Ci sono testi biblici di non facile comprensione, come i tre
che ci sono stati proposti, che diventano pi chiari, quando lasciamo che ad
illuminarli sia la Parola di Dio nel suo insieme. Seguendo questa strada,
potremo comprendere come sia impossibile perdere la salvezza per chi ha davvero
creduto, potremo conoscere quale sia il peccato che conduce a morte e perch le
parabole di Ges non erano comprensibili a tutti. Scrivo tre testi che alla fine in fondo in fondo
riguardano la stessa problematica: Ebrei 10:26 – Un credente che persiste
volontariamente nel peccare perde la sua salvezza? (non rimane alcun
sacrificio per i peccati). 1Giovanni 5:16 – Come pu un credente commettere un
peccato che non conduca a morte? Di quale morte si parla? Se non conduce a
morte perch bisogna pregare in modo che Dio gli dia la vita? Pu la nostra
preghiera sopperire ad un peccato commesso da un'altra persona? Qual invece
il peccato che conduce a morte? Se dice di non pregare per quel tipo di peccato
sottointeso che possiamo capire quando una persona commette quel tipo di
peccato? Marco 4:11 – Ges dice le cose in parabole per far
in modo che la gente non le capisca? Che significato ha questo versetto? Simone Ebrei 10:26 Caro fratello, ti ringrazio per la domanda sollevata che ci d unoccasione
ulteriore di aprire la Parola di Dio e cercare quelle risposte e quel conforto
divino che si traduce in benedizione per la nostra vita. Pu un credente perdere la salvezza che ha ottenuto a
motivo di un peccato o di un comportamento volontariamente non conforme alla
volont di Dio? una domanda che abbiamo sentito pi volte echeggiare nel
mondo evangelico e sono proprio testi come quello che hai indicato a sollevare
dubbi e perplessit. Ponendo come fondamento inalienabile la Bibbia, che essendo
ispirata da Dio (2Ti 3:16) non pu cadere in contraddizione, sicuramente avremo
una risposta adeguata e convincente. La lettera agli Ebrei ha, come certo saprai, un carattere
particolare perch diretta a dei lettori che, essendo appunto Ebrei, avevano
una buona conoscenza dellAntico Testamento ed erano vissuti e si erano formati
nel rispetto del rituale della legge mosaica e nellosservanza di quelle
tradizioni che facevano del popolo ebraico un popolo unico. Ecco perch lautore dellepistola nellannunciare Cristo si
preoccupa di dimostrare che la rivelazione di Dio non si fermata ai profeti
(Eb 1:1, 2) ma continua con il Figlio che ha costituito erede di tutte le
cose, che lo splendore della sua gloria e limpronta della sua essenza. Egli superiore agli angeli, (1:4) superiore a Mos (3:3),
superiore ai sacerdoti dellAntico patto (5:10). Egli il nostro grande sommo sacerdote (4:14), lautore
di una grande salvezza, colui che crea e rende perfetta la fede ed su di lui che dobbiamo fissare
lo sguardo (12:2). Linvito dellautore quello di rompere definitivamente
con il giudaesimo che
illustrava solo lombra delle cose celesti (8:5) e dei futuri beni (10:1): in Cristo ora abbiamo la
realt. Il dilemma che pervade lepistola che molti Giudei pur
essendosi convertiti al cristianesimo non avevano completamente rotto con il
giudaesimo, altri, nonostante i precisi e ben mirati insegnamenti che lautore
sviluppa sulla necessit di abbracciare la fede in Ges per la salvezza.
Erano dubbiosi
(2:1), (3:12) e (4:1), non avendo assimilata la buona notizia per fede (4:2). a questi ultimi che si rivolge il testo di 10:26. Il peccato volontario consiste nel persistere in una
condizione di incredulit dopo aver ricevuto la conoscenza della verit. La condizione di costoro estremamente rischiosa e pu
diventare terribile e senza appello (9:27) perch considerano profano, cio inutile e ordinario (10:29) il
prezioso sangue che Ges ha versato per il perdono dei nostri peccati. Inoltre
disprezzano lopera dello Spirito Santo della quale sono stati fatti in una
certa misura partecipi (6:4). Infatti lo Spirito Santo convince il mondo quanto
al peccato, alla giustizia e al giudizio (Gv 16:8). Ossia vuol convincere della nostra reale
condizione di peccatori e ci spinge a riconoscere in Ges il Salvatore. Quel peccare volontariamente del versetto 26 un respingere
la grazia che ci viene offerta per cui non rimane alcun sacrificio per i peccati perch coloro che respingono la
grazia crocifiggono di nuovo, per conto loro, il Figlio di Dio (Eb 4:6). Questa la scelta irreversibile che ci riporta tra coloro
che hanno gridato crocifiggilo, crocifiggilo (Lu 23:21). Quindi non si tratta di perdere la salvezza ottenuta, ma di respingerla
consapevolmente quando questa presentata chiaramente. La Bibbia non insegna in alcun punto che la salvezza possa
essere perduta, perch non ne siamo noi i custodi ma nelle mani pi sicure
(Gv 10:28) e nel luogo pi sicuro che possa esistere (Cl 3:3; Ro 8:31-39). Sono inoltre persuaso che la dottrina della perdita della
salvezza, oltre che errata, sia tra le pi perniciose e nefaste. Il credente
deve vivere nella profonda consapevolezza che la questione della sua salvezza
risolta una volta per sempre, altrimenti come potr stornare lattenzione da s stesso
per vivere nella libert e crescere nella conoscenza di Cristo e dedicarsi al
servizio della chiesa e portare il Vangelo nel mondo? La Parola comunque ci avverte a scanso di equivoci e per
evitare qualsiasi illusione, attraverso lapostolo Paolo: Esaminatevi per
vedere se siete nella fede (2Co 13: 5). 1 Giovanni 5: 16 Effettivamente questo testo non di facile comprensione e
ha dato luogo a pi interpretazioni alcune delle quali assolutamente
insostenibili, come ad esempio quella avanzata dalla chiesa cattolica che vi
trae la base teologica per parlare di peccati veniali e peccati mortali. Il contesto pi immediato di questo testo riguarda la
preghiera. I versetti precedenti ci invitano a nutrire fiducia se in
preghiera chiediamo ci che secondo la volont di Dio e ad entrare nel pensiero
del Signore uniformando la nostra alla sua volont per crescere ed
esperimentare una reale comunione con lui. Nel versetto 16 si parla di preghiera in relazione al
peccato. Sappiamo che il peccato di un credente (si noti il termine
usato di fratello allinizio del testo) provoca uninterruzione della comunione con
Dio che pu essere ripristinata con il pentimento e la confessione del peccato (Sl 32:3, 5),
ma non certo la perdita della salvezza. La morte di cui si parla dunque non la morte eterna, come la vita di cui si parla non
la vita eterna che il credente gi possiede, ma il ristabilimento della
comunione. Certamente la preghiera di un fratello della chiesa pu
avere un ruolo importante per sollevare qualcuno caduto nel peccato. Anzich giudicare o prendere le distanze sicuramente
opportuno e gradito a Dio portare il caso in preghiera perch il Signore
conceda il ravvedimento e il ristabilimento nella comunione con Dio. La seconda parte del versetto 16 parla anche di un
peccato che conduce a morte per il quale non bisogna pregare. Di quale peccato si tratta? Vorrei sottoporre la tua attenzione a due diverse
interpretazioni che, seppure non vicinissime, sono quelle che a mio parere
meglio si adattano al contesto. Una prima lettura vede nel peccato che conduce a morte non
il peccato imperdonabile di chi rifiuta la grazia di Dio, ma un atteggiamento
ostinato e impertinente che ha alla base la premeditazione verso una determinata azione
malvagia per cui il peccato non conduce a morte eterna ma a morte fisica, come
nel caso di Anania e Saffira (At 5:1, 12) o chi partecipa indegnamente alla mensa
del Signore (1Co 11:30). La preghiera di chi si ostina nel male senza ravvedersi
non pu avere esaudimento. Vi una seconda interpretazione, che personalmente mi sento
di sostenere, che si riferisce allApostasia, ossia il deliberato rifiuto
del Signore Ges e della sua opera dopo aver ricevuto una chiara testimonianza e fatta anche
professione di fede senza per aver mai ricevuto salvezza. La morte in questo caso eterna. I motivi per cui credo che questa lettura sia pi aderente
al contesto sono i seguenti: Il termine fratello usato nella prima parte del
versetto 16 per qualificare colui che commette un peccato che non conduce a
morte, non necessariamente deve essere trasferito anche nella seconda parte del
versetto ove sembra che Giovanni voglia introdurre un concetto diverso. Il fatto che si parli di un
peccato al
singolare e non di peccato o peccati in senso generico induce proprio a pensare al
peccato imperdonabile (Mr 3:29) e (Gv 16:8) e inoltre, sapendo che Giovanni
scrive la sua epistola contro le correnti gnostiche che tentavano di
infiltrarsi nella chiesa, del tutto verosimile che questi falsi maestri si
professassero credenti finendo per negare la divinit di Cristo e la sua opera
redentrice. chiaro che un credente ha la capacit di capire e
individuare chi ha voltato le spalle alla verit e abbracciato la menzogna e
non pu quindi sentirsi libero di pregare per quel peccato. Marco 4:11 Questo versetto e i due successivi non hanno bisogno di uninterpretazione
particolare perch sono chiarissimi. Effettivamente Ges parla in parabole affinch (citando
Isaia 6:9, 10) i suoi uditori non discernano non comprendano non si
convertano e non siano perdonati. Il problema non sta nel capire il senso di queste parole ma
piuttosto possiamo chiederci: perch Ges che ci ama e vuole che tutti gli
uomini siano salvati e vengano alla conoscenza della verit (1 Ti 2: 4) parla cos? Leggiamo nei vangeli che Ges us spesso il metodo
parabolico nel suo insegnamento. Le parabole di Ges, ispirandosi alla semplicit di vita
quotidiana, potevano trasmettere verit spirituali di grande bellezza e
profondit e di immediata comprensione. Il racconto parabolico si incide meglio nella memoria e
quindi pu essere conservato pi a lungo, pu essere oggetto di riflessione e
pu trovare applicazione in diverse circostanza della nostra vita. Lo scopo quello di far conoscere i misteri del regno
dei cieli (Mt
13:11) e di comunicare una conoscenza pi profonda ed ampia dei piani di Dio. I
discepoli che ascoltavano dovevano sentirsi inclusi e responsabili in quei
piani. Ci ricordiamo di come in due occasioni dopo aver narrato ai
discepoli una parabola, Ges si propose come interprete della stessa per
fornire una comprensione corretta. Voi dunque ascoltate cosa significhi la
parabola del seminatore (Mt 13:18) allo stesso modo su richiesta dei discepoli spieg la
parabola delle zizzanie (Mt 13:36). Avete capito queste cose? dir ancora ai discepoli dopo aver
narrato altre due parabole (Mt 13:51). Non vՏ dubbio per che linsegnamento parabolico contenga
anche il rovescio della medaglia ossia un elemento di giudizio. Ges fa differenza fra i discepoli che lo seguono e le folle
che dimostravano indifferenza o che lo seguivano con interessi diversi dallascolto
della Sua parola. A voi dato di conoscere i misteri del regno dei cieli,
ma a loro non dato
(Mt 13: 11 e Mr 4:5). La Parola di Dio non pu essere svenduta ad un ascoltatore
distratto e superficiale, perch essa preziosa e deve essere compresa (Mt 13:23), accolta (Mr 4:20) e ritenuta in un cuore
onesto e buono (Lu
8:15) e richiede obbedienza (Gm 1:22). La situazione spirituale del popolo ben descritta in
Matteo 13 ai versi 14-15. Vi era unincapacit di comprendere dovuta alla
durezza del loro cuore, allaver chiuso occhi e orecchi alla verit (Is 6:9,
11). La parola espressa in parabole costituiva per costoro un
ostacolo che li responsabilizzava ulteriormente davanti al Signore evidenziando
la loro superficialit. Nelle questioni spirituali, come ben ci ricorda Ges stesso,
non prevista la stasi: Attenti dunque a come ascoltate: perch a chi ha
sar dato e chi non ha anche quello che pensa di avere gli sar tolto (Lu 8: 18). Non cՏ quindi nulla dingiusto e arbitrario nellazione di
Dio, come potrebbe sembrare. Giorgio Biagini (Assemblea di Citt di Castello,
PG) |