Si sempre meravigliati e sorpresi davanti alla decisione di Dio Figlio di accettare la proposta di Dio Padre: svuotarsi esteriormente, per un tempo, della sua forma di Dio per prendere forma di uomo e di servo, con lobiettivo di donare in sacrificio per tutta lumanit il proprio corpo. Il mistero dellamore di Dio che costituisce la vera pazzia del Vangelo realt storica, che sollecita la nostra fede e la nostra riconoscenza.

 


I primi due versetti che desideriamo esaminare sono i vv. 6-8 del capitolo secondo della lettera dellapostolo Paolo ai Filippesi, nei quali vengono magistralmente delineati i tratti essenziali dellumilt e dellubbidienza di Ges Cristo, vissuta a partire dalla sua preesistenza fino alla sua morte cruenta sul­­la croce

Rileggiamoli ancora una volta:

 

(Cristo Ges) il quale, pur essendo in forma di Dio, non consider lessere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, ma svuot s stesso,prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini; trovato esteriormente come un uomo, umili s stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce

 

Il testo parla dellubbidienza di Ges nel passato, sotto due profili che ne rappresentano altrettanti stadi progressivi: il suo annichilimento e il suo abbassamento. Di essi tratteremo qui di seguito: evidenzieremo i singoli punti della progressione inversa trattata in questi versetti, e che va dalla perfetta gloria alla profonda umiliazione di Ges Cristo.

 

Per sommi capi, possiamo anticipare questi punti: il Signore non si aggrapp gelosamente al fatto di essere uguale a Dio, per natura ed essenza (v. 6), ma anzi svuot, annull ed annichil s stesso (v. 7a), prese forma di servo e divenne simile agli uomini (v. 7b), fino ad abbassarsi completamente e a farsi ubbidiente fino alla morte della croce (v. 8).

 

 

LO SVUOTAMENTO DI GES

 

Il primo stadio, nel processo dubbidienza di Ges nel passato, senzaltro quello dellannichilimento, narrato nei vv. 6-8a, in cui vengono esposti, succintamente e meravigliosamente, tre temi generali cari alla cristologia:

la preesistenza e la deit di Cristo,

la sua incarnazione,

la perdita della sua gloria nel progetto redentivo di Dio.

 

Esaminiamo, qui di seguito, le singole espressioni contenute in questi versetti, cercando di evidenziare i punti salienti dellesegesi del testo originale.

 

 

Essendo in forma di Dio

 

In pochissime parole lapostolo Paolo, ispirato dallo Spirito Santo, sintetizza splendidamente le verit fondamentali concernenti la preesistenza e la deit di Ges Cristo: egli esisteva ancor prima che il mondo fosse creato per il semplice motivo che egli non una creatura ma il Creatore e sin dallinizio era Dio per natura e per essenza intrinseca.

Molti altri brani del Nuovo Testamento confermano questi importantissimi assunti, relativi alla preesistenza e alla deit del Figlio eterno di Dio, e fra i tanti citiamo qui di seguito i principali, che si trovano in Gv 1:1-2; Gv 17:5; Cl 1:15; Eb 1:3; e 1 Gv 1:1-2:

 

Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio e la Parola era Dio; essa era nel principio con Dio

Ora, o Padre, glorificami presso di te della gloria che avevo presso di te prima che il mondo esistesse

(Ges Cristo) limmagine del Dio invisibileEgli prima di ogni cosa e tutte le cose sussistono in lui

(Ges Cristo) lo splendore della sua gloria

e limpronta della sua essenza

Quel che era dal principio, quel che abbiamo uditovi annunziamo la vita eterna che era presso il Padre e che ci fu manifestata.

 

Lesegesi dellespressione di Fl 2:6 al nostro esame deve iniziare dal gerundio essendo, che rende il senso del verbo esistere pi che del verbo essere.

significativo notare che nelloriginale il verbo greco si trova qui al tempo presente: ci indica, infatti, la continua condizione del Cristo: egli era Dio e lo ancora, per sua stessa essenza. Pu essere condivisa, allora, la traduzione della King James Version (KJV), che legge linciso con: essendo originariamente, a indicare che siamo di fronte ad una forte dichiarazione in merito alla preesistenza o allesistenza pre-temporale del Cristo.

 

Il vocabolo pi importante del nostro inciso di Fl 2:6, senzaltro individuabile nella parola forma, che regge il complemento di specificazione di Dio e che rivela in quale modo la persona di Ges Cristo sia associabile a quella di Dio stesso.

Il vocabolo forma, in particolare, traduce il sostantivo greco μορφή (= morf), che rende lidea generale della forma organica di un essere, nella quale si rinviene la sua essenza ovvero la sua natura permanente. In altre parole, questo termine denota la forma o la caratteristica speciale e tipica di una cosa o di una persona, la sua reale sostanza, che non devessere necessariamente visibile ma che senzaltro sussiste in essa fin dallinizio e ne componente inseparabile e indispensabile.

Nella letteratura greca e nelle opere extrabibliche prevale laccezione di μορφή con riferimento allapparenza esteriore, anche in rapporto alle visioni e alle apparizioni: in tal senso, peraltro, i LXX hanno tradotto il testo ebraico di Giobbe 4:16. Negli unici tre versetti del Nuovo Testamento in cui ricorre questa parola, invece, si alternano forme esteriori e transeunti (Mr 16:12) a caratteristiche intrinseche e permanenti (Fl 2:6, 7), in unapparente contrapposizione che viene ridimensionata dal fatto che il brano di Marco 16:12 (Ges apparve in altra forma a due di loro – versione Luzzi) parla, vero, dellesteriore forma umana di Ges, ma sempre in relazione ad un sembiante provvisorio e diverso da quello da lui avuto in vita, con riferimento, pertanto, a uno dei differenti e particolari modi in cui il Signore manifest s stesso allumanit.

La stessa parola, per altro, viene usata ancora nel successivo v. 7 di Filippesi 2, stavolta per rendere la forma di servo che Ges prese dopo essere diventato uomo. chiaro che qui lo Spirito Santo non si riferisce tanto ad una forma esteriore e visibile, quanto piuttosto ad un atteggiamento mentale, ad una disposizione interna dellanimo che scaturisce da una natura gi definitivamente acquisita e geneticamente inalterabile.

Una conferma di ci pu essere data dalluso biblico di altri due termini, composti e derivanti da μορφή, cio i verbi μορφοομαι (= morfomai) e μεταμορφοομαι (= metamorfomai). Il primo, in Galati 4:19, si riferisce a quel cambio di comportamento che scaturisce da una condizione spirituale interna trasformata; il secondo, in Matteo 17:2 parla del mutamento della forma visibile di Ges durante la trasfigurazione, mentre in Romani 12:2 e 2Corinzi 3:18 si applica alla trasformazione della struttura interna del credente, che si manifesta in modi esteriori visibili allocchio umano.

Daltro canto, nella nostra lingua italiana non si parla forse di metamorfosi per intendere un cambiamento nella struttura interna, prima che nella forma esterna, da parte di animali e di piante?

Il vocabolo greco μορφή (= forma), peraltro, in contrasto con laltro termine σχήμα (= schema), presente al v. 8 di Filippesi 2, dove viene descritto laspetto fisico esteriore del Cristo, che era perfettamente umano. Nel Nuovo Testamento, questulteriore vocabolo si riscontra ancora solo in 1Corinzi 7:31, dove sta scritto che la figura di questo mondo passa, con riferimento alle cose materiali e ai beni terreni, che per loro natura non sono eterni. Lo stesso termine σχήμα, daltronde, molto adoperato nella letteratura greca extrabiblica, ma esclusivamente nel senso di sembiante esteriore, di corpo umano, o pi in generale di temporanea configurazione che sia visibile ad occhio nudo.

 

Lespressione completa adoperata nel brano di Fl 2:6 morf the (= forma di Dio), frequente nella letteratura greca classica (es. Omero), dove ricorrono spesso ipotesi di di che prendono forma umana, bench ci fosse contestato da filosofi come Socrate e Platone. Nella Bibbia, invece, questespressione composta si trova solo nel nostro versetto, nel quale lo Spirito Santo vuole rendere la manifestazione esteriore del Cristo preesistente, la quale corrispondeva perfettamente alla sua natura divina: in mancanza di un termine migliore, viene qui adoperata la parola forma, allo scopo di rappresentare ci che esterno e transeunte, ma come espressione visibile di ci che interno e permanente.

 

In altre parole, in Fl 2:6 questa espressione della lingua greca sta a indicare che Ges Cristo era della stessa sostanza di Dio Padre sin dalla sua preesistenza, quando gi portava limmagine della divina maest.

Si tratta di una delle affermazioni pi importanti del Nuovo Testamento in merito alla deit di Cristo: qui si parla dellaspetto esteriore del Cristo preesistente, che corrispondeva perfettamente alla sua natura divina e che egli ha perduto con lincarnazione, al contrario della sua deit, che egli non poteva perdere in quanto era (ed !) a lui connaturata indefettibilmente.

 

 

non consider qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente

 

Ecco il primo stadio del processo che port il Cristo dalla gloria che godeva alla destra del Padre allumiliazione della croce. In questo primo stadio, possiamo immaginarlo alla presenza di Dio Padre, che vive la pienezza della deit e della gloria che gli appartiene ma, di fronte allopportunit di realizzare il piano redentivo dellintera umanit, Dio Figlio accetta di incarnarsi per rendersi ubbidiente al Padre, fino alle pi estreme conseguenze.

 

Il vocabolo-chiave di questinciso il sostantivo αραγμον (= arpagmn), presente solo qui in tutto il Nuovo Testamento: si tratta di un termine raro nel greco classico assente nelle traduzioni greche dellAntico Testamento. La Nuova Riveduta lo traduce: qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, mentre altri lo rendono rapina (Luzzi) oppure cosa da ritenere con avidit (Diodati). Tutte queste traduzioni sono possibili, ma il punto cruciale , piuttosto, comprendere che cosa significhi questespressione verbale nella sua intrinseca essenza.

Molte interpretazioni sono state proposte, ma quella che mi sembra pi vicina al cuore di Dio e al contesto del brano, vede il Cristo nella sua pre-esistenza che gi possedeva una perfetta uguaglianza con il Padre e si trovava nella posizione pi alta ed eccelsa che si possa immaginare, posizione dalla quale nessuno poteva spodestarlo. Il Cristo partecipava alla natura divina e avrebbe potuto legittimamente approfittare del suo stato di assoluto privilegio ma, invece di aggrapparsi gelosamente a tale posizione e a tale privilegio, invece di afferrare con avidit per s stesso la gloria e lessere Dio, vi rinunci e scelse lincarnazione e lumiliazione per essere poi dichiarato con potenza Signore e Figlio di Dio (cfr. Romani 1:4).

Di conseguenza, il Cristo non rinunci alla sua deit ma rinunci solo alla sua posizione ed alla forma esteriore della sua divinit: in vista della redenzione della sua creatura pi amata, egli scelse liberamente e volontariamente la via della sofferenza e dellubbidienza, come cammino di santit verso laffermazione incontrastata della sua signoria su tutte le cose.

Per chi dovesse preferire la traduzione rapina, sar certamente apprezzato il commento di quegli studiosi che interpretano questinciso attribuendo a rapina il significato secondo cui Dio Figlio non pens mai di essere colpevole di furto o di appropriazione indebita, quando condivideva la deit alla destra del Padre, e che, di conseguenza, vi rinunci volentieri al fine di raggiungere laltissimo obiettivo della redenzione dellintera umanit.

In tal senso, allora, si pu dire che il Cristo pre-incarnato non stava usurpando il diritto di nessun altro: egli poteva pretendere senzaltro di essere uguale a Dio perch lo era! Per qualunque essere umano, invece, una pretesa del genere sarebbe un derubare Dio in quanto ai Suoi specifici diritti, dal momento che egli stesso dice chiaramente: Io sono il Signore Io non dar la Mia gloria ad un altro! (Is 42:8).

 

 

lessere uguale a Dio

 

Anche questulteriore inciso conferma sinteticamente la preesistenza e la deit di Ges Cristo, dal momento che egli possedeva pienamente la condizione, la natura e lessenza di Dio stesso.

Il termine greco che noi traduciamo uguale significa uguale in quantit oppure in qualit.

Gi nella sua preesistenza, il Signore Ges Cristo sussisteva della stessa sostanza e natura di Dio Padre, ed era uguale a lui in tutti i sensi, dal momento che egli esisteva nella struttura essenziale e metafisica di Dio stesso.

Anche nella sua parentesi di vita terrena, daltronde, Ges afferm chiaramente di essere una cosa sola con Dio Padre (Gv 10:30) e per questo egli fu accusato di considerare s stesso come Dio (v. 33). In precedenza (5:18), il Cristo aveva anche chiamato Dio suo Padre, affermando cos indirettamente – secondo la sensibilit ebraica del tempo – di essere uguale a lui. In tal modo, il Cristo sgombrava il campo da ogni dubbio in merito alla sua natura divina, perfettamente e permanentemente tale, ma anche in relazione alla sua preesistenza rispetto al creato.

 

 

ma svuot s stesso

 

A questo punto entriamo nel vivo del secondo stadio del processo di umiliazione di Ges Cristo: a seguito della decisione di non trattenere per s la gloria, ed allo scopo di rendere possibile la redenzione dellumanit peccatrice, ecco la determinazione di Dio Figlio che decide volontariamente e concretamente di realizzare il grande salto e di passare dalla forma esteriore di Dio a quella di uomo, con tutto ci che tale salto poteva comportare.

In altre parole, siamo di fronte al risultato visibile, alleffettiva conseguenza della scelta, importantissima, gi effettuata al v. 6: non aggrapparsi gelosamente alle proprie prerogative divine, per il Cristo significava in qualche modo svuotarsene, senza comunque cessare di essere Dio eterno e senza rinunciare alla propria deit, che in ogni caso faceva parte integrante di S.

Ma come poteva accadere tutto ci?

Il verbo greco utilizzato nel nostro inciso nella Nuova Riveduta e nella Nuova Diodati tradotto con svuot, mentre altre versioni rendono annichil (Luzzi, Diodati) oppure spogli (Nuova Riveduta 1982). Questo verbo ha tre significati nel Nuovo Testamento: letteralmente significa svuotare, e in senso traslato fornisce lidea di rendere vano (cos in Ro 4:14 e in 1Co 1:17, 9:15) oppure anche di essere smentito (cos in 2Co 9:3).

Nel nostro brano prevale il primo significato, per cui stato affermato che, in questo caso, la traduzione annichil non sarebbe preferibile in quanto renderebbe proprio lidea di rendere vano, annullare pi che di svuotare. Il Cristo, in realt, non rese vana la sua deit e neppure lannull: fattosi uomo, piuttosto, egli rimase quale era per essenza, cio Dio, modificando soltanto le modalit di esistenza e di manifestazione della Sua deit.

Un ampio dibattito teologico si acceso, durante i secoli, intorno alla migliore interpretazione da dare alla kensis del Cristo. In questa sede non abbiamo la pretesa e neanche la volont di ripercorrere tale dibattito, ma ricordiamo solo che le evidenze scritturali, anche di Filippesi 2:7, non appoggiano n i teologi della teoria massimale, secondo cui il Cristo avrebbe rinunciato alla sua gloria solo in apparenza perch avrebbe invece conservato intatte tutte le qualit della deit, n gli studiosi che sposano la cosidetta teoria minimale, per la quale il Cristo incarnato avrebbe rinunciato completamente ai suoi attributi divini e, per un tempo, avrebbe abbandonato del tutto la sua gloria.

 

Dalla Scrittura, invece, deduciamo con chiarezza che Dio Figlio, con lincarnazione, continu a possedere tutti gli attributi divini, ma per trentatr anni fu limitata la sua gloria e vennero modificati lesercizio e la manifestazione delle sue capacit divine. In altre parole, Ges mise da parte e non rese visibili i suoi onori e il suo splendore ma, allo stesso tempo, non si svuot della sua deit, cedendo piuttosto al Padre, e volontariamente, il diritto di esercitarne i relativi attributi. Il Signore, cio, nella sua vita terrena manifest la propria potenza divina solo se e quando era il momento giusto per Dio Padre. Per fare solo un esempio: Ges era onnisciente e onnipotente (cfr. Gv 2:24-25; 5:19-21) non sempre manifest tale qualit o ne fece uso (cfr. Mr 11:13-14, 20; Gv 11:34), evidentemente perch ci non rientrava nella volont del Padre.

 

interessante notare che il testo non dice espressamente di che cosa il Cristo si spogli, ma solo che egli svuot s stesso: non vi sono complementi oggetto che chiariscano gli elementi concreti di tale svuotamento, n vengono definite in senso metafisico le specifiche limitazioni che visse il Cristo incarnato. Nei due gerundi che seguono nel testo, per, lo Spirito Santo fornisce una descrizione chiara e forte di che cosa signific latto di rinuncia del Figlio di Dio: Egli divenne uomo e servo, e in tal modo la Scrittura esprime in modo sintetico e scultoreo quello che fu lineffabile atto di abnegazione del Cristo (cfr. 2Co 8:9).

 

 

prendendo forma di servo

 

Questo il primo contenuto pratico della scelta di Cristo di svuotare s stesso: a seguito della trasformazione qualitativa realizzata con lincarnazione, il Figlio di Dio scelse anche di divenire un vero e proprio servo dellumanit (cfr. Mt 20:28), nella piena realizzazione delle profezie dellAntico Testamento concernenti il Servo dellEterno, noto anche come il Servo sofferente (es. Is 52:13-53:12).

Nella sua esistenza terrena, vissuta nella perfetta ubbidienza al Padre, Dio Figlio fu sublime esempio di ci che significa essere contemporaneamente servo di Dio e servo degli uomini. Questa coincidenza di status di servizio da intendersi in senso spirituale ed etico e va riferita alla condizione intrinseca dellanima, che visibile allesterno solo in parte e solo per mezzo di concrete scelte di vita. Non meraviglia, allora, che ritroviamo qui il termine morf il quale, come sappiamo, significa forma, nella specifica accezione di struttura interna di un essere vivente, la quale si manifesta anche allesterno nei comportamenti e negli atteggiamenti, ma ha a che fare soprattutto con il segreto dellanima.

Questa forma di servo in evidente contrasto con la forma di Dio del precedente v. 6: Dio Figlio si trov sulla terra in una situazione ontologica completamente diversa e del tutto inconciliabile con quella che viveva in precedenza nella gloria del Cielo... Dio che prende forma di uomo e addirittura di servo: questo lo scandalo del Vangelo, difficile da comprendere e da accettare per noi uomini, ma agli occhi di Dio esso identifica un perfetto atto di ubbidienza del Messia.

 

Laltra parola greca dlos, che traduciamo servo, non sottolinea tanto la posizione sociale di uno schiavo quanto piuttosto la sua dipendenza psicologica dal padrone. Questo termine si trova 122 volte nel Nuovo Testamento, in Filippesi anche in 1:1, e nel nostro versetto non significa in alcun modo schiavo quanto piuttosto servo perch sottolinea in modo particolare la sottomissione al Padre, vissuta da Dio Figlio incarnato in quei trentatr anni di vita terrena, ma anche lumanit di Ges Cristo in tutta la sua fragilit e finitezza (cfr. Ro 8:3; Eb 2:14).

Il Signore non ha posto limiti al suo abbassamento, che era assolutamente necessario per realizzare la missione divina della redenzione dellumanit. Entrando nella storia, Egli divenne un uomo e si abbass ancora di pi, perch nel suo intimo divenne un umile servitore di Dio e della stessa umanit, che Egli doveva riscattare dalla giusta condanna eterna.

 

Infine, il gerundio prendendo, non implica un cambio nella deit di Cristo quanto piuttosto unaggiunta nella sua struttura essenziale: Ges non poteva cessare di essere Dio ma allo stesso tempo per una parentesi di trentatr anni divenne uomo e, ancor pi, servitore di tutti. Egli non ricevette n onori n gloria, visse in povert assoluta e fece del bene a tutti, fino a dimostrare, anche visibilmente, il suo spirito di servizio, per esempio quando lav umilmente i piedi ai suoi stessi discepoli (Gv 13:5-17)28.

 

 

divenendo simile agli uomini; e trovato esteriormente come un uomo...

 

Eccoci, ora, dinanzi alla seconda conseguenza pratica della scelta del Cristo di svuotare s stesso: Ges nella sua incarnazione associ una natura di servitore ad una sembianza esterna di uomo, entrambe a lui del tutto sconosciute prima di allora.

Abbiamo preferito unificare le due espressioni verbali che intitolano questo paragrafo perch esse, seppure siano grammaticalmente distinte, esprimono il medesimo concetto, relativo alla visibilit dellincarnazione del Figlio di Dio.

 

La prima espressione (divenendo simile agli uomini) diretta conseguenza e chiarimento dello svuotamento del Cristo esposto nel v. 7: essa probabilmente conclude concettualmente questa parte del nostro brano, descrivendo anche ci che il Cristo incarnato era al cospetto di Dio.

 

Con la seconda espressione, invece, (trovato esteriormente come un uomo) forse si d inizio ad una nuova argomentazione e sicuramente si pone una cerniera con laffermazione precedente, rafforzandola e sottolineando loggettiva visibilit delle sembianze umane di Ges. Nella sua vita terrena, il Signore non fu solo simile agli uomini, ma fu proprio come uno di noi, almeno nelle sembianze esteriori, che chiunque poteva riconoscere come perfettamente umane.

Dal punto di vista esegetico, nella prima espressione verbale si pu innanzitutto notare il netto contrasto fra il gerundio divenendo ed il precedente gerundio essendo. In questultimo caso, infatti, si parlava dellimmutabile esistenza eterna del Cristo come Dio, mentre nel nostro vocabolo viene menzionato un provvisorio diventare ci che prima non si era, con particolare riferimento a quella forma esteriore che fu assunta da Dio Figlio nella sua breve esistenza terrena.

Degno di rilievo anche linciso che di norma viene tradotto simile ma che letteralmente sarebbe in similitudine oppure in apparenza.

 

Si tratta dello stesso vocabolo usato dallo Spirito Santo in Romani 1:23 e in Apocalisse 9:7 per rappresentare una somiglianza fisica in relazione a cose inanimate e ad animali, nonch in Romani 5:14, 6:5 e 8:3 per indicare unassimi-

latitela di tipo concettuale. In Romani 8:3, in particolare, questa similitudine viene riferita allo stesso Ges Cristo: egli era il Figlio di Dio venuto in carne, simile a carne di peccato, e ci conferma che il Signore, nella sua parentesi relativa allincarnazione, fu riconosciuto da tutti come un uomo, per il semplice motivo che ne aveva tutti i connotati fisici, anche se la sua persistente natura divina e la sua ubbidienza al Padre impedirono che egli peccasse e che, da questo punto di vista, si andasse oltre ad una mera rassomiglianza con il resto dellumanit.

 

Sotto un altro punto di vista, pu essere utile sottolineare che lo stesso termine usato dai LXX per tradurre la somiglianza iniziale delluomo con Dio, di cui leggiamo in Genesi 1:26. Ci potrebbe anche implicare che quella rassomiglianza, corrotta con il peccato, stata ristabilita da Dio stesso quando ha preso forma umana, ed valida ed efficace ancora oggi per tutti coloro che si fanno perdonare e rigenerare dal Signore Onnipotente.

 

Una buona illustrazione della similitudine temporanea fra Cristo e luomo pu essere data dalla novella Il principe e il povero di Mark Twain. Il figlio del re dInghilterra decise di cambiare per un tempo la sua posizione con quella di un ragazzo povero che fisicamente gli rassomigliava molto: in tal modo il principe speriment per qualche tempo che cosa significava la povert e la fame, e seppe farne tesoro una volta che divenne re egli stesso.

 

In modo parzialmente analogo, il Cristo, quando si fece uomo, assunse tutta lumanit possibile e rinunci alluso indipendente dei suoi attributi divini: quando fece miracoli o manifest in altro modo la sua gloria, Ges lo fece sempre sotto la direzione di Dio Padre e con la potenza di Dio Spirito (cfr. Lu 4:14; Gv 5:19; 8:28; 14:10).

Per quanto riguarda, poi, la seconda espressione verbale del nostro inciso, dal punto di vista esegetico il vocabolo pi interessante senzaltro il dativo singolare σχήματι (= schmati), tradotto esteriormente oppure nellesteriore, che rende lidea, a noi ben nota, di quella struttura esteriore della forma che pu essere intesa dai cinque sensi umani, ovvero di quellapparenza esterna che qualsiasi cosa o persona in possesso di una propria configurazione visibile pu avere, anche se solo in via temporanea.

 

Non si tratta, allora, di una completa identit tra il Figlio di Dio e qualsiasi creatura umana, quanto piuttosto di una mera rassomiglianza nelle sembianze esteriori.

Ges era Dio e possedeva anche una natura di vero servitore, ma esteriormente era del tutto come un qualsiasi altro uomo, specie per quanto riguarda le fattezze esteriori. Dio Figlio non venne sulla terra per regnare e non apparve in pompa magna come qualsiasi futuro re terreno: per sua iniziativa e volont, con il suo pieno consenso, il Cristo lasci la gloria e visse per un tempo in mezzo a noi senza alcun segno esteriore di distinzione.

Anche il Figlio di Dio, per esempio, fu sottoposto alle tentazioni come noi, per senza mai peccare (Eb 4:15); anchegli soffr (Eb 5:8) e pianse (Gv 11:35), ebbe fame (Mt 4:2) e sete (Gv 4:7) esattamente come ciascuno di noi.

 

Nella sua vita terrena, il Signore accett totalmente la condizione umana e la visse in pieno, tanto che oggi pu comprenderci in ogni nostro bisogno e in ogni nostra necessit, oltre a venirci in soccorso in ciascuno di essi.

 

Giuseppe Martelli

(Assemblea di Roma, Borgata Finocchio)