Quali cambiamenti drammatici, frutto del giudizi di Dio, ha conosciuto l’uomo dopo la sua caduta? In quali modi questi cambiamenti hanno modificato anche il suo rapporto con il lavoro ed il suo rapporto con gli altri suoi simili all’interno delle attività lavorative? Quali risposte a queste domande riceviamo dalla Parola di Dio? Queste risposte sono ancora compatibili con la realtà del mondo del lavoro di oggi?

Le conseguenze

della disubbidienza preannunciate da Dio

 

Oggi non troveremo mai un contesto di lavoro ideale. Con il peccato niente è stato più come prima, così, mentre in Eden il lavoro poteva essere svolto senza difficoltà, da allora in poi le cose sono ben diverse.

Dopo la caduta Dio diede questi avvertimenti all’uomo:

 

• “Ad Adamo disse: «Poiché hai dato ascolto alla voce di tua moglie e hai mangiato del frutto dall’albero circa il quale io ti avevo ordinato di non mangiarne, il suolo sarà maledetto per causa tua; ne mangerai il frutto con affanno, tutti i giorni della tua vita. Esso ti produrrà spine e rovi, e tu mangerai l’erba dei campi; mangerai il pane con il sudore del tuo volto, finché tu ritorni nella terra da cui fosti tratto; perché sei polvere e in polvere ritornerai» (Ge 3:17-19).

 

• “Poi Dio il SIGNORE disse: «Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi, quanto alla conoscenza del bene e del male. Guardiamo che egli non stenda la mano e prenda anche del frutto dell’albero della vita, ne mangi e viva per sempre». Perciò Dio il SIGNORE mandò via l’uomo dal giardino d’Eden, perché lavorasse la terra da cui era stato tratto” (Ge 3:22-23).

 

Vediamo alcune delle conseguenze sopraggiunte a causa della caduta.

 

• “...il suolo sarà maledetto per causa tua... Esso ti produrrà spine e rovi”: questo significa che, rispetto a Eden, a seguito del suo lavoro Adamo avrebbe visto una minor resa di prodotti, per di più ottenibile solo disinfestando il crescere di erbe e piante da infestanti quali spine e rovi. Si tratta di conseguenze del peccato sull’ambiente.

Anche altri testi profetici associano la maledizione di Dio al rendere il suolo improduttivo, desertico e infestato dalle spine (Is 5:6, 24:1, 32:13, 34:13; Gr 12:13; Ez 6:14; Os 9:6).

 

Tutto questo corrisponde a quanto scritto in Romani 8, dove leggiamo che “la creazione aspetta con impazienza la manifestazione dei figli di Dio; perché la creazione è stata sottoposta alla vanità, non di sua propria volontà, ma a motivo di colui che ve l’ha sottoposta, nella speranza che anche la creazione stessa sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella gloriosa libertà dei figli di Dio. Sappiamo infatti che fino a ora tutta la creazione geme ed è in travaglio (Ro 8:19-22).

 

Quindi la creazione, l’ambiente, vive in una condizione di sofferenza e di disagio a causa degli uomini e del peccato, infatti termini come “geme” e “travaglio” non possono che essere collegati alla sofferenza.

Oggi tra l’altro assistiamo a problemi di desertificazione dovuti ad un eccessivo sfruttamento del terreno attraverso coltivazioni intensive, nonché a malattie che colpiscono coltivazioni come la vite e l’ulivo, solo per rimanere in Italia.

 

• “...ne mangerai il frutto con affanno, tutti i giorni della tua vita”. Queste parole indicano che anche a livello emotivo l’uomo avrebbe avuto delle conseguenze negative in rapporto al suo lavoro.

Prima godeva di una pace ed una serenità complete, ora invece avrebbe sperimentato la tensione e la preoccupazione, legate all’incertezza di vedere o meno il risultato dei suoi sforzi nonché di dover correre per far fronte a tutti gli impegni lavorativi diventati ora più numerosi e intensi.

 

Ed è emblematico il fatto che “l’affanno” venga associato al momento in cui “ne mangerai il frutto”, vale a dire ad un momento in cui si dovrebbe godere riposo e tranquillità. Ma a completare questo quadro negativo è l’estensione dell’affanno a tutti i giorni della propria vita. Ed in effetti chiunque lavora sa che tutti i giorni ci sono delle potenziali fonti di preoccupazione e di affanno.

Per questo il Signore insegnava a non preoc-
cuparsi preventivamente in vista del domani, perché “Basta a ciascun giorno il suo affanno” 
(Mt 6:34).

 

• “mangerai il pane con il sudore del tuo volto”. Qui vediamo l’introduzione della fatica fisica.

Il sudore di cui si parla qui non è certo quello di uno sportivo o di un vacanziero, ma di un lavoratore che svolge le proprie mansioni sotto il sole cocente o richiedendo al proprio corpo uno sforzo intenso.

Certo non tutti svolgono un lavoro che impegni particolarmente il fisico, molti hanno un impiego più “di concetto”, tuttavia la fatica è un’esperienza che tutti provano e che, oltre ai muscoli, si fa sentire anche sulla mente e sugli occhi.

 

 

Le conseguenze

della disubbidienza nei rapporti umani

 

Adamo ed Eva, cacciati da Eden, sono chiamati a lavorare la terra in mezzo a tutte le difficoltà di cui sono stati avvisati. Tuttavia, le difficoltà non sono finite, perché presto si vedranno anche tutte quelle derivanti dagli atteggiamenti delle persone e dai rapporti gli uni con gli altri, anche questi contaminati dalle varie forme di peccato che si sarebbero via via manifestate. Così basta avanzare di poco con la lettura del testo biblico per imbattersi in una serie di conferme di tutto ciò.

 

• Caino e Abele (Ge 4:1-8).

Il primo omicidio della storia avvenne a causa dell’invidia di Caino nei confronti di Abele, che aveva ottenuto il favore di Dio. Ma la causa scatenante fu il diverso grado di favore che Dio mostrò nei confronti delle offerte dei due fratelli, i quali presentarono a Dio proprio i risultati delle loro attività lavorative di agricoltore e di pastore. L’invidia nel mondo del lavoro è quanto mai attuale. Si vuole la posizione lavorativa dell’altro, le stesse condizioni di trattamento, le sue competenze e lo stesso suo compenso, oppure i suoi clienti ed i suoi risultati. Non si accetta di buon grado di essere un gradino più in basso.

• Gli uomini del tempo del diluvio (Ge 6:5,11-12).

Il testo biblico utilizza tre termini per descrivere la generazione di Noè: essa era caratterizzata da malvagità, corruzione e violenza. Queste cose si vedono non poco nel mondo del lavoro.

Spesso vengono formulati disegni malvagi che poi, utilizzando i mezzi della corruzione e della violenza vengono perseguiti senza guardare in faccia nessuno. Pur di guadagnare si corrompono politici e funzionari, e si fa ricorso alla violenza fisica o verbale a scapito dei più deboli (Gm 5:4-6).

 Gli uomini di Babele (Ge 11:1-9).

L’ambizione con cui quella gente pensava di far arrivare la propria costruzione “fino al cielo” li aveva resi pieni di orgoglio. Questo spinse Dio ad intervenire direttamente per fermare il loro stolto disegno. L’ambizione a volte rende ciechi e spinge a tirare dritto per la proprio strada senza badare a niente e nessuno. Ogni qualvolta l’ambizione umana non si sottomette alla provvidenza e alla guida di Dio, non porta a niente di buono!

• I pastori di Abramo e quelli di Lot (Ge 13:5-9).

Scoppiò una vera e propria lite tra i pastori di Abramo e quelli del nipote perché i pascoli non erano sufficientemente vasti per saziare le greggi degli uni e degli altri. Di qui la saggia decisione di Abramo di una separazione al fine di evitare una divisione in famiglia. Non è raro che i rapporti si facciano tesi e sfocino in litigi dovuti proprio a interessi di lavoro, specie quando si lavora in società.

• Labano e Giacobbe (Ge 29:15-30).

Benché oggi ci faccia sorridere che il compenso per anni di lavoro potesse essere addirittura una moglie, l’accordo tra Labano e Giacobbe prevedeva che quest’ultimo avesse Rachele in sposa dopo sette anni di lavoro. Tuttavia egli subì un inganno, perché al momento di unirsi a sua moglie avvenne lo scambio con Lea, e Giacobbe dovette lavorare altri sette anni per avere in moglie la sua amata Rachele. L’inganno è all’ordine del giorno: si vendono merci che non hanno le caratteristiche millantate dai venditori o che non ottemperano ai requisiti di legge... non si mantengono gli impegni presi... per non parlare di chi svolge una professione senza avere il titolo per farlo.

• La moglie di Potifar (Ge 39:7-20).

Il posto di lavoro di Giuseppe si trasformò presto nel teatro della sua tentazioni, quando la moglie del suo padrone gli rivolse le sue avances alle quali egli, tuttavia, non cedette mai. Statistiche del nostro tempo affermano che il posto di lavoro è l’ambito nel quale si consuma il maggior numero di tradimenti. Ma la fedeltà di Giuseppe lo fece diventare anche vittima delle bugie della donna, la quale raccontò di aver subito violenza da parte di Giuseppe, cosa assolutamente non vera! Il passo seguente fu l’ingiusta punizione di Giuseppe, necessaria a coprire le falsità della moglie di Potifar. È raro che qualcuno sia vittima di menzogne sul posto di lavoro? O di punizioni ingiuste? No, è tutto nella consuetudine di molti ambienti lavorativi.

 

Ovviamente l’elenco degli esempi potrebbe continuare e tutti confermerebbero quanto il peccato, in tutte le sue forme, abbia rovinato l’ambiente nel quale gli esseri umani si trovano a compiere il proprio dovere di lavoratori complicando l’adempimento delle incombenze e appesantendo i rapporti umani.

 

 

L’analisi dell’Ecclesiaste

 

• “Io, l’Ecclesiaste, sono stato re d’Israele a Gerusalemme, e ho applicato il cuore a cercare e a investigare con saggezza tutto ciò che si fa sotto il cielo: occupazione penosa, che Dio ha data ai figli degli uomini perché vi si affatichino. Io ho visto tutto ciò che si fa sotto il sole: ed ecco tutto è vanità, è un correre dietro al vento. Ciò che è storto non può essere raddrizzato, ciò che manca non può essere contato” (Ec 1:12-15).

 

• “Perciò ho odiato la vita, perché tutto quello che si fa sotto il sole mi è divenuto odioso, poiché tutto è vanità, un correre dietro al vento. Ho anche odiato ogni fatica che ho sostenuta sotto il sole, e di cui debbo lasciare il godimento a colui che verrà dopo di me. Chi sa se egli sarà saggio o stolto? Eppure sarà padrone di tutto il lavoro che io ho compiuto con fatica e con saggezza sotto il sole. Anche questo è vanità. Così sono arrivato a far perdere al mio cuore ogni speranza su tutta la fatica che ho sostenuta sotto il sole. Infatti, ecco un uomo che ha lavorato con saggezza, con intelligenza e con successo, e lascia il frutto del suo lavoro in eredità a un altro, che non vi ha speso nessuna fatica! Anche questo è vanità, è un male grande. Allora, che profitto trae l’uomo da tutto il suo lavoro, dalle preoccupazioni del suo cuore, da tutto ciò che gli è costato tanta fatica sotto il sole? Tutti i suoi giorni non sono che dolore, la sua occupazione non è che fastidio; perfino la notte il suo cuore non ha posa. Anche questo è vanità. Non c’è nulla di meglio per l’uomo del mangiare, del bere e del godersi il benessere in mezzo alla fatica che egli sostiene; ma anche questo ho visto che viene dalla mano di Dio” (Ec 2:17-24).

 

 “Che profitto trae dalla sua fatica colui che lavora? Io ho visto le occupazioni che Dio dà agli uomini perché vi si affatichino. Dio ha fatto ogni cosa bella al suo tempo: egli ha perfino messo nei loro cuori il pensiero dell’eternità, sebbene l’uomo non possa comprendere dal principio alla fine l’opera che Dio ha fatta. Io ho riconosciuto che non c’è nulla di meglio per loro del rallegrarsi e del procurarsi del benessere durante la loro vita, ma che se uno mangia, beve e gode del benessere in mezzo a tutto il suo lavoro, è un dono di Dio” (Ec 3:9-13).

 

• “Ho anche visto che ogni fatica e ogni buona riuscita nel lavoro provocano invidia dell’uno contro l’altro. Anche questo è vanità, un correre dietro al vento. Lo stolto incrocia le braccia e divora la sua carne. Vale più una mano piena, con riposo, che entrambe le mani piene, con travaglio e corsa dietro al vento” (Ec 4:4-6).

 

L’attenta osservazione dell’Ecclesiaste sulla vita umana e sulle sue dinamiche non poteva ignorare il lavoro, che contribuisce in maniera sostanziale alla felicità o alla frustrazione degli esseri umani. Nella sua analisi “orizzontale” delle cose, cioè con gli occhi di un uomo che guarda al mondo, egli arriva a conclusioni in apparenza pessimiste ma in effetti fondate. Tenendo conto che la vita è limitata nel tempo e che a parte poche “isole felici” di momenti spensierati (mangiare, bere e godere il benessere), anch’essi però dono di Dio, tutto il resto è fatica e affanno, che senso ha tutto ciò? “Tutto è vanità, è un correre dietro al vento” perché non si costruisce mai qualcosa di durevole, appagante per l’anima o motivato da ragioni di cui si comprende il valore assoluto. Oltretutto a volte accade che i frutti delle fatiche di un uomo passino ad eredi stolti che dimostreranno di non apprezzare la fatica di chi, prima di lui, è riuscito a mettere da parte quei beni. Oppure c’è la situazione di chi invidia i successi altrui, o ancora quella dello stolto che vive nell’abbondanza pur non lavorando. Quando la visione della realtà contingente ci rattrista e ci fa perdere le speranze, le parole dell’Ecclesiaste ci rivelano che Dio conosce i nostri stati d’animo, perché migliaia di anni fa ha fatto scrivere questo libro così attuale anche oggi! Ma soprattutto, quello che accade “sotto il sole” può essere visto e vissuto con la prospettiva di chi ha un fondamento eterno (Pr 10:25) se si ascolta la conclusione del discorso dell’Ecclesiaste, cioè: “Temi Dio e osserva i suoi comandamenti” (Ec 12:15). Questo permetterà di trovarci dalla parte di Dio e di esaminare le vicende terrene vedendole come lui le vede e valuta, quindi parametrizzando le cose sull’eternità e la giustizia. Così, anche se le difficoltà ci saranno comunque, avremo ben altro animo per affrontarle!

 

 

Conclusione

 

Qualunque siano le difficoltà che incontreremo sul nostro posto di lavoro, non illudiamoci di trovare un ambiente ideale cercandone un altro, perché avremo sempre a che fare con le conseguenze che il peccato ha generato e di cui anche il mondo del lavoro risente. I discepoli di Cristo non sono esenti dal contatto con le difficoltà proprie delle attività lavorative e di quelle legate ai comportamenti umani, perché fino al ritorno del Maestro “essi sono nel mondo” (Gv 17:11) e da esso non devono“uscire” (1Co 5:10). Anzi sarà proprio vivendo “in mezzo a una generazione storta e perversa” (Fl 2:15) che essi potranno manifestare la loro essenza di “sale della terra” e di “luce del mondo” (Mt 5:13-14), incoraggiati dalla certezza di entrare un giorno in una realtà in cui tutto funzionerà bene perché il peccato verrà definitivamente da Dio estirpato.