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Pensare al dopo è una prerogativa che riscontriamo in tanti aspetti della nostra vita, siano essi di ordine materiale o sentimentale, morale, spirituale: cosa avverrà dopo una vita lavorativa, dopo la conclusione di una relazione, dopo un tempo vissuto con certe abitudini, dopo un servizio svolto con abnegazione e fedeltà da chi ora non c’è più, dopo la vita su questa terra?

Vivere il dopo è invece un’attitudine che non accogliamo spontaneamente poichè dipende dall’ambito della nostra esistenza in questione: se da un lato possiamo bramare l’arrivo del tempo del dopo, al punto da fantasticare e progettare i giorni che verranno come farebbero giustamente due promessi sposi, dall’altro il dopo può coglierci impreparati perché non atteso, non inserito nei programmi di prossima realizzazione.

Anche per questo argomento che, ci rendiamo conto, tocca tutta l’esistenza umana in modo sottile ma costante, sin dal dopo del neonato venuto alla luce per finire al dopo della salma che ritorna alla terra, la Parola di Dio ha risposte, che accolgono i nostri entusiasmi e le nostre paure, le nostre speranze e i nostri dubbi, le nostre gioie e i nostri dolori.

Non casualmente ma guidati dalla sovranità del “Dio che sa tutto” (1 Sa 2:3), nella penultima riunione dell’ASPE (l’associazione che cura la pubblicazione di questa rivista), a marzo dello scorso anno, la meditazione biblica di inizio giornata ha riguardato l’attitudine del popolo di Dio al lavoro insieme, guidati dal fedele Neemia intento a ricostruire le mura di Gerusalemme dopo la devastante invasione babilonese di ottant’anni prima.  In questa condizione (Ne 3), troviamo persone molto diverse da loro che sono sia ACCANTO (vv. 1-15) l’una all’altra nel lavoro quotidiano, mettendo in comune i propri doni, sia che si susseguono DOPO DI in continuità con chi li aveva preceduti: dopo di lui (Mispa) Barac, figlio di Zabbrai, ne restaurò con ardore un’altra parte. Il brano biblico mette in evidenza come l’armonia nel servire l’uno accanto, e dopo, l’altro non fosse il frutto di caratteristiche comuni ma, bensì, del comune desiderio di rispondere a una precisa volontà di Dio: “…sbrighiamoci e mettiamoci a costruire” (2:18). Non erano i mezzi a unirli ma il fine e Colui per il quale stavano lavorando.

Questo insegnamento è tornato alla mia mente nei giorni appena trascorsi in cui abbiamo accolto tristemente la notizia della dipartita alla Casa Celeste del nostro fratello in Cristo, Paolo Moretti, Direttore de IL CRISTIANO ininterrottamente dal numero di Gennaio 1990 a quello di Gennaio 2026 (mandato in stampa pochi giorni prima del 24 dicembre 2025, data di conclusione della sua vita terrena). Dalle parole A DOPO che sono risuonate in un toccante ricordo nel momento dei funerali, alla concretezza del come affrontare il DOPO nella vita di tutti coloro che sono rimasti privi della sua presenza. Dove può prendere il sopravvento lo smarrimento, intervengono  come un balsamo le promesse bibliche di cui abbiamo voluto scrivere in questo numero monotematico dedicato ai temi della morte, dell’eternità e dei loro riflessi nel presente.

Per noi che rimaniamo a vivere e costruire DOPO DI …, queste promesse sono un’ancora, un porto sicuro, una chiara direzione da seguire certi che la “benefica mano del mio Dio” (Ne 2: 18) è sopra i suoi figli.

Per il comitato redazionale
Giampiero Picciani