Non con sapienza di parola ma con potenza di Spirito
Per quanto possiamo diventare esperti di un argomento e conoscere bene gli insegnamenti delle Scritture, non dobbiamo cadere nell’errore di diventare delle specie di “grillo parlante”. Uno dei passi biblici citati in queste riflessioni ci ricorda, tramite l’apostolo Pietro, che dobbiamo essere pronti a dare risposte a chi ci fa delle domande. Questa esortazione relativa a questo compito che viene affidato a tutti i credenti, deve essere affiancata alla testimonianza di Paolo: “la mia parola e la mia predicazione non consistettero in discorsi persuasivi di sapienza umana, ma in dimostrazione di Spirito e di potenza affinché la vostra fede fosse fondata non sulla sapienza ma sulla potenza di Dio” (2Co 2:4-5).
La dimostrazione di Spirito è la santificazione e la santificazione è qualcosa di molto pratico: è la trasformazione della nostra vita. Quello che Paolo ci sta insegnando è che per trasmettere il Vangelo la testimonianza di una vita trasformata conta più delle nostre parole. È nella nostra vita che si dimostra la potenza di Dio ed è la nostra vita che può essere convincente ben più dei nostri discorsi. Questo è applicabile a tutta la testimonianza del Vangelo ma ritengo che sia particolarmente importante capire che deve essere applicato a un tema controverso come la questione LGBTQ+.
Se dobbiamo convincere qualcuno sulla bontà del genere così come è presentato da Dio, riusciremo a farlo solo se saremo capaci di viverlo come Dio vuole. Le persone potranno essere convinte non dalle nostre parole, ma soltanto se saremo in grado di dimostrare che fare la volontà di Dio ci dona pace e ci permette di essere benedetti da lui.
Cosa cambia in Cristo
Oggettivamente la testimonianza resa dal popolo di Israele non è stata convincente in molteplici aspetti. Il Signore ha richiamato ripetutamente gli Ebrei, esortandoli a non comportarsi come gli altri popoli, invece spesso si comportavano peggio degli altri popoli. Con noi non può essere accettabile una cosa del genere perché con Cristo le cose sono cambiate. Grazie alla nuova nascita e alla presenza dello Spirito Santo, abbiamo veramente la possibilità e l’aiuto necessario per vivere come Dio vuole e in particolare abbiamo la possibilità di vivere la nostra identità di genere nei limiti desiderati da Dio. Così come abbiamo la possibilità di essere liberi dai limiti dell’identità di genere imposti da tradizioni e cultura. Dio ci promette di donarci la saggezza necessaria per riuscire a compiere questa distinzione. Dobbiamo imparare a rispettare le differenze che derivano da abitudini e cultura e invece vivere in modo rigoroso e convinto gli aspetti del genere che Dio ci ha insegnato.
In particolare nel Nuovo Testamento ci vengono presentati i due ambiti nei quali è necessario vivere e testimoniare il genere secondo Dio e sono la chiesa e la famiglia.
Non ritrovo invece lo stesso tipo di richiamo nella vita della società dove dovrebbe essere adempiuto l’ordine di governo del creato e per il quale quella gerarchia di responsabilità presentata in Genesi 1 non viene richiamata. È come se per questo specifico ordine, il governo del creato, la complementarietà, la progettualità e la collaborazione tra generi alla pari non richiedesse un ordine gerarchico tra i generi come invece è evidentemente scritto per quanto riguarda la chiesa e la famiglia.
Questo non deve stupirci perché la chiesa e la famiglia sono gli ambiti nei quali i rapporti relazionali, una delle caratteristiche dell’immagine di Dio, sono figura dei rapporti tra Padre e Figlio.
Uomini e donne uguali nella Chiesa
Partiamo dalla Chiesa e ancora prima dal bisogno che abbiamo di essere Chiesa.
Di fronte a Dio tutti, uomini e donne sono uguali, anche in senso negativo. Purtroppo tutti hanno peccato e tutti sono privi della gloria di Dio. Ed è evidente anche nei problemi di rapporti tra i generi. Ma a tutti, uomini e donne viene offerta la salvezza. Gesù ha svolto un ministero di evangelizzazione verso uomini e donne. Nel libro degli Atti viene raccontata la storia della prima chiesa dove i protagonisti sono sia uomini che donne. Alla chiesa, a Gerusalemme, “si aggiungevano uomini e donne in gran numero” (Atti 5:14). A Samaria grazie al ministerio di Filippo che portava il lieto del messaggio del regno di Dio, “furono battezzati uomini e donne” (Atti 8:12). Paolo insegna: “siete tutti figli di Dio per la fede in Cristo Gesù… voi tutti vi siete rivestiti di Cristo… non c’è ne maschio né femmina, perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù. Se siete di Cristo… siete eredi seconda la promessa” (Ga 3:26-29).
Quindi come nel peccato uomini e donne sono ugualmente privi della gloria di Dio, faranno parte della Chiesa completamente a pari titolo uomini e donne. Di fronte a Dio sono figli e figlie uguali, con la stessa dignità e importanza. Alla Pentecoste Pietro nel suo discorso, spiegando quello che stava succedendo, cita la profezia di Gioele che afferma: “Avverrà negli ultimi giorni, dice Dio, che io spanderò il mio Spirito sopra ogni persona, i vostri figli e le vostre figlie profetizzeranno, i vostri giovani avranno delle visioni e i vostri vecchi sogneranno dei sogni. Anche sui miei servi e sulle mie serve, in quei giorni, spanderò il mio Spirito, e profetizzeranno” (At 2:17-18).
Lo Spirito è dato a tutti i credenti, uomini e donne, e quindi a uomini e donne sono dati i doni dello Spirito. Tutti sono membri della Chiesa e tutti hanno la responsabilità di essere membri attivi del corpo esercitando i doni ricevuti.
Citiamo alcuni esempi dal Nuovo Testamento.
Dono di profezia (At 21:8-9): le quattro figlie di Filippo l’evangelista, uno dei primi sette diaconi, il primo a evangelizzare fuori di Gerusalemme, profetizzavano. Quindi queste quattro sorelle esercitavano questo dono di insegnamento e annuncio della Parola di Dio. Essendo precisato che non erano sposate, avevano probabilmente dedicato la loro vita al ministerio, come fece anche Paolo. Il fatto di essere donne e non sposate, non precludeva loro di esercitare un importante ministerio spirituale.
Dono di dottore (Atti 18:26): Aquila e Priscilla presero con loro Apollo e gli esposero (plurale, quindi entrambi) con più esattezza la parola. Entrambi hanno curato una sorta di scuola biblica in casa loro, prendendosi cura di Apollo e istruendolo in modo approfondito su cosa era il messaggio del Vangelo e verosimilmente applicando al Vangelo nel modo corretto ciò che era preannunziato dell’Antico Testamento. In questo modo non solo Aquila ma anche Priscilla, una donna, ha svolto questo ministerio di dottore della Parola.
Dono di ospitalità (1Co 16:19): Aquila e Priscilla avevano una chiesa in casa loro. Ospitare una chiesa locale voleva dire non solo tenere un culto in casa, ma anche curare tutte le attività di una chiesa: comunione, preghiera, conversazioni, insegnamento, pasti in comune. Credo che in una casa cogestita da una famiglia anche le donne di quella comunità locale si saranno sentite più a loro agio nel vivere la comunione della chiesa.
Impegno nella missione: Priscilla e Aquila erano collaboratori di Paolo (Ro 16:3). Quindi Paolo considerava Priscilla come Aquila e come sé stesso relativamente al ministerio di fondazione di chiese che stavano portando avanti.
Impegno nella testimonianza della fede: Loide ed Eunice hanno trasmesso la loro fede a Timoteo. Paolo riconosce a queste donne l’onore di avere istruito nella fede Timoteo in modo da portarlo ad essere un servitore importante. Anzi, nel momento in cui sembrava che Timoteo mostrasse qualche debolezza, Paolo richiama le istruzioni avute da queste donne (nonna e mamma di Timoteo) come una fonte di solidità. Il loro insegnamento era stato corretto e approfondito.
Questi esempi ci dicono che il genere donna è e deve essere pienamente coinvolto nella vita della chiesa locale con la responsabilità di avere ricevuto dei doni e quindi di esercitarli per il bene di tutta la chiesa.
Nella Chiesa: diversità di ruoli
Ma allora non ci sono differenze tra i generi?
In realtà Paolo insegna anche che deve essere evidente che i due generi sono diversi e giocano ruoli diversi dal punto di vista della responsabilità/autorità. Nella Chiesa viene in sostanza ripreso l’insegnamento iniziale, creazionale, sulla differenza di genere. A suo tempo ad Adamo era stata data una responsabilità. Lui ha poi fallito nel compito, ma nella Chiesa viene richiesto di riprendere quella gerarchia di responsabilità.
Uno dei brani che forse offre più spunti per cercare di capire la volontà di Dio per i due generi nella chiesa e nella famiglia è 1Corinzi 11:3-16.
Paolo introduce una gerarchia ma lo fa precisando che questo non riguarda solo il rapporto tra uomini e donne. Potremmo pensare che l’esposizione non sia ordinata. Non avrebbe forse potuto dire che Dio è il capo di Cristo, Cristo è il capo dell’uomo e l’uomo è il capo della donna? Invece inizia affermando che il capo di ogni uomo è Cristo. Ma questo non echeggia forse il racconto della creazione quando Dio, dando all’uomo un compito di responsabilità, gli ha precisato che l’uomo sarebbe stato un custode, non un capo senza regole libero di fare tutto quello che voleva. In questo modo Paolo introduce la scala gerarchica ricordando all’uomo di avere un Capo sopra di lui e che a questo Capo avrebbe dovuto rendere conto, oltre che seguirne la volontà. Solo dopo segue l’affermazione che il capo della donna è l’uomo per finire con la chiave di lettura corretta di questa gerarchia: il capo di Cristo è Dio. Perché questa è la chiave di lettura. È dalla comprensione di come il Padre ed il Figlio hanno e stanno interagendo, dalla piena complementarietà dei loro ruoli nel piano di salvezza per noi e dal contemporaneo pieno rispetto della differenza dei ruoli in questo piano di salvezza, che possiamo comprendere le implicazioni di questa gerarchia che è ben lontana dalle degenerazioni che spesso ne facciamo noi. C’è un parallelismo tra i rapporti di ruolo tra Padre e Figlio e quello tra uomo e donna (aggiungo nella chiesa ma anche nella famiglia).
Ma in cosa consiste questa gerarchia tra Padre e Figlio?
- “Il Figlio non può da sé stesso far cosa alcuna se non le vede fare dal Padre, perché le cose che il Padre fa, anche il Figlio le fa ugualmente. Perchè il Padre ama il Figlio e gli mostra tutto quello che fa…” (Gv 5:19).
- “le opere che il Padre mi ha date da compiere, quelle stesse opere che faccio, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato” (Gv 5:36).
- “Il Padre non giudica nessuno ma ha affidato tutto il giudizio al Figlio affinché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre” (Gv 5:22).
- “Questa è la volontà del Padre mio: che chiunque contempla il Figlio e crede in lui, abbia vita eterna, e io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Gv 6:40).
- “Poichè io non ho parlato di mio, ma il Padre che mi ha mandato, mi ha comandato lui quello che devo dire” (Gv 12:49).
- “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice, però non la mia volontà, ma la tua sia fatta” (Lu 22:29).
Cosa impariamo da questi pochi esempi (ce ne sono altre decine)? Che Padre e Figlio hanno ruoli diversi, che il Padre ha affidato al Figlio dei compiti, che il Figlio rispetta questa diversità di ruoli, che agiscono in modo complementare per la nostra salvezza e che il Figlio fa la volontà del Padre perché sa che quello che deve fare è indispensabile. Anche quando nel Getsemani Gesù rivela la difficoltà di questo ruolo, ha fatto la volontà del Padre.
Partendo da questo rapporto, Paolo chiede che negli incontri pubblici di chiesa questa gerarchia di responsabilità e questa differenza di genere sia visibile e rispettata. In 1Corinzi 11 parla del velo come distinzione tra uomini e donne nella chiesa. Nel parlare degli anziani insegna che devono essere uomini, così come il ruolo di guida nell’insegnamento negli incontri della chiesa locale nel suo insieme. Questa differenza di ruoli non è uno sminuire il ruolo della donna perché se no sarebbe come dire che Gesù è stato sminuito nell’interpretare un ruolo diverso dal Padre. Nella chiesa c’è una complementarietà di azione, i doni sono esercitati da tutti per il bene comune, ma devono essere rispettate delle differenze di ruolo che non sottendono superiorità e inferiorità, imposizione ecc. così come questo non accade tra Dio Padre d Dio Figlio.
Ad esempio il ruolo dell’anziano è riservato all’uomo come anche il ruolo di insegnamento pubblico quando la chiesa è riunita tutta insieme. Non è che alla donna sia precluso il dono del sapere insegnare, come abbiamo visto, ma nel rispetto della gerarchia di genere, non come guida di tutta la chiesa. Dio ha previsto un ordine, così come ha previsto un ordine di ruoli tra Padre e Figlio e noi siamo chiamati a rispettarlo.
Responsabilità diverse anche nella famiglia
Una distinzione nella responsabilità dei generi viene presentata anche per la famiglia.
In Efesini 5 Paolo introduce un paragrafo sul comportamento con l’avvertimento a guardare con diligenza a come ci comportiamo, evitando di agire con leggerezza e cercando di capire bene quale sia la volontà del Signore. Quindi dal v. 22 presenta i rapporti tra generi all’interno della famiglia. La prima cosa che dice pare un pugno nello stomaco ai tempi odierni: “Mogli siate sottomesse ai vostri mariti”, ma poi aggiunge “come al Signore” e presenta la famiglia come un esempio di quello che è il rapporto tra Cristo e la Chiesa.
Il termine sottomissione deriva dall’insieme delle parole mettere sotto. Così sembra avere solo un significato abbastanza negativo. Ma il concetto è molto più ampio e possiamo cercare di afferrarlo se andiamo a cercare quelle parole che ne sono il contrario. Ad esempio significa essere devoti (cioè dedicati a qualcuno o qualcosa) piuttosto che ribelli, vuol dire essere umili invece che superbi, essere dipendenti invece che indipendenti.
Il significato negativo viene dato dall’uno che sottomette l’altro perché in questo caso diventa costrizione, diventa piegare l’altro alla volontà dell’uno. Ma in questi versetti Paolo non dice al marito “sottometti tua moglie” ma dice alla moglie di sottomettersi. In questo caso cambiano soggetto e oggetto e cambia completamente l’atteggiamento, nel primo caso c’è costrizione, nel secondo c’è azione volontaria. Cioè volontariamente si accetta di essere dipendenti, di dedicarsi a fare qualcosa insieme, essere umili cioè non anteporre i propri interessi.
Possiamo cercare esempi dalla Bibbia su questo tipo di sottomissione. In Efesini 5 si parla della Chiesa che è sottomessa a Cristo. Sempre in Efesini Paolo esorta tutti i credenti ad essere sottomessi gli uni gli altri in Cristo. In 1Corinzi 16:15-16 Paolo invita i credenti a sottomettersi a chiunque lavora e fatica nell’opera comune (si intende opera per Cristo nella Chiesa).
In Ebrei 13:17 i credenti sono chiamati a sottomettersi ai conduttori perché loro vegliano le loro anime e devono poterlo fare con gioia e ne dovranno rendere conto. Proprio di questo tipo di sottomissione si sta parlando qui. Non è il marito che sottomette la moglie ma è la moglie che viene invitata a sottomettersi volontariamente richiamando quindi il concetto ampio che abbiamo visto: essere dipendenti con la consapevolezza che il bene viene dal condividere un progetto comune e non nell’indipendenza, dal dedicarsi ed essere devoti a questo progetto (in questo caso la famiglia). In questo progetto la sottomissione comporta il portare avanti il compito con gioia.
È per questo che Paolo ricorda che questo compito deve essere portato avanti come si conviene nel Signore, cioè come è opportuno per chiunque voglia testimoniare di essere un figlio di Dio. Il tipo di sottomissione volontaria che viene dall’esortazione di Paolo può essere raggiunto solo tenendo a mente tutto il percorso di crescita spirituale e contemporanea applicazione pratica nei rapporti con gli altri descritta nei versetti precedenti.
E non finisce qui perché nella gerarchia di responsabilità è chiara quella del marito: davanti a Dio sarà responsabile di amare sua moglie come Cristo ha amato la Chiesa, di curarla teneramente. E l’esempio da prendere da riferimento è il modo in cui Gesù si è sacrificato per la Chiesa. Cristo opera perché la Chiesa cresca, abbia degli obiettivi, manifesti le sue capacità, goda dei doni che ha ricevuto dati per il suo benessere. Insomma l’uomo deve amare la moglie come sé stesso.
Queste affermazioni di Paolo relativamente a Gesù e alla Chiesa, ci fanno comprendere che esiste un’altra gerarchia oltre a quella di responsabilità. Se questa gerarchia ha un ordine nel quale pare che in cima ci sia il Padre e in fondo la donna, ce n’è un’altra dove in fondo c’è il Padre e in cima la donna. È la gerarchia dell’onore, della gloria e della cura.
“Il Padre ama il Figlio e gli ha dato ogni cosa” (Gv 3:35) – “Tutte le cose che ha il Padre, sono mie” (Gv 16:15) – “Ora Padre glorificami presso di te della gloria che avevo presso di te prima che il mondo esistesse” (Gv 17:5).
Quindi il Padre da tutto a suo Figlio, lo onora e lo glorifica.
Così Gesù trasferisce questa cura su di noi: “Come il Padre mi ha amato così anche io ho amato voi” (Gv 15:9). Ci cura per farci comparire gloriosi, senza macchia, senza rughe o altri difetti.
Così i mariti devono curare, onorare e dare gloria alle proprie mogli così come in Proverbi viene detto che il marito riconosceva le qualità della moglie e per questo la lodava.
Quindi una corretta comprensione delle differenze di genere nella famiglia, prevede per essere secondo la volontà di Dio, il mettere in pratica entrambe queste gerarchie, di responsabilità e di onore e nella gerarchia dell’onore, della cura e della lode, la donna è sopra l’uomo.
È possibile una vita piena anche nella diversità
Una doverosa parentesi per chi invece non si riconosce nei ruoli della famiglia. Quello che sto per dire riguarda celibi, nubili e anche chi può avere problemi con l’identità sessuale. Gesù stesso ha riconosciuto l’esistenza di questa situazione che può essere per problemi fisici oppure per scelta.
Gesù dice per mettere in pratica la sua parola, viene data Dio la capacità di farlo (Mt 19:11-12). E questo riguarda anche gli eunuchi, di nascita o per scelta. Questo riferimento è utile anche a chi riconosce di avere orientamento omosessuale o ha comunque un problema di identità di genere. Gesù chiede di essere eunuchi, cioè di evitare l’unione sessuale a motivo del regno dei cieli. C’erano persone così? Certamente sì ai tempi di Paolo, anche perché l’omosessualità era normalmente accettata nella cultura greca. Infatti Paolo dice che taluni di loro avevano questo problema ma avevano abbandonato quella vita. È possibile vivere comunque una vita piena. Certamente! Così come Paolo testimonia di sé stesso, che non essendo sposato poteva dedicarsi più liberamente al suo ministerio. Ma poi abbiamo la promessa fatta da Dio che in spirito può essere già fatta nostra.
Dio si impegna ad onorare gli “eunuchi” che sceglieranno di fare ciò che piace a Dio e si atterranno al suo patto: saranno onorati (Is 56:3-5). E se dovesse esserci nella chiesa una persona omosessuale diventata figlio di Dio, allora la chiesa dovrà proteggerlo e onorarlo, perché una tale persona ha nella casa di Dio un posto ed un nome.
Il vero mandato della Chiesa
Quello che complessivamente comprendo dalla lettura del Nuovo Testamento è che quanto noi possiamo comprendere sul ruolo del genere non deve essere urlato, in particolare non siamo chiamati a urlare il nostro dissenso sul tema LGBTQ+ non più del dissenso su altri modi di fare che Paolo ci esorta a non mettere più in atto. E non siamo chiamati a cercare di imporre a tutti gli altri la nostra morale.
Noi siamo chiamati a vivere il genere secondo Dio. Saremo efficaci se gli altri non vedranno sopraffazione, se vedranno cura, possibilità di vedere soddisfatte le aspirazioni e i desideri indipendentemente al genere di appartenenza. Non è facile ma dobbiamo ricercare di vivere in modo complementare rispettando le gerarchie di ruolo, autorità e cura.
Ma perché è più importante viverla praticamente piuttosto che imporla? Perché non importa imporre il fatto di avere ragione e che invece il movimento LGBTQ ha torto?
Perché oggi viviamo nel tempo della grazia e la Chiesa ha il mandato di presentare il Vangelo alle persone anche agli omosessuali, ai transgender, ai queer.
I bisogni dei gender e la risposta di Gesù
Nel Vangelo di Luca (7:37 e segg.) ci vengono presentati una donna peccatrice e un fariseo che aveva evidentemente ragione nella sua condanna morale verso quella donna. Ma Gesù ha qualcosa da dire al fariseo che disprezzava quella donna. Gesù sapeva che la donna era peccatrice e infatti lo conferma quando richiama i suoi “molti peccati”. Ma Gesù vedeva il suo bisogno di salvezza, era quello che contava. Infatti le offre il perdono e le dice: “Sei salva”. La necessità primaria era offrire il messaggio del Vangelo, la salvezza.
Un’altra lezione la riceviamo dall’incontro di Gesù con la Samaritana (Gv 4). È evidente che Gesù conoscesse il problema morale di questa donna. Ma prima di affrontare la questione morale, Gesù si preoccupa di far venire fuori il problema principale di questa donna: il suo bisogno di essere “dissetata” in modo perfetto. Certo la donna non aveva capito esattamente a cosa faceva riferimento Gesù, ma la necessità di affrontare il problema morale viene dopo l’annuncio: “Chi beve l’acqua che io gli darò non avrai mai più sete, anzi l’acqua che io gli darò diventerà un lui una fonte d’acqua che scaturisce in vita eterna”.
Credo che Gesù ci lasci l’esempio da seguire. Anche verso persone che seguono l’ideologia LGBTQ+, abbiamo la responsabilità di presentare il Vangelo. È questo il bisogno principale, la necessità di salvezza. È inutile condannare a gran voce anche perché in assenza della nuova nascita queste persone non avranno probabilmente mai la forza di cambiare vita. È solo dopo avere presentato il Vangelo, dopo aver testimoniato amore, che sarà possibile affrontare la questione morale.
Non è importante dimostrare di avere ragione, è importante portare le persone a Cristo.







