiega quale è la relazione giusta, quella come tra tralcio e vite, non solo intima e profonda comunione ma anche e soprattutto completa dipendenza.

Quindi esaminiamo noi stessi per vedere se portiamo frutto e, se non portiamo molto frutto, corriamo ai ripari perché significa che il nostro rapporto col Signore è del tipo sbagliato.

 

 

La Chiesa: insieme di tralci innestati nella stessa vite

 

Ogni tralcio che non dà frutto, Dio lo toglie via (v. 2): “Se uno non dimora in me, è gettato via come il tralcio, e si secca; questi tralci si raccolgono, si gettano nel fuoco e si bruciano” (v. 6). Una delle domande che spesso ci si pone leggendo questo brano è: di chi si sta parlando in questi versetti? Si tratta di credenti che non dimorando in Cristo perdono la salvezza (come suggerisce l’immagine del fuoco) oppure sono finti credenti che, pur frequentando una chiesa o avendo fatto professione di fede, non hanno mai veramente deciso di seguire il Signore?

Il brano in sé non ci dà una risposta, ma sottolinea con forza una verità fondamentale nella vita cristiana: i veri credenti devono comportarsi da veri tralci della vera vite e pertanto devono portare molto frutto.

Ogni giorno invece noi corriamo il rischio di volerci emancipare, cioè smettere di essere tralci, e provare a fare frutto con le nostre forze, provare a essere noi la vite, ma nella vigna di Dio c’è una sola vite: Gesù!

È lui la vera vite, fuori di essa ci possono essere solo viti selvatiche che portano frutti selvatici; in una di queste viti selvatiche eravamo innestati un tempo e pertanto portavamo falsi frutti, ma per grazia siamo stati innestati nella vera vite e per grazia possiamo portare molto frutto: dobbiamo solo desiderarlo. Penso anche che meditare sul fatto che la vite sia una sola ci aiuti a comprendere meglio cosa è la Chiesa, È molto più che una società di mutuo soccorso o un’associazione caritatevole, è molto più anche di un insieme di persone che si riuniscono per adorare lo stesso Dio o studiare la Bibbia.

La Chiesa è l’insieme dei tralci innestati nella stessa vite, tralci che condividono la stessa linfa, la stessa vita, e di conseguenza, essendo la vite una, la Chiesa è una!

 

L’unità dei cristiani è un dato di fatto, il problema è che non viviamo questa verità, ma al contrario finiamo per essere divisi in tante piccole viti. O addirittura, visto che per natura siamo individualisti e egocentrici, a ciascuno di noi piacerebbe essere l’unico tralcio della vite! Ma non è così: siamo solo uno delle migliaia di tralci, tutti innestati nella stessa unica vera vite.

Che affronto per il nostro ego che si reputa così importante!

 

Ancora: in quanto tralci dobbiamo stare attaccati alla vite, non ad altri tralci, anche perché possiamo correre il rischio di attaccarci a tralci secchi, quelli dei vv. 2 e 3. La vera linfa, l’unica che ci nutre spiritualmente, l’unica che fa fruttificare, la possiamo prendere solo dalla vite!

 

Un’ultima osservazione relativa al versetto 7: “Se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi, domandate quello che volete e vi sarà fatto”: vivere come tralci è garanzia di efficacia della preghiera. Se dimoriamo in lui, chiederemo al Padre cose secondo la sua volontà, perché la nostra volontà sarà allineata alla sua, e pertanto possiamo essere sicuri che lui ci esaudirà.

Che il Signore ci dia uno spirito di sapienza e di rivelazione perché possiamo conoscerlo pienamente (Ef 1:17)! Che ci ricordi ogni giorno che Gesù è la unica vera vite e che noi siamo solo tralci! Che ci insegni a comportarci da veri tralci invece di cercare di essere viti! Che impariamo a lasciar scorrere la sua linfa in noi per portare frutto a gloria di Dio!