Rivelazione cristocentrica
Il vero cristianesimo è fondato su Gesù Cristo perché tutta la Scrittura verte su di Lui. Egli ha infatti affermato che le Scritture rendevano testimonianza di lui (Gv 5:39). Leggendo l’Antico Testamento si può osservare che il messaggio centrale nella sua globalità sia: Egli (il Messia, Cristo) verrà. Se andiamo al Nuovo, a partire dai Vangeli, è come se, nel loro insieme, affermassero: Egli è qui. Le Epistole è come se dicessero: Egli è venuto e l’Apocalisse è come se dichiarasse: Egli ritornerà.
Tutta la dottrina del Nuovo Testamento si basa sulla Persona e sull’Opera di Gesù Cristo, il Figlio di Dio. E tutti gli aspetti del corpo dottrinale sono in qualche modo collegati a lui a partire dalla dottrina della Bibbia, passando attraverso la dottrina della salvezza (soteriologia) per arrivare alla dottrina delle ultime cose (escatologia).
Gesù verrà!
Intorno a questo argomento l’Antico Testamento ci presenta tre filoni che predicono variamente la sua venuta: quello divino, quello umano e quello delle sue sofferenze. A questo punto bisogna ricordare l’episodio in cui il Signore Gesù, risorto, era incamminato con i due discepoli da Gerusalemme verso Emmaus. Essi non lo avevano riconosciuto, perché non pensavano che egli potesse essere davvero risuscitato, come aveva predetto in diverse occasioni. Al che Egli disse loro:
“O insensati e lenti di cuore a credere a tutte le cose che i profeti hanno dette! Non doveva il Cristo soffrire tutto ciò ed entrare nella sua gloria? E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture le cose che lo riguardavano” (Lu 24:25-27).
Lo Spirito Santo non ha voluto farci sapere i passi biblici che Gesù ha citato ma sicuramente egli avrà ricordato le profezie che annunciavano la sua venuta, la sua morte e la sua risurrezione, oltre al sistema dei sacrifici che prefiguravano la sua morte. Naturalmente questo non significa che tutto l’Antico Testamento parli di Cristo e che si debba vedere in tutte le pagine qualcosa che si riferisca a lui o sia un tipo di Cristo ma, senza alcun dubbio, ci sono molti aspetti che Lo riguardano.
Esaminiamo il filone divino. C’è una serie di nomi con i quali l’Unto viene annunciato; ognuno di essi ha un profondo significato perché esprime con grande chiarezza la sua Deità e, inoltre, viene poi ripreso nel Nuovo Testamento. Di seguito ecco alcuni esempi che affermano questa verità.
- Cristo, che significa “unto”, ed è l’esatto equivalente della parola ebraica per Messia (Da 9:25), viene descritto profeticamente nel Salmo 45 come Dio. E le parole di questo Salmo sono riprese in Ebrei quando lo scrittore, descrivendo Gesù, afferma che Dio, il Padre, “parlando del Figlio dice: «Il tuo trono o Dio, dura di secolo in secolo, e lo scettro del tuo regno è uno scettro di giustizia. Tu hai amato la giustizia e hai odiato l’iniquità: perciò Dio, il tuo Dio, ti ha unto con olio di letizia, a preferenza dei tuoi compagni»” (Eb. 1:8-9). E il nome Dio riferito a Cristo, è menzionato tante altre volte nel Nuovo Testamento.
- Nel cap. 40 di Isaia si parla profeticamente di lui come Signore, YWHW. Anche se questo nome si trova già nel cap. 2 della Genesi, è con Mosè (Es 3), che Dio si rivela come YHWH (Yahweh), l’io sono, l’auto-sufficiente, che ha il dominio su tutto, il Dio che era, è e sarà. Questo nome da questo momento in poi, diventa quello del patto di Dio con Israele. Questo nome si ritrova più di qualsiasi altro, quasi settemila volte nell’Antico Testamento! Nei Vangeli e nel resto del Nuovo Teestamento si ritrova più volte l’espressione “io sono” detta da Gesù o riferita a lui. In modo particolare la si ritrova 45 volte nel Vangelo di Giovanni. Ventiquattro sono enfatiche perché includono il pronome “io” che non sarebbe necessario dire/scrivere prima del verbo perché questo sottintende già il pronome. Il fatto che sia stato menzionato dà enfasi. Queste espressioni enfatiche sono a loro volta suddivise in assolute o seguite da predicati nominali. Nel caso di queste ultime l’espressione è seguita da un’immagine metaforica (una figura) che ne completa il pensiero. Ad esempio: “Io sono il vero pane disceso dal cielo”, “Io sono la luce del mondo”, “Io sono la porta” eccetera.
- Emmanuele in Isaia 7, è un altro nome di questo filone divino ed è ripreso in Matteo “La vergine sarà incinta e partorirà un figlio, al quale sarà posto nome Emmanuele, che tradotto vuol dire: «Dio con noi»” (Mt 1:23).
- Il “figlio” (Sl 2:2, 7) viene ripreso in Ebrei per presentare il rapporto unico che c’è tra il Figlio e il Padre e che nessun angelo ha mai sperimentato (Eb1:5).
- E, infine, Cristo è ripetutamente descritto come Re nel Salmo 45. E, in occasione della sua seconda venuta in terra, Gesù si manifesterà come “Re dei re e Signore dei signori” (Ap 19:16).
In secondo luogo, nelle profezie dell’Antico Testamento, c’è il filone umano. Subito dopo l’entrata del peccato nel mondo, nel momento più drammatico della storia dell’umanità si legge la prima promessa riguardante la venuta del Redentore. Il Signore Dio disse: “Io porrò inimicizia fra te e la donna, e fra la tua progenie e la progenie di lei; questa progenie ti schiaccerà il capo e tu le ferirai il calcagno” (Ge 3:15). Circa questa promessa si devono notare due elementi importantissimi.
Primo, sia l’apostolo Paolo sia l’apostolo Giovanni hanno identificato il serpente con Satana (2Co 11:3; Ap 12:9).
Secondo: questo testo è stato tradotto in modo errato da Girolamo che, nella Vulgata scrive, in riferimento alla donna: “ella ti schiaccerà il capo”, mentre il testo biblico si riferisce alla “progenie della donna” ovvero Cristo (Ga 3:16). L’intervento di Dio in favore dell’umanità con la promessa di un Redentore è solo l’inizio del grande progetto di Dio, infatti man mano che si va avanti nella rivelazione biblica diventa sempre più chiaro. Chiamando Abramo, Dio gli fa una triplice promessa. Una è: “in te saranno benedette tutte le famiglie della terra” (Ge 12:3), promessa che si è realizzata con la venuta e l’opera di Gesù Cristo. A seguire c’è la benedizione di Giacobbe nei confronti di Giuda dal quale sarebbe disceso il Messia (Ge 49:10). E il concetto è il medesimo, in riferimento alla posterità di Davide, quando il Signore gli fece la promessa di un trono stabile per sempre (2 S 7:16). Isaia, profetizzando la venuta di Cristo, scrive: “… un bambino ci è nato, un figlio ci è stato dato” (Is 9:5). In Michea si legge circa il luogo della nascita: “Ma da te, o Betlemme, Efrata, piccola per essere tra le migliaia di Giuda, da te mi uscirà colui che sarà dominatore in Israele, le cui origini risalgono ai tempi antichi, ai giorni eterni” (Mi 5:1).
Infine nell’Antico Testamento è presente il filone delle sofferenze di Cristo al nostro posto. Isaia, in uno dei quattro canti del Servo del Signore, un brano fondamentale su questo argomento (Is 52:13-53:12), presenta il Messia con diverse immagini delle sue sofferenze fisiche, morali e spirituali al nostro posto. Questo brano è citato otto volte in modo diretto nel Nuovo Testamento e, in almeno altrettanti, si fa allusione a degli aspetti che sono esposti in questo poema diviso in cinque strofe ognuna di tre versetti.
La strofa centrale, non a caso, presenta il motivo delle sue sofferenze. Non c’è alcun dubbio che il tutto si riferisca profeticamente al Signore Gesù. Infatti è molto interessante notare che, fra l’altro, queste parole sono scritte al passato come se il tutto fosse già avvenuto. Ecco qualche passaggio. Gesù non è stato, come si direbbe oggi, un leader carismatico, ma piuttosto, un “uomo di dolore, familiare con la sofferenza…”.
Quanta sofferenza ha sopportato quando, all’inizio della sua attività pubblica, ha dovuto rovesciare le tavole dei cambiavalute che rendevano la casa del Padre “una casa di mercato”! O come quando, alla fine della sua attività ha bollato ripetutamente con il tremendo nome di “ipocriti” gli scribi e i farisei e subito dopo ha espresso il suo lamento su Gerusalemme.
Con le sue azioni miracolose Gesù si è caricato del peso di coloro che soffrivano; e ogni tipo di sofferenza è la conseguenza del peccato che abbiamo per ereditarietà. E Gesù, è diventato come “colui davanti al quale ciascuno si nasconde la faccia”, ovvero come una persona colpita dalla lebbra. Nella società del tempo, una persona in questa condizione, era totalmente emarginata. Isaia dà le motivazioni di tutto questo. “Egli è stato trafitto a causa delle nostre trasgressioni, stroncato a causa delle nostre iniquità…” (Is 53:5).
Le sue sofferenze in croce e la sua susseguente morte non sono state causate dai Giudei o dai Romani che lo hanno crocifisso materialmente. La ragione profonda è insita nel problema di fondo che attanaglia l’umanità: il peccato. La morte in croce di Cristo, causata dai nostri peccati, faceva parte, nelle parole di Pietro alla Pentecoste, del “determinato consiglio e la prescienza di Dio” (At 2:23). E nel filone di queste sofferenze ci sono due testi biblici nei quali è profetizzata quella che sarebbe stata la crocifissione. Davide afferma con toni molto forti: “Poiché cani mi hanno circondato; una folla di malfattori mi ha attorniato; mi hanno forato le mani e i piedi” (Sl 22:16; vd. anche Za 12:10).
Gesù è qui
Questo è il messaggio presentato nei Vangeli. Ed egli è il centro ed è al centro della storia biblica e umana. È stato il punto di arrivo, tanto atteso, e il punto di partenza di qualcosa di nuovo. L’angelo che annunciò a Giuseppe la nascita di Gesù gli disse: “… non temere di prendere con te Maria, tua moglie; perché ciò che in lei è generato viene dallo Spirito Santo. Ella partorirà un figlio, e tu gli porrai nome Gesù (che significa «il Signore è salvezza»), “perché è lui che salverà il suo popolo dai loro peccati” (Mt 1:20).
E Luca scrive della nascita del Salvatore a Betlemme citando le parole dell’angelo che ha proclamato questa verità: “Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo, il Signore” (Lu 2:11). E l’apostolo Giovanni nel descriverci l’importanza della venuta di Gesù, definito come la Parola, scrive: “E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre” (Gv 1:14).
I Vangeli descrivono anche l’unicità della sua persona: egli era senza peccato e non ha conosciuto peccato. Ai suoi contemporanei Egli disse: “Chi di voi mi convince di peccato?” (Gv 8:46). Tutta la sua vita è stata una manifestazione di una vita santa, pura, giusta. L’evangelista Matteo, descrivendo la reazione delle persone alla fine del sermone sul monte, ha affermato che la gente si stupiva perché, a differenza degli scribi e dei farisei, Gesù parlava con autorità. E il suo parlare era spesso unito alle sue opere potenti, ai suoi prodigi e segni. Ad esempio, ci sono tre episodi che si susseguono riportati in Luca 5 che dimostrano questo.
- L’autorità sulla natura, Gesù compie il miracolo della pesca miracolosa.
- L’autorità sulla legge di Mosè, la guarigione di un lebbroso.
- L’autorità sugli scribi e i farisei, la guarigione di un paralitico.
Giovanni afferma che molti, mentre parlava, credettero in lui. Per questa ragione i capi dei sacerdoti e i farisei mandarono delle guardie per arrestarlo, cosa che essi non fecero. Al che i capi chiesero loro: “Perché non l’avete portato?”. Le guardie risposero: “Mai un uomo ha parlato così!” (Gv 7:31, 46)” Ed effettivamente, se pensiamo a tutte le parole di “spirito e vita” che Gesù ha pronunciato, non si può fare a meno di dire quello che ha detto Pietro dopo che Gesù, visti i molti che, dopo averlo seguito, se n’erano andati, disse ai suoi:
“Non volete andarvene anche voi? Simon Pietro gli rispose: «Signore, da chi ce ne andremmo noi? Tu hai parole di vita eterna. E noi abbiamo creduto e abbiamo conosciuto che tu sei il Santo di Dio»” (Gv 6:67-69).”
Dopo circa due anni mezzo che i discepoli erano stati con lui, egli chiese: “Chi dice la gente che sia il Figlio dell’uomo?” Il titolo Figlio dell’uomo era quello che Gesù ha usato il maggior numero di volte per descriversi. I discepoli risposero dicendo che alcuni lo consideravano Giovanni Battista, altri Elia, altri Geremia o uno dei profeti. Al che Gesù rivolse una seconda domanda: “E voi, chi dite che io sia?”. Rispose Pietro con una delle più grandi confessioni scritte nei Vangeli: “TU sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Mt 16:13-16). Questa confessione così elevata va di pari passo con quella di Tommaso che riconobbe Gesù in questi termini: “Mio Signore e mio Dio” (Gv 20:28).
Gesù è venuto!
Nelle epistole è menzionato il significato della sua venuta considerata in tutti i suoi molteplici aspetti. In Ebrei 1:1-4 se ne leggono sette riferiti a Cristo che riguardano sia la sua Persona sia la sua Opera. Da un testo come questo e molti altri del Nuovo Testamento, impariamo l’importanza e il significato della sua venuta. Fondamentalmente questo breve brano della Scrittura afferma che Dio ha parlato in modo definitivo con la venuta di suo Figlio, il Signore Gesù Cristo. Egli è veramente Dio, lo dimostrano sia la sua opera nella creazione sia la sua natura perfettamente uguale a Dio. Inoltre, con la sua venuta Gesù ha risolto il problema del peccato e adesso, dopo essere risuscitato e asceso, è seduto in gloria dove svolge la sua opera a favore dell’umanità perduta in quanto unico mediatore fra Dio e gli uomini e svolge la sua molteplice opera in nostro favore.
Gesù ritornerà!
Durante l’ultima cena, Gesù ha affermato: “… io vado a prepararvi un luogo. Quando sarò andato e vi avrò preparato un luogo, tornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io, siate anche voi” (Gv 14:3-4). Paolo scrive di questo straordinario evento che tutti i credenti attendono (1Te 4:13-18; 1Co 15:51-57).
Giovanni riporta fedelmente l’ultimo messaggio di Gesù ripetuto più volte: “Ecco, io vengo presto”. Non sappiamo quando questo avverrà, ma sappiamo con certezza che questo accadrà. Se era già prossimo il suo ritorno quando l’ultimo degli apostoli era ancora in vita, alla fine del primo secolo, quanto più lo è adesso! La Chiesa fedele ha sempre aspettato il suo ritorno nel corso dei secoli e noi lo aspettiamo con pazienza e gioia. Pensando a questo evento, Giovanni scriveva che “ora noi siamo figli di Dio, ma non è stato ancora manifestato ciò che saremo. Sappiamo che quando egli sarà manifestato saremo simili a lui, perché lo vedremo come egli è” (1Gv 3:2-3). Con corpi trasformati, nell’assoluta perfezione. Saremo là per l’eternità ed egli sarà al centro della nostra adorazione.
Gesù è il centro della Scrittura e il fondamento del Cristianesimo. Non è un caso che gli apostoli Paolo e Pietro abbiano affermato con forza e autorità che Gesù Cristo è la pietra angolare, il fondamento della Chiesa, che garantisce la stabilità di questo edificio spirituale (Ef 2:20; 1P 2:7) e che “nessuno può porre altro fondamento oltre a quello già posto, cioè Cristo Gesù” (1Co 3:11). L’invito della Scrittura è di rimanere saldi su questo solido fondamento.







