La scelta di diventare discepoli di Cristo deve essere seguita, e non soltanto per motivi di coerenza, da un cammino di vita nel quale i valori ed i principi di riferimento siano sempre quelli indicati dal Maestro che si deciso volontariamente e liberamente di seguire. Anche se talvolta difficile da vivere, per le incomprensioni della societ intorno a noi, questa scelta che ci porter ad essere uomini veramente liberi.

 


Introduzione

 

Il brano che ci accingiamo a studiare (2:11-17) costituisce una guida alletica sociale del pellegrino cristiano. Qui per cristiano (cfr. 4:16) intendo una persona che si pone come obiettivo di glorificare Dio, portando in alto il nome di Cristo, anche quando ci comporta il rischio della persecuzione. Ecco il brano in questione, che si divide in due parti e termina con un riassunto importante:

 

Carissimi, io vi esorto, come stranieri e pellegrini, ad astenervi dalle carnali concupiscenze che danno lassalto contro lanima, avendo una buona condotta fra i pagani, affinch laddove sparlano di voi, chiamandovi malfattori, osservino le vostre opere buone e diano gloria a Dio nel giorno in cui li visiter.

 

Siate sottomessi, per amore del Signore, a ogni umana istituzione: al re, come al sovrano; ai governatori, come mandati da lui per punire i malfattori e per dar lode a quelli che fanno il bene. Perch questa la volont di Dio: che, facendo il bene, turiate la bocca allignoranza degli uomini stolti. Fate questo come uomini liberi, che non si servono della libert come di un velo per coprire la malizia, ma come servi di Dio.

 

Onorate tutti. Amate i fratelli. Temete Dio. Onorate il re.

A questa guida generale seguono alcune istruzioni particolareggiate (2:18−3:7) di cui la prima riguarda una convenzione – la schiavit – che non trova riscontri nellordine civile italiano. Ma anche in questo caso troveremo (in un prossimo articolo) delle applicazioni alla nostra realt. Per il brano che occupa la nostra attenzione in questo studio ha valore universale, cos comՏ, per la durata del pellegrinaggio dei cristiani, ovunque si trovano a vivere, fino alla fine dellet presente.

 

 

Una scelta di vita (1Pietro 2:11-12)

 

capitato a me e a mia moglie di partecipare ai primi tempi entusiasmanti di una chiesa nata in un piccolo centro della Nuova Zelanda.

Il locale temporaneo usato per i loro incontri era piuttosto squallido ma questo fatto era pi che compensato dalla gioia di stare con le persone che vi si radunavano.

La testimonianza aveva avuto inizio in una zona rurale con una famiglia caratterizzata dalla gioia e dedita alle buone opere in modo spontaneo. Il fatto che erano buoni vicini, sempre disponibili quando qualcuno si trovava in difficolt oppure aveva bisogno di una mano daiuto, aveva aperto il cuore di altre famiglie al messaggio del vangelo. Cos, diverse famiglie che precedentemente non conoscevano Dio – i pagani di cui Pietro parla nel v. 12 – impararono a glorificare Dio a motivo di loro e, con il tempo, arrivarono anche loro a credere in colui che aveva cambiato la vita dei loro vicini.

Una simile testimonianza frutto di una scelta di vita.

 

da notare che Pietro non contempla una via di mezzo, ovvero la scelta di astenersi dalle carnali concupiscenze che guerreggiano contro lanima, che non ha seguito in una vita di buone opere che portano i pagani a glorificare Dio. Se la gente non ha modo di apprezzare la diversit dei pellegrini cristiani rispetto a loro, potr valutare negativamente le loro peculiarit culturali (la non partecipazione a lotterie, a feste patronali del paese e via discorrendo), ritenendoli malfattori, o per lo meno persone che creano problemi per la vita sociale.

 

Ecco perch lesortazione di Pietro duplice e richiede una vera e propria scelta di vita.

Da una parte il pellegrino cristiano chiamato ad astenersi dalla carnali concupiscenze, ovvero da tutti i desideri che risultano illeciti quando li si mette a confronto con la volont di Dio.

Dallaltra parte chiamato a dare espressione alla nuova vita che gli stata donata, facendo cose buone che i pagani possono osservare.

 

Per i primi lettori della 1 Pietro non si trattava di una scelta facile. Anzi, il clima in cui vivevano era uno di persecuzione (1:6-7; 3:14-17; 4:14-16). Daltra parte la formula suggerita da Pietro semplice e altamente efficace: mostratevi diversi e, quando siete costretti a soffrire per la giustizia, siate sempre pronti a dare spiegazioni del motivo del comportamento che tenete e della speranza che mantenete (3:14-15).

 

Oggi le carnali concupiscenze sono pi insidiose perch simili comportamenti sono protetti dalla legge della privacy. anche pi probabile oggi che la societ, al posto di perseguitare il pellegrino per la sua fede, rimanga indifferente di fronte alla sua diversit. Ma la formula indicata da Pietro conserva tutta la sua validit: condurre la vita in modo da dimostrarsi positivamente diversi da chi schiavo delle carnali concupiscenze per poi spiegare che tale diversit frutto della grazia di Dio.

 

 

Siate sottomessi facendo il bene (1 Pietro 2:13-16)

 

In questo brano Pietro spiega quale sia la volont di Dio riguardante il rapporto del pellegrino cristiano con le istituzioni umane.

Il concetto chiave, che definisce questo rapporto, sottomissione (v. 13). Non si tratta, per, di una sottomissione servile e neppure umiliante in quanto la motivazione non quella di accontentare gli uomini in autorit, bens lo si deve fare per il Signore (trad. lett.).

 

Nel momento in cui Pietro scrisse la sua lettera il rapporto dei destinatari con le autorit era problematico: infatti rischiavano di soffrire anche per aver fatto il bene e in quanto cristiani! (3:17; 4:15-16). Quindi era importante per loro sapere che il principale motivo per sottomettersi a ogni istituzione umana era quello di farlo per il Signore.

 

Quando Pietro d la sua direttiva di sottomettersi a ogni umana istituzione per il Signore, forse allude alla risposta che Ges diede ai farisei e agli erodiani quando essi tentarono di coglierlo in fallo nelle sue parole chiedendogli se era lecito o no per gli Ebrei pagare il tributo a Cesare. Dopo aver rivelato il fatto che loro gi stavano usando delle monete con leffige di Cesare (!) Ges aveva risposto:

Rendete dunque a Cesare quello che di Cesare, e a Dio quello che di Dio (Mt 22:21).

 

Per comprendere meglio listruzione di Pietro utile sapere che la parola greca ktisei, tradotta istituzione nel v. 13 del nostro brano, veniva usata per definire qualsiasi struttura di autorit messa in essere dagli uomini.

Purtroppo quando Pietro scrisse la sua lettera, lagire delle autorit non sempre rispettava il mandato di Dio, secondo il quale avrebbero dovuto punire i malfattori e dar lode a quelli che fanno il bene (v. 14; cfr. Ro 13:1-4).

 

Il v. 15 parla del valore pratico del fare del bene. Il profeta Geremia, nella sua lettera agli esuli in Babilonia aveva scritto:

 

Cercate il bene della citt dove vi ho fatti deportare, e pregate il SIGNORE per essa; poich dal bene di questa dipende il vostro bene (Gr 29:7).

 

Sia Daniele, che ha servito sotto due regimi, quello babilonese e quello medo-persiano, sia Mardocheo, che serv fedelmente il re persiano Assuero, sono vissuti secondo questo principio, a grande rischio delle loro vite.

Come questi fedeli servitori di Dio del passato, il pellegrino cristiano uno straniero su questa terra, ma chiamato a fare del bene (1P 2:11; cfr. Fl 3:20).

 

Il bene su cui Pietro si sofferma, prodotto dal pellegrino cristiano, il superamento dellignoranza di coloro che non conoscono Dio. Lo stesso apostolo era stato generoso verso i suoi compatrioti ebrei quando, nellidentificare il motivo per cui avevano rinnegato il Giusto, disse:

 

Ora, fratelli, io che lo faceste per ignoranza, come pure i vostri capi (At 3:13-17).

 

Nel nostro brano, invece, attribuisce lignoranza delluomo alla propria stoltezza che lo porta a chiamare il bene male e il male bene. Mentre lerrore commesso per ignoranza dai suoi compatrioti andava corretto con levidenza fornita dal miracolo fatto nel nome di Ges e dal discorso che Pietro rivolse alla sua nazione (At 3), nel caso dei pagani, Pietro afferma che la volont di Dio che i pellegrini turino la bocca allignoranza degli uomini stolti, tramite opere di bene.

Linput positivo della loro vita sar una testimonianza tale da smantellare i pregiudizi degli uomini ignoranti.

 

Secondo Pietro i pellegrini cristiani devono sottomettersi alle istituzioni non perch costretti a farlo bens come uomini liberi (v. 16).

Questa libert frutto della grazia di Dio e della conoscenza di non avere pi bisogno di nulla in quanto eredi della salvezza eterna.

 

Quindi il rapporto dei pellegrini cristiani con le istituzioni umane indiretto, il rapporto diretto con Dio. Cos tutto ci che fanno, anche quando si sottomettono ad altri uomini, lo fanno consapevoli di essere servi (gr. douloi, lett. schiavi) di Dio e non delle persone a cui Dio ha concesso unautorit limitata. Questo il modo giusto di vivere la propria libert in Cristo, e non come occasione di fare cose non buone.

Non a caso Pietro stesso, nella sua seconda lettera, si definisce prima servo (lett. schiavo) di Ges Cristo e poi apostolo (2P 1:1).

In altre parole latteggiamento di fondo quello dello schiavo che dipende dal padrone per ogni cosa e risponde al padrone per ogni cosa che fa. Anche Paolo ama definirsi schiavo di Cristo Ges (Ro 1:1; cfr. Fl 1:1; Tt 1:1) e cos anche Giacomo e Giuda, fratelli del Signore (Gc 1:1; Gd 1).

 

In qualit di servi di Dio, ubbidiamo alle autorit perch Ges vuole che lo facciamo, non perch costretti dalle autorit stesse a farlo. Per lo stesso motivo, quando le autorit ci ordinano a fare, oppure a non fare, qualcosa che contraddice gli ordini di Cristo stesso, la nostra sottomissione primaria alla sua Signoria determina la scelta di disattendere la pretesa dellistituzione umana.

Pietro stesso, insieme con Giovanni, ce nhanno dato lesempio dicendo ai membri del Sinedrio:

 

Giudicate voi se giusto, davanti a Dio, ubbidire a voi anzich a Dio. Quanto a noi, non possiamo non parlare delle cose che abbiamo viste e udite (At 4:19-20).

In seguito, a nome di tutti gli apostoli, Pietro disse agli stessi capi, in modo deciso:

Bisogna ubbidire a Dio anzich agli uomini (5:29, cfr. v. 34). 

 

 

Un motto (1Pietro 2:17)

 

I fondatori di un movimento per ragazzi (chiamato Boys Rallies), nato in Nuova Zelanda subito dopo la seconda guerra mondiale, adottarono questo versetto come il motto dei membri. Non ci stancavamo di recitarlo in coro, ogni volta che facevamo la sfilata, perch le parole sono piene di significato e costituiscono una bella sfida:

 

Onorate tutti. Amate i fratelli. Temete Dio. Onorate il re.

 

Questo motto stimolava noi ragazzi e riflettere sulletica che doveva caratterizzare le nostre vite.

Si tratta di uno dei versetti che maggiormente illustrano la grande capacit di sintesi di Pietro, evidente tanto nei suoi discorsi quanto nelle sue lettere.

Nonostante la sua brevit, il significato dei quattro imperativi che dovrebbero regolare il comportamento dei pellegrini molto chiaro.

 

Il primo imperativo richiede che i pellegrini cristiani onorino ogni essere umano, a prescindere dalla sua importanza sociale, provenienza, intelligenza, sesso o razza. La logica di questordine da ricercare nel fatto che ogni persona che discende da Adamo fatta a immagine e somiglianza di Dio e, in quanto tale, anche oggetto dellamore di Dio.

 

un invito a vedere ogni nostro consimile attraverso gli occhi di Dio.

Ubbidendo a questordine, il discepolo di Cristo introduce una rivoluzione nei rapporti umani e facilita la comunicazione del messaggio della grazia.

 

Il secondo imperativo richiede lesercizio dellamore agapē verso i fratelli. Si tratta di un tipo di amore che pronto a sacrificare i propri interessi per dare priorit agli altri. Pietro ha gi indicato nellesercizio di questo tipo di amore la strada maestra per giungere a un sincero amore fraterno [gr. philadelphian], in quanto lagapē abbatte tutti i pregiudizi e cos permette di trattare tutti coloro che Cristo ha accettato come autentici fratelli e sorelle (1P 1:22).

 

Sar sempre lamore agapē che spinger a mettere i doni ricevuti al servizio degli altri (4:10). Anche il bacio di saluto fra fratelli, comandato al termine della lettera (5:14), dovrebbe esprimere la stessa qualit di agapē. Sebbene tradotto amore fraterno nella NR, la parola nel testo greco agapē. Sar proprio lesercizio di questo tipo di amore sparso nei nostri cuori mediante lo Spirito Santo che ci stato dato (Ro 5:5), che convincer il mondo che siamo dei veri discepoli di Cristo (Gv 13:34-35).

 

Il terzo imperativo, Temete Dio, stabilisce un principio che dovrebbe caratterizzare tutta la nostra vita. Spesso negli Scritti Sacri dellAntico Testamento viene detto che Il timor del SIGNORE il principio della sapienza (Sl 111:10; Pr 1:7 e passim).

Uno dei proverbi elabora su questo tema in modo significativo:

CՏ grande sicurezza nel timore del Signore; egli sar un rifugio per i figli di chi lo teme (Pr 14:26).

 

Il timore del Signore non solo d sicurezza alla vita di chi lo teme; inoltre costituisce un rifugio protettivo anche per i figli di chi lo teme. Evidentemente non si tratta di avere paura di Dio ma bens di riconoscere la sua sovranit in tutte le nostre vie. Laffidabilit di Dio dipende dalle sue qualit.

Pi avanti nella sua lettera, Pietro esorta coloro che si trovano a dover soffrire come cristiani ad affidare le anime loro al fedele Creatore2 (4:19). La storia dimostra che laddove manca il timore di Dio ben presto viene a mancare anche il rispetto per il prossimo e la criminalit aumenta in modo esponenziale.

Dove, invece, luomo impara ad amare Dio e quindi a temerlo, impara pure ad amare il prossimo e quindi a onorarlo come vuole il primo dei quattro imperativi.

A questo proposito di chi bisogna temere, Ges disse nel suo discorso ai dodici:

Non temete coloro che uccidono il corpo, ma non possono uccidere lanima; temete piuttosto colui che pu far perire lanima e il corpo nella geenna (Mt 10:28).

Il quarto imperativo, Onorate il re, rimanda al tema dei vv. 13-16. Il termine re (gr. basilea) sta a indicare la massima autorit umana.

Nel momento in cui Pietro scrisse queste parole, la massima autorit nel mondo greco romano era Nerone, limperatore in carica.

In Italia un ruolo analogo diviso fra quello del primo ministro e quello del Presidente della Repubblica.

 

Come ai tempi degli apostoli, siamo chiamati a onorare il re a motivo dellumana istituzione che egli rappresenta. Cos anche quando la persona che occupa la posizione di re si dimostra indegno, come era il caso di Nerone, i pellegrini cristiani sono chiamati a onorarlo come parte della loro sottomissione a Dio.

 

In una democrazia come lItalia, noi cittadini abbiamo lopportunit di esprimere un nostro giudizio sulloperato del governo, normalmente ogni cinque anni.

Durante il corso della legislatura la volont di Dio che ci sottomettiamo a esso negli interessi dellordine e dellamministrazione della giustizia (vv. 13-15).

 

 

Per la riflessione personale o lo studio di gruppo

 

1. Quali sono oggi le principali carnali concupiscenze che danno lassalto contro lanima? Quali provvedimenti possono essere presi per assicurare che ce ne asteniamo?

 

2. Quali tipi di opere buone possiamo fare che altri, osservandole, trovano motivo per glorificare Dio?

 

3. Quale dei quattro imperativi del v. 17 determinante, permettendoci di ubbidire agli altri tre come uomini liberi?

 

Rinaldo Diprose

(Assemblea di Roma, Borgata Finocchio)