In tempi in cui nel nostro Paese la censura religiosa, per secoli imposta dallInquisizione cattolica, interveniva per impedire ogni diffusione di libero pensiero e, soprattutto, la diffusione della Bibbia, elementi della cultura biblica propria della Riforma protestante e dei movimenti di risveglio evangelici comparvero nel melodramma e in alcune opere liriche. Le riscopriamo attraverso uninteressante ricerca.


 

Una ricerca originale

 

Fede e Opera: non un errore di stampa. Quello che cominciate a leggere non un articolo (lennesimo, probabilmente) sul capitolo 2 della Lettera di Giacomo, e sullannosa questione del rapporto tra fede e opere nellinsegnamento di Ges e del Nuovo Testamento. invece un tentativo di indagare se e quali relazioni vi furono tra la fede, e in particolare la fede evangelica, e quello che fu forse lo spettacolo che godette, nellItalia del XIX secolo, di maggior successo e maggior popolarit: il Melodramma.

 

Di primo acchito, verrebbe da considerarli due mondi lontanissimi fra loro, e che poco o nulla potrebbero avere da spartire.

Forse, invece, fra le pagine delle centinaia di opere che il nostro Ottocento produsse, si cela una memoria che potremmo cercare di recuperare. Forse un legame vi fu, e fu meno che occasionale.

 

Devo precisare una cosa: non sono un musicologo, n uno storico della musica professionale. Ho maturato e coltivato un grande interesse – oltre ad una certa conoscenza – verso la musica classica, e verso lOpera lirica in particolare, ma le note che seguono mantengono il valore che pu essere attribuito alla ricerca di un appassionato, di un cultore di una certa materia – una ricerca che per non certamente esente da errori o approssimazioni.

 

Sono inoltre consapevole del fatto che molto di ci che vado a proporre unipotesi di lettura di alcuni dei prodotti della musica Italiana del XIX secolo, ipotesi che necessiterebbe certamente di ulteriori ricerche ed approfondimenti, che fornisce una certa chiave di lettura di alcuni dati; ma questi stessi dati potrebbero essere anche letti in una chiave differente. Credo tuttavia che si tratti di un tema non privo di interesse, e tutto sommato non troppo studiato.

 

Se – magari prendendo spunto da queste note – a qualcuno pi preparato e qualificato di me dovesse venire la voglia di dedicare un po di tempo ad approfondire meglio largomento – eventualmente anche per giungere a conclusioni diverse da quelle che qui prover a proporre – non potr che rallegrarmene.

 

 

Due momenti dincoraggiamento

 

Questa riflessione stata originata in me in due momenti diversi – e cronologicamente piuttosto distanziati – della mia vita.

 

Per il primo di tali momenti devo andare molto a ritroso nel tempo; arrivare ai primissimi anni della mia conversione, intorno al 1990. Appassionato ascoltatore di musica classica fin da quando ero bambino, mi capit di ascoltare alla radio il lavoro allora inedito (e anche oggi non particolarmente conosciuto) di un musicista italiano vissuto a cavallo fra XVIII e XIX secolo che, sullonda del successo del film Amadeus, stava suscitando in quegli anni una certa curiosit e un certo interesse anche in chi normalmente preferisce ascoltare altri generi musicali.

 

Il musicista Antonio Salieri, la composizione era una breve opera buffa, dal titolo Prima la musica, poi le parole.

La trama si snoda sulla vicenda di un musicista, un librettista e un gruppo di cantanti intenti nellallestimento di una nuova opera. Fra i vari soggetti che la primadonna propone al poeta e al musicista, cՏ anche quello di una donna quacquera – proposta che lascia di stucco i due artisti, i quali non hanno la minima idea di cosa sia una quacquera (pensano che la signorina stia proponendo di impersonare una papera).

 

Quello che mi colp, ascoltando quella musica – che per il resto una tipica opera buffa di fine Settecento – che sapevo bene che nellEuropa dellepoca vigeva una censura piuttosto severa. Negli Stati Italiani, ma anche in Francia ed in Austria (dove Salieri era uno dei compositori pi acclamati) non era affatto scontato che si potesse tranquillamente parlare, in unopera dellingegno, di quacqueri.

ComՏ stato possibile – mi domandai – che Salieri potesse farlo con tanta disinvoltura?

 

Il secondo momento invece molto pi recente: la prima delle iniziative con cui la comunit di Firenze ha ricordato i 130 anni dallapertura della propria sala di culto al pubblico avvenuta il 7 novembre 1880 (vedi IL CRISTIANO n. 1/2011; pagg. 26-32), stata per lappunto una serata musicale dedicata al rapporto tra fede e opera lirica, e io stesso ho avuto la gioia ed il privilegio di esserne uno degli organizzatori.

 

Lumi e censura

 

Lopera di Salieri che ho sopra citato davvero una delle prime in cui ci si riferisce esplicitamente al mondo evangelico; e non un caso che essa risalga alla seconda met del XVIII secolo (fu rappresentata per la prima volta a Vienna nel 1786).

 

La societ settecentesca, in tema di censura, conobbe una svolta importante. Come credenti evangelici sappiamo molto bene che nei secoli passati esisteva un rigido controllo sulle opere dellingegno, e che la divulgazione di idee considerate eterodosse, e perfino della Bibbia, era rigorosamente proibita. Ci per, funzionava secondo regole e meccanismi che non furono sempre ed ovunque gli stessi. Il Settecento generalmente conosciuto come il secolo dei lumi; tuttavia non furono molti gli intellettuali che si espressero apertamente contro lesistenza di istituzioni come la censura, lindice dei libri proibiti e perfino linquisizione.

E i sovrani, per quanto illuminati fossero (o si vantassero di essere), rimanevano tuttavia orgogliosi di potersi presentare come sovrani cattolici. Lidea di abolire tali retrivi organismi era estranea alla loro sensibilit. Questo non vuol dire che lIlluminismo non abbia esercitato alcuna influenza sui meccanismi che regolavano tali strumenti di controllo, che ne uscirono anzi profondamente trasformati. Uno dei cambiamenti pi significativi, si pu cos sintetizzare: inquisizione e censura, se allindomani del Concilio di Trento erano rimasti in generale saldamente nelle mani delle autorit ecclesiastiche, a partire dalla met del XVIII secolo divennero prerogative dei prncipi – ovvero, dello Stato.

 

Per quanto riguarda la censura, nei diversi Stati Italiani, come pure in molti paesi Europei, nacquero le censure di Stato, che – con modalit e tempi diversi, e diversificati da una nazione allaltra – vennero ad affiancarsi alla censura ecclesiastica. Questultima non scomparve – ma ne vennero di regola delimitati gli ambiti di intervento: la censura sulle opere di religione e di teologia sarebbe rimasta sua prerogativa, mentre il controllo su tutte le altre opere (e pertanto, in particolare, sulla possibile divulgazione di ideologie di natura politica o sociale, o sulla morale) veniva fatto proprio – tramite loro funzionari – dai sovrani. Ci ebbe sfumature diverse da uno Stato allaltro – in Italia, per esempio, gli Stati dove la censura ecclesiastica mantenne maggiori poteri furono i regni di Napoli e Sicilia (successivamente Regno delle Due Sicilie) – ma port in generale alla creazione di organismi di Stato, sotto il diretto controllo dei sovrani, preposti alla censura sulle opere dellingegno che non trattassero espressamente di religione.

 

Non vuol dire che le censure di Stato fossero particolarmente tenere verso leterodossia; ma si pu immaginare (e in parte documentare) che quello religioso non fosse linteresse prioritario dei censori, che non sempre su questo aspetto avevano una specifica preparazione.

 

 

LEvangelo allOpera

 

Alla luce di questa premessa, pu essere letta sotto una luce nuova la presenza, sorprendentemente copiosa, nel melodramma del XVIII e del primo XIX secolo, di tematiche care al mondo evangelico, una presenza troppo abbondante, almeno nellopinione che mi sono fatto, per poterla ritenere casuale. Anche se – da un compositore allaltro, e da un librettista allaltro – la consapevolezza delloperazione culturale e divulgativa che si veniva compiendo si pu pensare che fosse diversificata e, inoltre, non si deve dimenticare che quando vi fu, lattenzione verso la Bibbia e verso la storia Protestante, non fu esclusiva, ma si intrecciava con altri interessi di tipo pi dichiaratamente politico e sociale. Cosa che era tipica di quegli anni. Soprattutto negli ideali degli intellettuali del primo Ottocento, risveglio religioso, istanze sociali, riforma dei costumi, riforma dello Stato, ideali di libert, costituivano un insieme di interessi i cui confini erano tuttaltro che definiti, risultando anzi, spesso, indistinguibili.

 

 

LOpera negli inni

 

Il percorso inverso – ovvero gli influssi dellOpera sulla nostra musica – vale a dire sugli inni che i credenti del XIX secolo iniziavano timidamente, spesso nella clandestinit – a levare a Dio, pi controverso e difficile da dimostrare. Unocchiata anche superficiale ai nostri innari ci porterebbe a credere (in parte legittimamente) che i primi autori – a cominciare da Teodorico Pietrocola Rossetti – preferissero che le parole dei loro inni fossero accompagnate dalle musiche di Bach, Haendel, al massimo Mozart, piuttosto che da quelle – sicuramente pi popolari a quel tempo – di Bellini, Donizetti o Verdi. Ci potrebbe essere messo in relazione ad un percorso diametralmente (e, per certi versi, paradossalmente) opposto a quello che avrebbe condotto un certo numero di compositori Italiani ad ispirarsi per molte loro opere alla Bibbia, e ad altre fonti che – in lavori di natura pi strettamente teologica o religiosa – non sarebbero certo sfuggite alle rigide maglie della censura.

La consapevolezza che davanti a Dio non vՏ n Giudeo n Greco ma tutti siamo una cosa sola in Cristo Ges, poteva facilmente essere confusa con un cosmopolitismo (e forse anche fornirne una reale base dottrinale), che sarebbe suonato decisamente stonato nellItalia Risorgimentale, tanto intrisa di patriottismo, di nazionalismo, di rifiuto dello straniero. Una tale scomoda verit poteva pi agevolmente essere veicolata attraverso la musica: si affermava con forza, certo, che la Riforma fu anche Italiana, anzi, che fu prima italiana – ma poi, nella patria di Rossini e di Verdi, si preferiva cantare gli inni di Bach, Haendel, Lutero, nonch inni di provenienza americana

 

Perfino nelledizione del 1938 dellinnario in uso nelle nostre Assemblee, fa una certa impressione ritrovare – fra gli altri – alcuni inni per i quali il Rossetti era ricorso alle melodie di Felix Mendelssohn Bartholdy, nipote per parte di padre di quel Moses Mendelssohn, ricordato per essere stato uno dei principali teorizzatori del Sionismo.

Lo stesso Mendelssohn si era poi convertito al Cristianesimo ed probabilmente uno dei compositori nei quali lelemento della fede torna con maggiore forza e maggiore convinzione. Apparentemente impensabile, in pieno Fascismo – e negli anni pi bui delle leggi razziali – dalle panche delle nostre Assemblee risuonavano anche le musiche – rigorosamente proibite altrove – di un musicista ebreo di famiglia, e protestante quanto alla fede, come era Mendelssohn.

 

 

Gli influssi dellOpera sugli inizi dellinnografia evangelica

 

Tuttavia, per quanto pi dissimulata e pi difficile da indagare, anche uninfluenza in senso inverso – ovvero dellOpera sullinnografia Evangelica – pu essere, entro certi limiti, documentata. Il punto di congiunz­ione certamente, in primo luogo, quello che fu il pi prolifico autore di inni nellItalia Evangelica del XIX Secolo: Teodorico Pietrocola Rossetti.

 

Il suo nome, meglio, il suo cognome (acquisito) ci rimanda ad unaltra figura, che quella di Gabriele Rossetti, padre del pi celebre poeta preraffaellita Dante Gabriel, di cui Teodorico era dunque il cugino.

 

Gabriele Rossetti (1783-1854) aveva incominciato la sua carriera ai tempi di Gioacchino Murat come librettista per il Teatro San Carlo di Napoli – anche se i suoi libretti non godettero di grande fortuna. Fallita rovinosamente lavven-tura napoleonica, dovette riparare in Inghilterra, dove si avvicin alle correnti risvegliate dellevangelismo britannico, e dette alle stampe, pochi anni prima della morte, nel 1852, quella che forse potremmo considerare una delle prime raccolte di inni in italiano, antesignana in qualche modo degli innari che di l a poco avrebbero cominciato ad essere impiegati in seno alle comunit: LArpa Evangelica.

Gi due anni prima, nel 1850, aveva collaborato con Salvatore Ferretti, al quale aveva fornito i testi di una ventina di inni per la raccolta Inni e Salmi ad uso dei Cristiani dItalia, che si concludeva con dodici armonie ad opera di alcuni non eccelsi operisti del tempo.

 

A questepoca sembrerebbe possibile un impiego di melodie nostrane, e di autori ben noti dal pubblico Italiano, assai pi massiccio di quello che poi effettivamente venne fatto.

Come noto, poi, le scelte dei credenti Italiani mossero in prevalenza in altra direzione. Tuttavia, nelle fasi originarie della nostra innografia, il mondo dellOpera tuttaltro che assente.

 

Oltre alle ricordate raccolte ad opera di Gabriele Rossetti e di Salvatore Ferretti, si deve almeno far menzione di unaltra raccolta abbastanza singolare – e, di nuovo, possiamo immaginare sullo sfondo, il problema di come eludere una censura che era s in mano a dei funzionari laici, ma che continuava a pretendersi rispettosa della tradizione cattolica e che, per opere di contenuto esplicitamente religioso, del clero cattolico continuava ad essere prerogativa.

Uno dei primi innari, ad essere pubblicati in Italia, pot esserlo – forse – perch tecnicamente non era un innario. Esso reca il titolo, abbastanza innocente, di Cento Canti popolari, ed usc a Torino, per i tipi delleditore Ricordi, nel 1885. Nei cenni preliminari ci viene detto qualcosa sulle considerazioni che portarono alla sua compilazione; ma ci che viene taciuto e che si pu intuire probabilmente pi interessante di ci che viene espresso: il punto di riferimento, per i promotori della raccolta, sono Paesi – quali la Svizzera e la Germania – di tradizione dichiaratamente protestante. A promuovere la raccolta la Conferenza degli Insegnanti della Val Bregaglia, una regione del Cantone Svizzero dei Grigioni. Molte delle societ giovanili presenti in tali Paesi, e a cui pure si fa riferimento nella prefazione, si pu presumere che fossero in effetti gruppi di ispirazione evangelica. E alcuni dei parroci di quella Conferenza, che avevano lavorato alla stesura della raccolta, sappiamo oggi essere stati in effetti dei ministri protestanti.

 

Ci che per maggiormente colpisce, in questa raccolta, la presenza – accanto a dei veri e propri inni, molti dei quali sarebbero poi confluiti nelle successive raccolte esplicitamente destinate al culto evangelico, di celebri cori da altrettanto celebri opere (LElisir dAmore di Donizetti, il Nabucco di Verdi, i Puritani di Bellini – per fare alcuni esempi).

Inoltre – a questa data – le melodie di molti inni (oggi totalmente dimenticati), sono quelle di celebri operisti del tempo. Mi piace almeno citare Le Voci del Creato, con la musica di Saverio Mercadante – ripescato da quella raccolta dopo pi di un secolo di oblio e proposto al pubblico dalla Corale della Comunit Evangelica Coreana nel corso della serata musicale che lAssemblea di Firenze ha promosso in occasione del 130 anniversario dallinaugurazione della sala: una musica di una potenza commovente, fresca come se fosse stata composta ieri. Devo dire: un vero peccato che sia scomparsa dai nostri innari

Allinizio della nostra storia, dunque, almeno in alcuni casi, lopera fu forse il marchio grazie al quale i primi innari poterono sfuggire al controllo della censura. Certamente un libro, dallinnocente titolo di Canti Popolari, difficilmente avrebbe avuto problemi da parte della censura.

 

Ma cՏ un altro influsso – assai pi rilevante, ancorch meno evidente – che lopera lirica esercit indubbiamente sui nostri inni; e non solo lo esercit nel XIX secolo, ma lo esercita tuttora, senza forse che noi nemmeno ce ne rendiamo conto. E questo influsso, enorme (a mio modo di vedere) fu sui testi.

Per quanto infatti, per le melodie, i cristiani del XIX secolo ricorressero spesso ad autori di provenienza tedesca od anglosassone, il mondo nel quale essi si muovevano restava per quello dellEuropa e dellItalia dellOttocento, e nel momento in cui si trattava di associare a quelle melodie dei testi in italiano, gli stilemi tipici dei libretti dopera del tempo sono decisamente predominanti.

 

 

Fede allOpera?

 

Ci che esercita su di me un grande fascino, nonch un profondo stupore, che – almeno per quanto riguarda la lingua e la cultura Italiana – lOpera arriv, in un certo senso, prima della Chiesa.

Antonio Salieri nella piccola opera che citavo nella prima parte di questo articolo, descrive (in maniera sintetica e parziale ma, sostanzialmente, corretta) quali sono le caratteristiche dei Quacqueri, in unepoca in cui ancora tale comunit – ma in effetti qualsiasi comunit evangelica – non aveva, nei territori dellImpero Absburgico, diritto di cittadinanza. Siamo nella seconda met del XVIII secolo (precisamente nel 1786). Il libretto, di Giovanni Battista Casti, rimanda tuttavia ad unopera precedente, su libretto di Giuseppe Palomba, del 1783, rappresentata a Napoli, al Teatro dei Fiorentini, con musica di Pietro Guglielmi: La quakera spiritosa. Un testo oggi pressoch introvabile (conservato in alcune biblioteche del Veneto, ma confesso di non avere ritenuto di dover fare un viaggio a Venezia appositamente per poter consultare tale libretto), di cui per si sa che lopera di Salieri voleva essere una scherzosa parodia – anche se forse solo lImperatore, che a Napoli aveva assistito alla rappresentazione della dimenticata opera del Guglielmi, sarebbe stato in grado di cogliere le allusioni.

 

Interessante comunque che ancora nel XIX secolo la parola quacquero sia spesso utilizzata come sinonimo generale e – in qualche caso – vagamente sprezzante – per protestante, e per quelle correnti particolari del Protestantesimo pi lontane dalle Chiese di Stato; ricordiamo che lo stesso Conte Guicciardini era stato occasionalmente definito quacquero, quantunque dei Quacqueri egli molto probabilmente conoscesse assai poco E proprio come quacqueri (anzi, quakeri) essi fanno il loro ingresso, un po in sordina, nel mondo dellopera lirica – specificatamente dellOpera Buffa – settecentesca.

 

La presenza del Protestantesimo, della storia sacra in generale e della Bibbia nellOpera lirica, si mantiene, per ora, su livelli relativamente occasionali. di notevole interesse il fatto che la successiva, rilevante comparsa dei protestanti in unOpera – ma siamo gi nel XIX secolo, chiami nuovamente in causa i quacqueri: lopera il Milton, opera in un atto di tienne de Jouy e Joseph Marie Dieulafoi, per la musica di Gaspare Luigi Pacifico Spontini.

Fra i protagonisti dellopera dobbiamo segnalare – cos recita il libretto – Godwin, quacchero giudice di pace, e sua nipote, miss Carlotta. Lambientazione dellOpera lInghilterra della guerra civile del 1659. forse il primo caso di unOpera letteralmente intrisa di protestantesimo; essa venne rappresentata a Parigi, nel 1804. Una successiva riedizione fu vagheggiata dal suo autore, ma lintervento della censura prussiana non la rese possibile.

 

In generale, a questepoca, la censura (in mano ormai quasi sempre a tribunali controllati dallo Stato) sembrerebbe meno attenta a considerazioni di natura religiosa, ma linteresse di librettisti e compositori verso queste fonti sembra, almeno fino al lavoro di Spontini, pi dettato dalla ricerca di temi nuovi e percepiti in qualche maniera come esotici, secondo un gusto che a cavallo fra XVIII e XIX secolo era piuttosto diffuso, pi che dal consapevole intento di lanciare dei messaggi di tipo politico o sociale, e men che meno religioso o spirituale.

 

Le cose cambiano con laffermarsi dei grandi operisti della scuola Italiana: Rossini, Bellini, Donizetti e Verdi – e di tutta la nutrita schiera di autori minori che intorno a loro ruotarono. Quella che nel Settecento era una citazione che aveva il curioso sapore dellesotico, nellOttocento diventa fonte dispirazione di primordine. Ma non soltanto tramite il ricorso ad episodi pi o meno conosciuti della storia protestante che levangelismo offre ispirazione al mondo del Melodramma. LOttocento ci ha infatti donato alcuni autentici capolavori che mettono in scena non, come era consuetudine nel secolo precedente, la mitologia classica o la storia greca e romana, bens la storia biblica. Quella Scrittura, che in lingua Italiana era ancora preclusa, specialmente alle classi popolari (e lo sarebbe purtroppo stata ancora a lungo), poteva essere appresa, sia pure con tutti gli adattamenti scenici che un lavoro teatrale rendeva necessari, conosciuta, e perfino amata, attraverso uno spettacolo di larga diffusione e grande successo come era lopera lirica.

 

 

I grandi drammi biblici

 

Un fondamentale punto di svolta, in rapporto a questa tendenza, costituito dalla musica di Gioacchino Rossini.

Contrariamente a quanto si sarebbe portati a credere il Mos non fu la prima opera di soggetto biblico, e il fatto di avere messo in scena la Scrittura, non costituiva, per lepoca, un fatto del tutto nuovo, soprattutto a Napoli. In tale citt era ormai consuetudine quella di non chiudere i teatri in tempo di Quaresima – come sarebbe stato dobbligo – ma di mettere in scena, anzich delle opere tradizionali, delle azioni sacre, sul modello Inglese.

Quasi sempre, per, tali azioni prevedevano limpiego di scene, recitazione e costumi, ci che per definizione negli oratori che tanto successo riscuotevano nel mondo anglosassone e che avevano fatto la fama e la fortuna di Georg Friedrich Haendel, non avveniva mai. Vi fu una sola vistosa eccezione, che anche uno dei pi interessanti casi di corrispondenza tra innografia ed opera, vale a dire La Creazione di Haydn, che in origine si sarebbe dovuta rappresentare proprio al San Carlo di Napoli durante la Quaresima del 1804, in occasione della visita del Duca di York nella capitale partenopea. In quel caso – secondo le consuetudini Inglesi – non sarebbero state previste scene. La visita fu poi rimandata e pertanto la rappresentazione venne disdetta. Linno n. 46 della vecchia edizione del nostro innario (Gloria al Padre), inopportunamente eliminato dalla nuova edizione, per lappunto ladattamento in lingua Italiana di uno dei pi riusciti cori di quellazione sacra. La soluzione adottata nel napoletano era una sorta di via di mezzo fra le esigenze della chiesa romana, che avrebbe voluto proibire lapertura dei teatri durante la Quaresima, e la scelta dei teatri francesi, ma anche di quelli di molte citt del Nord Italia (a cominciare da Milano e Venezia) di ignorare il divieto cattolico e di tenerli regolarmente aperti ed attivi anche in quel periodo.

 

Quello dellazione sacra fu un genere nel quale molti compositori si sarebbero cimentati: nei testi di qualche nostro inno, si possono probabilmente riconoscere lontane reminiscenze di alcuni cori che oggi sono praticamente dimenticati, ma che allepoca avevano riscosso un grande successo: difficile pensare che fosse un caso che linno Sommo Dio che il tempo reggi, iniziasse quasi con le stesse parole del coro Sommo Dio che a tutto imperi dal Gionata Maccabeo di Pietro Alessandro Guglielmi (lo stesso della Quakera spiritosa, comunque uno dei musicisti pi acclamati del tempo), o che quando i credenti del XIX secolo cantavano Vinta la morte, vinto linferno. Sapran le porte del gaudio eterno (inno n. 29 del vecchio innario), non tornassero loro in mente le parole con cui si apriva il coro da La distruzione di Gerusalemme, sempre del Guglielmi (Del Sacro tempio sapran le porte); ma anche cori come Volgi o Dio benigno i rai (Il Sacrificio dAbramo, musica di D. Cimarosa), o Del popol tuo gran Dio (Gionata, musica di N. Piccinni), pur non rimandando a delle citazioni letterali, sono indice di unatmosfera che avvicinava in maniera sorprendente ed inaspettata i cori delle azioni sacre alla prima innografia evangelica.

 

Fin da quando tale usanza venne introdotta, la grande scena corale si configura come uno degli elementi pi tipizzanti ed anche innovativi di questo repertorio: si trattava di un momento di raccoglimento di carattere corale, caratterizzato in genere dallalternanza tra uno o pi solisti e il coro: un sacerdote o un profeta, e il popolo che gli rispondeva. Il Mos di Rossini, che si inseriva in questa tradizione, non ebbe successo alla sua prima rappresentazione forse anche perch mancava una tale scena, a cui il pubblico era ormai abituato. Rossini dovette infatti aggiungerla in fretta e furia – e in questa nuova veste, con il coro Dal tuo stellato soglio, il Mos fu un successo strepitoso.

Rispetto ai precedenti, Mos si caratterizza per almeno tre elementi abbastanza innovativi (almeno per quel poco che oggi possibile capire della produzione precedente):

laderenza al testo biblico, decisamente maggiore e pi attenta,

la partecipazione del popolo che diventa, insieme allorchestra (che talora serve a farci intuire la voce di Dio), uno dei protagonisti principali dellopera,

labbandono della tradizionale differenziazione tra oratorio, azione sacra, e opera lirica: non si pu dubitare del fatto che il Mos sia a tutti gli effetti unopera, anche se decisamente unopera sui generis.

 

Unaltra caratteristica singolare, che per non solo del Mos, il lieto fine che, nel melodramma, non usuale e che sar invece piuttosto frequente nelle opere di argomento biblico o in qualche maniera evangelico. Unopera biblica, che – dopo laggiunta della celebre preghiera sulle cui note si avvia verso la conclusione – diventa espressione di fede di un popolo.

E la preghiera degli Ebrei che lasciano la schiavit dEgitto (Dal tuo stellato soglio) ha veramente le cadenze di un inno. Riascoltandola, mentre preparavo le slide per la serata musicale che abbiamo proposto nella nostra sala, riflettevo sul fatto che essa non sfigurerebbe affatto inserita in uno qualsiasi dei nostri innari.

 

Siamo nel 1819, leggere o possedere la Bibbia in italiano ancora proibito e per gli evangelici cՏ la proibizione assoluta di riunirsi. Spesso nemmeno gli stranieri presenti nella penisola hanno ancora avuto il diritto di riunirsi, almeno fra di loro (la cappella svizzera di Firenze inizier le sue riunioni intorno al 1825). Devono passare pi di dieci anni prima che al Guicciardini venga offerta in dono una Bibbia. Perfino in Piemonte devono trascorrere ancora quasi trentanni prima che, con le Lettere Patenti di Carlo Alberto ai Valdesi, sia riconosciuto un minimo di tolleranza, mentre a questa data sono ancora praticamente ghettizzati nelle loro storiche valli. Eppure, nei teatri italiani, e proprio in quella Napoli dove pi che altrove la censura era attenta e sospettosa, si metteva in scena la Bibbia, la storia di Mos; si dimostrava di essersi documentati abbastanza accuratamente sul testo (ancora oggi non so quanti Italiani sanno ci che nellopera viene esplicitato, che gli Israeliti che Mos libera sono i discendenti di quel patriarca che si chiama Giuseppe che era a sua volta uno dei figli di Giacobbe).

E, soprattutto, si mette in scena una preghiera che non ha nulla di liturgico, e che pare piuttosto la preghiera di un popolo che, nelloppressione, grida a Dio

Temi cari al Risorgimento. Ma anche ai credenti che di l a poco avrebbero cominciato ad emergere dalla clandestinit.

 

Roberto Cappato

(Assemblea diFirenze)