Qual è l’ambiente nel quale deve essere vissuta con maggiori forza e coerenza la nostra scelta di servire il Signore? Perché la qualità del nostro cammino cristiano trova proprio nell’intimità della casa la sua più significativa verifica? Quali indicazioni ed insegnamenti possiamo raccogliere dai racconti evangelici che ci descrivono le diverse esperienze vissute in diverse occasioni da Gesù nelle case?

Introduzione

 

Spesso abbiamo l’immagine del Signore Gesù che cammina per le strade, sui monti, che insegna alle folle, che viaggia di città in città, cammina sulle acque, in riva al mare, viaggia sulla barca... spesso la Scrittura ce lo presenta ad insegnare nel tempio o nella sinagoga. Eppure, ripercorrendo la vita di Gesù attraverso i Vangeli, vediamo che sono molte le volte in cui entra in una casa, si ferma a tavola, mangia. Spesso è proprio nelle case che Gesù ha trasmesso alcuni dei suoi insegnamenti più importanti e significativi, è nelle case che si sono verificati alcuni eventi fondamentali del suo ministerio e che noi ricordiamo frequentemente.

Nei quattro Vangeli troviamo una ventina di case nelle quali il Signore entrò per dire o fare qualcosa.

Proverò a ripercorrere la vita e l’opera del nostro Signore così come ci è descritta nei Vangeli e considerare alcune delle case nelle quali egli entrò per vedere che cosa rappresentano per noi oggi e quale insegnamento possiamo trarne per la nostra vita cristiana quotidiana.

 

Chiediamoci, innanzitutto: “Cos’è una casa?” o per lo meno “Cos’è per noi una casa?”.

La casa è il luogo dove abitiamo, in senso fisico; può essere a volte la casa dei nostri genitori, il paese di origine, ma anche la nostra famiglia, le nostre tradizioni. Ma una casa è anche il luogo della nostra intimità, dei nostri sentimenti, della parte privata di noi, dell’insieme dei nostri valori, il luogo dove siamo veramente noi stessi e dove ci sentiamo a nostro agio, è la nostra quotidianità.

 

Quante volte sentiamo dire anche a dei credenti (magari l’abbiamo detto anche noi!): “A casa mia faccio quello che voglio!!”“No oggi non vengo in assemblea, sto a casa!!”. Non voglio certamente giudicare queste frasi… anche io di tanto in tanto l’ho dette, ma a volte ragioniamo come se in assemblea fossimo credenti e a casa no! In assemblea dobbiamo comportarci da credenti e a casa no. Come se Dio ci osservasse solo se siamo in un luogo e non in un altro! Dio è con noi, quando ci riuniamo con la chiesa, ma ci aspetta anche e soprattutto a casa, nella nostra intimità e quotidianità.

Per questo possiamo trarre un grande insegnamento per la nostra vita studiando il servizio di Gesù nelle case. Non potendo considerare tutte le case nelle quali egli passò, guarderemo a quelle case in cui alcuni fecero qualcosa per lui o ebbero con lui un incontro personale.

 

 

LA CASA DELL’ADORAZIONE

 

Iniziamo, scorrendo i Vangeli, proprio dall’inizio:

“Dei magi d’Oriente arrivarono a Gerusalemme, dicendo: «Dov’è il re dei Giudei che è nato? Poiché noi abbiamo visto la sua stella in Oriente e siamo venuti per adorarlo»... Quando videro la stella, si rallegrarono di grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria, sua madre; prostratisi, lo adorarono e, aperti i loro tesori, gli offrirono dei doni: oro, incenso e mirra” (Mt 2:2, 10-11).

 

Secondo la tradizione religiosa e umana i magi d’Oriente sarebbero arrivati direttamente nella grotta di Betlemme; in realtà da un’attenta lettura di questo passo della Parola possiamo notare che i magi entrarono in una casa. Dopo che Gesù nacque in una stalla, Giuseppe e Maria, da buoni genitori quali erano, andarono via da quel luogo e si stabilirono in una casa. A dire il vero, per essere più precisi, secondo gli studiosi i magi non arrivarono subito dopo la nascita del nostro Signore ma qualche tempo dopo (forse uno o due anni). Gesù iniziò la sua vita in una casa e questo avvalora il fatto che i magi non arrivarono in un stalla.

 

Ciò che è interessante è che questi magi, quando entrarono nella casa adorarono il bambino e offrirono dei doni a lui, doni che sono simbolo della sua regalità, della divinità, ma anche della sua sofferenza. In quel momento quella casa diventa unacasa di adorazione, una casa nella quale offrire qualcosa a Gesù e nella quale riconoscere chi lui realmente è.

 

Impariamo, allora, che la nostra casa deve essere, innanzitutto, una casa di adorazione. Non adoriamo Dio solo al culto domenicale, ma la nostra stessa casa, la nostra vita, la nostra quotidianità devono essere un momento e un luogo di adorazione a lui.

Non dimentichiamo poi che i magi offrirono dei doni al Signore! Una casa forse semplice e come molte altre, si riempì di valore, grazie a cosa e quanto questi uomini offrirono.

Noi cosa offriamo a Dio nella nostra casa? O della nostra casa? Possiamo offrire il nostro tempo, che spesso proprio a casa abbiamo e non fuori! I nostri beni… che sono contenuti, a volte accatastati, nelle nostre case. Possiamo dare a lui la nostra intimità; la nostra vita familiare (o personale per chi non è sposato) dobbiamo offrirla a lui. La nostra cameretta…è un luogo che possiamo dare a lui, pregando e studiando la Parola (Mt 6:6). Usando la nostra casa per la sua gloria, per il suo servizio… (ospitalità, incontri in casa, agapi, ecc.) anche questo è un modo per offrirla a lui.

Ricordo che quando con mia moglie Mariagrazia abbiamo comprato la nostra casetta, nella quale saremmo andati a vivere dopo sposati, abbiamo chiesto a Dio insieme di benedire quella casa per noi e di poterla usare per la sua gloria, e cerchiamo di farlo ogni giorno di più.

 

È indispensabile che le nostre case diventino dei luoghi di adorazione. So che non è semplice perché siamo travolti da molte cose da fare: pulire, sistemare, accogliere visite, sistemare gli oggetti che si rompono (anche io sono molto pigro in questo), controllare i conti ecc. però sprecheremmo la casa che Dio ci ha donato se non la offrissimo a lui e il suo valore sarebbe decisamente inferiore a quanto l’abbiamo pagata. Per usare un termine che oggi va molto di moda: la nostra casa si svaluterebbe!

 

 

LA CASA DELL’UMILTÀ

 

Un altro episodio dei Vangeli che ha molto da insegnarci su questo tema lo troviamo in Matteo 8:5-13 e Luca 7:1-10 dove ci viene raccontata la guarigione del servo di un centurione romano. Rispetto agli altri episodi che vedremo questo forse è l’unico nel quale Gesù non entrò fisicamente in una casa, ma comunque operò in quella casa.

 

È bellissima la frase del centurione: “... io non son degno che tu entri sotto il mio tetto (Lu 7:6b). Nonostante fosse un uomo importante, di autorità e di potere e nonostante avesse probabilmente una casa grande e bella, dimostra tutta la sua umiltà davanti al Signore riconoscendo la sua vera autorità e potenza. Lui non si ritiene degno del Signore. La casa del centurione rappresenta quindi la casa dell’umiltà.

 

Preghiamo perché la nostra casa sia ogni giorno di più una casa di umiltà, che possiamo sempre considerarci servi e semplici, umili… mai degni di noi stessi per la nostra cultura, ricchezza, ed importanza davanti al Signore! Quanto fu diverso questo atteggiamento rispetto a quello degli apostoli che lungo la strada discutevano su chi fosse il più grande tra loro e, sempre in una casa, spinsero Gesù a trasmettere uno degli insegnamenti più significativi del suo ministerio con le parole: “Chi vuol essere il primo, sarà l’ultimo di tutti e il servitore di tutti” (Mr 9:35).

 

Tuttavia vorrei avere anche un altro punto di vista. Pur riconoscendo, infatti, la nostra incapacità e semplicità e che non con i nostri meriti possiamo essere degni di ricevere Gesù nella nostra casa e nel nostro cuore, nello stesso tempo impegniamoci affinché la nostra casa, la nostra vita, ciò che siamo giorno dopo giorno siano degni del nome di cristiani che portiamo. Facciamo nostra l’esortazione di Paolo:

“Vi esorto a comportarvi in modo degno della vocazione che vi è stata rivolta” (Ef 4:1), e questo vuol dire impegnarci sin dalle nostre case e dalle nostre vite di ogni giorno alla coerenza, alla santità, cioè alla totale separazione dal peccato, alla purezza, alla verità.

 

 

LA CASA DELLA POTENZA DI DIO

 

È bello poi poter constatare che spesso Gesù proprio nelle case operò grandi miracoli.

• “Poi Gesù, entrato nella casa di Pietro, vide che la suocera di lui era a letto con la febbre....” (Mt 8:14; cfr. Lu 4:38-41).

• “Come Gesù partiva di là, due ciechi lo seguirono, dicendo ad alta voce: «Abbi pietà di noi, Figlio di Davide!». Quando egli fu entrato nella casa, quei ciechi si avvicinarono a lui. Gesù disse loro: «Credete voi che io possa far questo?». Essi gli risposero: «Sì, Signore». Allora toccò loro gli occhi dicendo: «Vi sia fatto secondo la vostra fede»” (Mt 9: 27-30).

• “Dopo alcuni giorni Gesù entrò di nuovo in Capernaum. Si seppe che era in casa, e [subito] si radunò tanta gente che neppure lo spazio davanti alla porta la poteva contenere. Egli annunciava loro la parola. E vennero a lui alcuni con un paralitico portato da quattro uomini. Non potendo farlo giungere fino a lui a causa della folla, scoperchiarono il tetto dalla parte dov’era Gesù; e, fattavi un’apertura, calarono il lettuccio sul quale giaceva il paralitico...”. (Mr 2:1-5).

• “E uno dei capi della sinagoga, chiamato Iairo, venne e, vedutolo, gli si gettò ai piedi e lo pregò con insistenza, dicendo: «La mia bambina sta morendo. Vieni a posare le mani su di lei, affinché sia salva e viva». Gesù andò con lui, e molta gente lo seguiva e lo stringeva da ogni parte... Mentre egli parlava ancora, vennero dalla casa del capo della sinagoga, dicendo: «Tua figlia è morta; perché incomodi ancora il Maestro?». Ma Gesù, [appena] udito quel che si diceva, disse al capo della sinagoga: «Non temere; soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno di accompagnarlo, tranne che a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. Giunsero a casa del capo della sinagoga; ed egli vide una gran confusione e gente che piangeva e urlava. Entrato, disse loro: «Perché fate tanto strepito e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». Ed essi ridevano di lui. Ma egli li mise tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui, ed entrò là dove era la bambina. E, presala per mano, le disse: «Talità cum!», che tradotto vuol dire: «Ragazza, ti dico: àlzati!» Subito la ragazza si alzò e camminava, perché aveva dodici anni. E furono subito presi da grande stupore; ed egli comandò loro con insistenza che nessuno lo venisse a sapere; e disse che le fosse dato da mangiare” (Mr 5:22-24, 35-43).

 

Le persone chiamavano Gesù nelle loro case, gli chiedevano di entrare nella loro intimità, nella sfera personale per cambiare le circostanze dimostrando la sua autorità e potenza. In quelle case Gesù mostrò la potenza di Dio. La casa nella quale Gesù operò dei miracoli diventa la casa della potenza di Dio. Sono certo che chi ha più esperienza potrà confermare che i più grandi miracoli di Dio li vediamo proprio nella nostra casa.

 

Forse Dio ci darà la gioia di veder crescere un figlio e vedere come Dio lo protegge, forse avremo la gioia di vivere felici con nostra moglie o con nostro marito, realizzando un’unione sentimentale e di pensiero unica. Forse vedremo (o abbiamo già visto!) dei nostri familiari conoscere Cristo come personale Salvatore; o forse avremo avuto modo di parlare del Vangelo a qualcuno nella nostra casa e di vederlo accettare il Signore. Spesso nella intimità della casa esprimiamo preghiere alle quali Dio risponderà fedelmente e puntualmente. È proprio nella nostra intimità, nella nostra vita, nei pensieri, nel carattere, nel lavoro… che vediamo Dio operare e potremo toccare con mano la sua potenza divina.

Non sottovalutiamo quanto Dio può fare nelle nostre case, nelle nostre famiglie e nelle nostre vite e riconosciamo la sua potenza nelle piccole cose di ogni giorno.

 

 

LA CASA DELLA FEDE

 

Un altro episodio famoso del Vangelo, ci mostra cosa può diventare una casa, la nostra casa (vedi il testo alla pagina precedente, Mr 2:1-5 e Lu 5:17-20).

 

È interessante questa storia, forse anche un po’ assurda non è vero?! Troviamo ancora Gesù in una casa di Capernaum, una come tante e in questo caso, dato che aveva già fatto grandi miracoli pubblici, c’era una grande folla di persone. Arrivano quattro uomini che avevano un obiettivo, un desiderio… portare il loro amico paralitico davanti a Gesù, ma c’erano molte difficoltà, c’erano troppe persone.

Tuttavia non si persero d’animo e scelsero di seguire un metodo assurdo: salirono sul tetto, lo scoperchiarono e calarono il paralitico davanti al Signore. È interessante a questo punto notare la reazione Gesù: ...veduta la loro fede”.

 

Gesù riconobbe che in questi quattro uomini c’era la fede, credevano che Gesù avrebbe potuto guarire il loro amico e cercarono il modo per raggiungere l’obiettivo.

Sono uomini di fede ed ecco, allora, che quella casa diventa la casa della fede.

 

Molte volte incontriamo ostacoli e difficoltà, a volte proprio nelle nostre stesse case, nella nostra famiglia, anche nella nostra intimità, nelle nostre emozioni, ma, proprio come questi quattro uomini, non dobbiamo perderci d’animo.

Dobbiamo credere che Gesù può risolvere le situazioni difficili, anche se a volte questo vorrà dire seguire una strada più lunga, forse poco sensata per l’uomo ma con un senso per Dio.

Forse questo ci costringerà a scoperchiare qualcosa della nostra vita, a togliere qualche “tegola”: le nostre protezioni, le nostre false sicurezza, a rinunciare a qualcosa ma allo scopo di andare davanti al Signore, portare il nostro obiettivo e progetto davanti a lui e ottenere il suo intervento per la nostra fede.

 

Che la nostra casa sia il luogo nel quale abita la fede e dove impariamo a combattere per essa.

 

 

LA CASA DELL’ORDINE

 

Particolarmente interessante è poi considerare un’altra casa nella quale Gesù fu invitato ad entrare:

“Ecco venire uno dei capi della sinagoga, chiamato Iairo, il quale, vedutolo, gli si gettò ai piedi e lo pregò con insistenza, dicendo: «La mia bambina sta morendo. Vieni a posare le mani su di lei, affinché sia salva e viva». Gesù andò con lui, e molta gente lo seguiva e lo stringeva da ogni parte... Mentre egli parlava ancora, vennero dalla casa del capo della sinagoga, dicendo: «Tua figlia è morta; perché incomodare ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quel che si diceva, disse al capo della sinagoga: «Non temere; soltanto continua ad aver fede!». E non permise a nessuno di accompagnarlo, tranne che a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. Giunsero a casa del capo della sinagoga; ed egli vide una gran confusione e gente che piangeva e urlava. Entrato, disse loro: «Perché fate tanto strepito e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». Ed essi ridevano di lui. Ma egli li mise tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui, ed entrò là dove era la bambina. E, presala per mano, le disse: «Talità cum!» che tradotto vuol dire: «Ragazza, ti dico: àlzati!». Subito la ragazza si alzò e camminava, perché aveva dodici anni. E furono subito presi da grande stupore; ed egli comandò loro con insistenza che nessuno lo venisse a sapere; e disse che le fosse dato da mangiare” (Mr 5:22-24, 35-43; cfr. Luca 8:41-42. 49-56).

 

Conosciamo molto bene questo episodio nel quale Gesù operò, come abbiamo anche già visto, un miracolo straordinario. Ciò che mi ha colpito in modo particolare e cosa trovò Gesù quando arrivò alla casa del capo della sinagoga. La Scrittura dice:“tutti piangevano e facevano cordoglio”“vide una grande confusione, tutti che piangevano e urlavano”, addirittura nel passo parallelo di Luca troviamo che c’erano “suonatori di flauto”. Questa era la situazione di questa casa: dolore, confusione, disperazione. Quando poi Gesù disse che la bambina non era morta ma dormiva, allora “ridevano di Lui”. Quanti e quali contrasti c’erano in quella casa, pianto misto a scherno.

 

A questo punto la Scrittura dice che “Egli li mise tutti fuori” e, solo con alcuni, con dolcezza risuscitò la bambina. Impariamo da questo che Gesù può rendere la nostra casa una casa di ordine e calma. La casa di Iairo da casa di confusione e dolore diventò casa di ordine.

 

Questo può e deve accadere anche nella nostra casa di figli di Dio, nella nostra vita. Alle volte c’è tanta confusione nelle nostre case, nelle nostre menti, siamo travolti dalle emozioni, dal dolore, dai pensieri spesso anche contrastanti, dalle nostre abitudini e dalle ambizioni. Pensiamo a cosa succede nelle nostre case pochi minuti prima di andare all’incontro. Non vi è mai capitato (a me capita spesso) che prima di andare all’incontro in assemblea a casa corro, c’è agitazione o litigo, mi arrabbio, prendo tutto di corsa e poi vengo in sala e faccio il calmo, tranquillo, sorrisi, ecc. ma nel mio cuore in realtà c’è confusione, un turbine di pensieri ed emozioni.

 

Di recente ho avuto modo di vedere un bel cartone animato, si chiama “Inside out” che racconta in modo simpatico e originale ciò che accade nella nostra mente e come spesso ciascuno di noi sia guidato dalle emozioni: gioia, tristezza, rabbia… tutte insieme! E a volte prevale l’una a volte prevale l’altra o si mischiano insieme. È bello questo cartone animato (di cui consiglio la visione) ma ci fa anche vedere come spesso siamo proprio governati dalle nostre emozioni che creano confusione nella nostra vita.

 

La nostra casa deve essere una casa di ordine e solo Gesù deve averne il controllo. Egli vuole mettere fuori tutti: tutte le fonti di confusione! Con Gesù nella nostra casa dobbiamo imparare a trovare la calma e l’ordine non solo prima degli incontri della chiesa, ma sempre, anzi proprio la nostra casa più di altri luoghi deve essere il luogo in cui troviamo pace nel Signore. Forse a casa nostra abbiamo dei dolori, problemi, pensieri per la perdita del lavoro, malattie, figli disubbidienti o familiari non credenti, divisione, problemi economici. Beh, Gesù vuole prendere il controllo e portare la calma nella nostra casa e quindi nel nostro cuore e nella nostra mente.

LA CASA DELLA MISERICORDIA

E DEL PERDONO

 

Quando Gesù chiamò Matteo a seguirlo andò in casa sua e proprio in quella casa dette un grande insegnamento:

 

“Poi Gesù, partito di là, passando, vide un uomo chiamato Matteo, che sedeva al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli, alzatosi, lo seguì. Mentre Gesù era a tavola in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. I farisei, veduto ciò, dicevano ai suoi discepoli: «Perché il vostro maestro mangia con i pubblicani e con i peccatori?». Ma Gesù, avendoli uditi, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Ora andate e imparate che cosa significhi: “Voglio misericordia e non sacrificio”; poiché io non sono venuto a chiamare dei giusti, ma dei peccatori»” (Mt 9:9-13; cfr. Mr 2:13-17 e Lu 5:27-32).

 

Gesù proprio in quella casa si mise a tavola con i peccatori e fu accusato e criticato dai farisei per questo suo atteggiamento, ma è proprio in questa casa che il Signore disse parole molto significative: “Io voglio misericordia” e “Io sono venuto per i peccatori”.

 

La nostra casa deve essere una casa di misericordia. Se vogliamo essere misericordiosi non dobbiamo dare agli altri quello che crediamo si meritino, ma dobbiamo dare accoglienza e perdono. Proprio le nostre case, le nostre vite e famiglie possono e devono essere il luogo in cui i peccatori, ma non il peccato, trovano la vera accoglienza, la misericordia e il perdono. Non dobbiamo chiudere le nostre case ai peccatori… perché siamo noi figli di Dio che conoscono la cura per il loro dolore.

Abbiamo spesso l’immagine di un servizio di evangelizzazione svolto all’aperto andando fra i peccatori, nel mondo, ed è certamente giusto, ma non dobbiamo sottovalutare che anche l’accoglienza è un modo per avvicinare le persone a Cristo, far sentire le persone amate e non rifiutate. Forse le nostre case dovrebbero essere più aperte ai peccatori che ai figli di Dio, usiamole in questo modo.

 

Questo anche dimostrò il Signore nella casa di Matteo… la sua misericordia superiore al sacrificio e quindi alla vita fatta di divieti ed esclusioni; egli non aveva paura di stare con i peccatori e i pubblicani perché sapeva che erano proprio queste persone ad avere bisogno di lui.

 

 

LA CASA DEL PENTIMENTO

E DELL’AMORE

 

Continuando a scorrere i Vangeli ad un certo punto vediamo che Gesù entra in casa di Simone il Fariseo (Lu 7:36-50; cfr Matteo 26:6-13, Marco 14:3-9), dove una donna “peccatrice” entrò per ungergli i piedi con olio profumato.

 

Che cosa rappresenta questa casa? Per il fariseo è la casa del giudizio: il giudizio che egli espresse verso la donna giudicata peccatrice, ma anche verso Gesù stesso giudicato “non-profeta”! Per la donna però, di cui non sappiamo il nome e per Gesù questa è la casa del pentimento e dell’amore.

 

L’atteggiamento di questa donna è di vero pentimento. Lei viene da dietro al Signore non ritenendosi degna di guardarlo in faccia, piange, e poi si inginocchiò per asciugare e baciare i piedi del Signore e fu disposta ad offrire a Gesù questo vaso di alabastro. Lei, forse, ancora di più di quanto affermava il fariseo era consapevole di essere peccatrice, ma vediamo che questo pentimento produce amore, e anche Gesù stesso riconosce questo dicendo “ha molto amato”.

È interessante notare poi che Gesù con l’esempio del debito condonato, mostra al fariseo che lui è in grado di giudicare rettamente e gli dice infatti: “Hai giudicato rettamente”, però poi il Signore sposta l’attenzione sulle mancanze del fariseo nell’accogliere il Signore stesso in casa sua e, nel confronto tra il fariseo e la donna peccatrice, Gesù mostra che è il fariseo ad essere mancante rispetto alla donna e non viceversa. Il fariseo era accecato dal giudizio e dall’alta considerazione di sé al punto da non riuscire a vedere e a capire.

 

Che la nostra casa sia sempre una casa di amore e pentimento piuttosto che una casa di giudizio! Soprattutto quando siamo a casa valutiamo la nostra vita e condotta, esaminiamoci per vedere se siamo stati mancanti e, quando ci troveremo mancanti, allora abbandoniamoci al pentimento che produce un vero e sincero amore verso il Signore. Purtroppo spesso anche noi siamo accecati dal giudizio verso i fratelli o anche verso chi ci circonda e proprio nelle nostre case questo si manifesta maggiormente.

 

 

LA CASA DELL’ASCOLTO

 

Proseguendo nel nostro studio entriamo nella casa di Marta, Maria e Lazzaro (Lu 10:38-41).

 

Conosciamo bene questa casa e conosciamo il contrasto tra Marta e Maria. Parlando del servizio nelle nostre case, vorrei far notare in modo particolare come la casa può cambiare in funzione del nostro comportamento e del nostro modo di viverla.

Per Marta quella casa era la casa dell’agitazione e dell’affanno. Indubbiamente in casa ci sono molte cose da fare che la rendono piena di “affari e agitazioni”. Gesù disse proprio questo a Marta: “Tu ti affanni e sei agitata”. Quanta agitazione c’è nelle nostre case? Vero?

Per Maria invece quella era la casa dell’ascolto della Parola: lei era ai piedi di Gesù e ascoltava.

 

Anche la nostra casa e la nostra vita, la nostra intimità e quotidianità diventino la casa dell’ascolto piuttosto che la casa dell’agitazione. Abbiamo bisogno di un tempo per ascoltare, per fermarci dalle nostre attività e anche un tempo in cui riceviamo piuttosto che diamo e che stiamo in silenzio piuttosto che parlare. Le nostre case sono il luogo ideale per questo, ma in generale anche nella nostra vita dobbiamo trovare questo tempo e questo luogo. Nella mia esperienza personale di lavoro, nella quale viaggio molto anche 4 o 5 ore al giorno, i viaggi sono tempi dell’ascolto, i mezzi pubblici sono luoghi dell’ascolto nei quali ascolto cosa Dio ha da dirmi attraverso la lettura della Parola o la riflessione.

 

Spesso diciamo che abbiamo troppe cose da fare e pensiamo di sprecare del tempo dedicandolo all’ascolto ma, vi posso testimoniare che, dedicando del tempo all’ascolto, Dio benedirà in modo particolare anche il tempo che dobbiamo necessariamente dedicare alle nostre faccende.

 

 

LA CASA DELLA TESTIMONIANZA

 

C’è poi un episodio dei vangeli dove in modo particolare Gesù desiderò entrare in una casa, lo troviamo. Era la casa di Zaccheo (Lu 19:1-10):

“Quando Gesù giunse in quel luogo, alzati gli occhi, gli disse: «Zaccheo, scendi, presto, perché oggi debbo fermarmi a casa tua». Egli si affrettò a scendere e lo accolse con gioia” (Lu 19:5-6).

 

Zaccheo non aveva grandi qualità, era piccolo, e malvisto per il suo lavoro di esattore, ma era ricco, molto ricco grazie al suo lavoro che lo portava a frodare (come possiamo capire anche dalle parole che dirà poco dopo); per questo era fortemente peccatore. Com’è possibile che Gesù sia voluto entrare nella casa di un uomo così? Questo si chiedevano anche le persone che videro Gesù. Però Zaccheo era un uomo che cercava il Signore, desiderava incontrarlo, ubbidì alla sua voce, lo accolse con gioia, fu pronto a riconoscere e abbandonare il suo peccato. Ecco perché Gesù disse: Oggi la salvezza è entrata in casa tua.

Quando Gesù entra nella nostra casa, nella nostra vita, nel nostro cuore e in ogni parte di noi, da quel momento la nostra casa diventa la casa della salvezza e la casa della testimonianza.

La casa nella quale vive un figlio di Dio che Gesù ha salvato, come Zaccheo, è una casa di testimonianza, deve essere una casa di testimonianza.

Impegnamoci affinché tutti coloro che entrano in casa nostra capiscano e sappiano che siamo figli di Dio. E se viviamo in una famiglia divisa nella fede, ricordiamo che per la nostra presenza ogni giorno la testimonianza della salvezza entra e vive in quella casa

 

 

LA CASA DELLA COMUNIONE

 

Nel nostro percorso della vita di Gesù, arriviamo poi forse alla casa più importante del suo ministerio (Mt 26:17-30; cfr. Luca 22:10):

“Il primo giorno degli Azzimi i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che ti prepariamo da mangiare la Pasqua?». Egli disse: «Andate in città dal tale e ditegli: “Il Maestro dice: ‘Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te, con i miei discepoli’”». E i discepoli fecero come Gesù aveva loro ordinato e prepararono la Pasqua. Quando fu sera, si mise a tavola con i dodici...”.

 

Chiediamoci: dove Gesù fece l’ultima cena? Fu proprio in una casa.

Fu questo uno dei momenti più intimi e sofferenti del nostro Signore. L’ultimo momento personale insieme ai suoi apostoli prima di essere arrestato e condotto alla croce. Proprio in quella casa, nella stanza di sopra, il nostro Signore ebbe una comunione particolare con i suoi e con il suo Padre e così quel luogo divenne la casa della comunione.

Quanto abbiamo bisogno che la nostra casa sia la casa della comunione, la comunione personale con Dio, la comunione che vive nel ricordo di quello che egli ha fatto per noi e del patto in lui, ma anche la comunione con fratelli e sorelle che proprio nelle case può essere vissuta pienamente nella condivisione e nell’unità come quelle che visse il Signore con i suoi durante questa cena.

Cosa fecero Gesù e i discepoli durante questa cena, lo ricordiamo?

 

Possibili risposte: mangiarono (e questo forse ce lo ricordiamo sempre); pregarono insieme (Gesù disse la benedizione e rese grazie); parlarono ma non del più e del meno ma delle loro debolezze (“uno di voi mi tradirà”) del piano di Dio; Gesù diede avvertimenti, consolazioni, promesse; ebbero comunione; celebrarono la Pasqua per ricordare; cantarono degli inni insieme; ebbero una contesa; Gesù lavò loro i piedi, stipularono anche un patto.

Ecco questo ci dà un’immagine completa e varia della comunione, questo fu il loro vivere la comunione (non solo mangiare) e può e deve esserlo anche tra di noi, nelle nostre case che possono e devono diventare luoghi di comunione. Non solo il locale dell’Assemblea, non solo il tempo degli incontri (2/3 ore settimanali), ma la nostra quotidianità.

 

 

LA CASA DELLA MISSIONE

 

Arriviamo ora ad una casa nella quale Gesù entro dopo la sua risurrezione:

“La sera di quello stesso giorno, che era il primo della settimana, mentre le porte del luogo in cui si trovavano i discepoli erano chiuse per timore dei Giudei, Gesù venne e si presentò in mezzo a loro, e disse: «Pace a voi!» (Gv 20:19 fino a 29; cfr. Lu 24:36-49; Mr 16:14).

 

In realtà in questo episodio furono due i momenti nei quali Gesù apparve ai discepoli in una casa (con e senza Tommaso), ma l’obiettivo fondamentale era lo stesso, dimostrare a loro e poi a anche a Tommaso che egli era davvero risorto come aveva detto e profetizzato e quindi cancellare ogni dubbio dalle loro menti e dai loro cuori; rimproverarli per la loro “incredulità e durezza” (cfr. Mr 16:14) e raccomandarli e richiamarli alla loro responsabilità di essere missionari e di andare ad annunciare il Vangelo.

I discepoli avevano timore, erano dubbiosi, e anche per questo si rinchiusero in una casa. Luca racconta che, quando videro il Signore risorto, furono “sconvolti”, “atterriti”, “turbati”, “non credevano” “si stupivano”. Ma proprio in quel momento Gesù diede a loro il mandato missionario dicendo: “Come il Padre mi ha mandato, anch’io mando voi” e “Andate per tutto il mondo a predicare il vangelo ad ogni creatura”. Quella casa diventò la casa della missione.

 

Anche le nostre case devono essere delle case di missione. A volte pieni di timori, dubbi, paure proprio come quegli apostoli ci rinchiudiamo nelle nostre case, nella nostra intimità e riservatezza… ma proprio dalle nostre case, dalle nostre famiglie e dalle nostre vite inizia la missione… le case sono i luoghi da cui partiamo per la missione e alle quali torniamo.

Ricordiamo cosa Gesù disse ai discepoli quando li mandò a due a due: Quando entrerete nella casa, salutate (Mr 10:12). La missione che affidò loro fu una missione di casa in casa; anche in questo senso la casa può diventare campo di missione nel quale portare il Vangelo. Dalla casa partiamo, nella casa andiamo e nella casa torniamo.

 

 

LA CASA DEL PADRE

 

Infine, c’è un’ultima casa nella quale il nostro Signore vive e nella quale vivremo anche noi: “Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore; se no, vi avrei detto forse che io vado a prepararvi un luogo? Quando sarò andato e vi avrò preparato un luogo, tornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io, siate anche voi” (Gv 14:1-4).

Che gioia e che consolazione per ciascuno di noi, Gesù è andato a preparare la casa celeste per noi, una “stanza” per noi, nella casa del Padre suo e nostro.

 

Oggi ciascuno di noi vive nella sua casa che può essere tutto quello che abbiamo visto, ma dobbiamo sapere che vivremo nella casa del Padre, insieme con Gesù e allora il nostro obiettivo dovrebbe essere vivere oggi nella nostra casa nell’attesa della casa celeste, ma impegnandoci affinché la nostra casa sia tutto quello che abbiamo appena visto per vivere sin da ora un’anticipazione del cielo nel quale certamente vivremo.

 

 

Conclusione

 

Concludendo, abbiamo visto tutto quello che la nostra casa può e dovrebbe essere, ma abbiamo due possibilità di rispondere a quanto ci dice la Parola e agli insegnamenti e indicazioni che ci vengono dall’esempio del nostro Signore. Potremmo, come i discepoli sulla via di Emmaus tornarcene a casa e dire tristi: “Noi speravamo che fosse lui che avrebbe liberato Israele” (Lu 24:21) dimostrando delusione e rassegnazione. Oppure potremmo fare come Pietro che dopo la morte del Signore, disse:“Io vado a pescare” (Gv 21:3), tornando a casa sua e alle attività di prima come se nulla fosse. Possiamo, quindi, tornare sempre nelle nostre case, alle nostre solite attività, come se nulla fosse, come se non avessimo imparato nulla dall’esempio del Signore.

 

Al contrario, come Giosuè potremmo dire:

“E se vi sembra sbagliato servire il Signore, scegliete oggi chi volete servire: o gli dèi che i vostri padri servirono di là dal fiume o gli dèi degli Amorei, nel paese dei quali abitate; quanto a me e alla casa mia, serviremo il Signore” (Gs 24:15). Che ciascuno di noi possa dare questa risposta al Signore e servirlo con tutta la sua “casa”, vita, intimità, quotidianità!