Nelle scelte pratiche: non cedere ad altri la priorità che spetta a Dio!

SEDOTTI DAGLI
IDOLI DOMESTICI (I)

Anche i credenti possono concedere, a volte, ampi spazi della loro mente a una varietà di idoli. Questi possono essere: la posizione sociale, il lavoro, l’automobile, la casa, il denaro, i figli, il coniuge, la televisione, il prestigio, la prestanza fisica… e molti altri ancora; ogni sfera della vita umana è vulnerabile. Dove porta tutto ciò? Quali conseguenze, per la persona e per la famiglia, ne derivano? Quali sono i segnali d’allarme che ci indicano se abbiamo degli idoli domestici?


L’idolo sottrae spazio a Dio

In senso generale, un idolo è tutto ciò che si pone come oggetto di adorazione, occupando il posto di Dio. Nella Bibbia, uno dei peccati più condannati – nonché uno dei più ricorrenti – è proprio l’idolatria.
La storia del popolo d’Israele ci mostra com’è facile scivolare in questo peccato e arrivare ad enfatizzare delle priorità che non sono conformi a quelle presentate dalla Scrittura.
Infatti, quando la centralità che spetta soltanto a Dio viene sostituita gradualmente da altri soggetti, si cade in una forma di idolatria. Pertanto, diviene un idolo tutto ciò che, nel nostro cuore, sottrae indebitamente dello “spazio” al Signore. Questo spazio include, tra le altre cose, anche: tempo, risorse, energie mentali, denaro, desideri, ecc…

Lo spazio che nel nostro cuore riserviamo a Dio, influenza direttamente tutti gli aspetti della nostra vita: più ameremo il Signore e saremo sottomessi a lui e alla sua Parola, più saremo, allora, equilibrati nelle nostre priorità, nelle nostre scelte e nella nostra condotta.
“Cercate prima il regno e la giustizia di Dio, e tutte queste cose vi saranno date in più” (Mt 6:33).

La posizione centrale e totalizzante di Dio nella vita del credente è ben sottolineata da un passo che troviamo nell’Antico Testamento, ma che è stato ripreso e citato da Gesù, che evidenzia come il credente sia chiamato ad amare Dio al di sopra di tutto e di tutti e con tutta l’intensità possibile:

“Ama dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima tua, con tutta la mente tua, e con tutta la forza tua”
(Mr 12:30).

In caso contrario, il criterio per stabilire la nostra scala delle priorità sarà soltanto il nostro “Io”, malato di egoismo e di orgoglio. Oltre a ciò, saremo sottoposti anche alla fluttuazione e all’instabilità delle nostre emozioni, che renderanno difficile lo sviluppo di un solido “carattere cristiano”.
L’apostolo Paolo affermò: “Io non mi lascerò dominare da nulla” (1Co 6:12), intendendo, in quel modo, che nulla avrebbe potuto distoglierlo dal mantenere i suoi pensieri costantemente orientati su Cristo, in modo che il suo carattere si potesse uniformare a quello del Maestro.
Quindi, qualunque elemento che rubi dello spazio a Dio, declassandone la centralità su un gradino più basso delle priorità, è come se scavalcasse Dio stesso e, perciò, è da considerarsi un idolo.

È chiaro che non bisogna estremizzare il concetto, scadendo – dalla parte opposta – in varie forme di “manie religiose” o di fanatismi dell’integralismo legalista, cioè arrivare a sviluppare atteggiamenti e pensieri maniacali e morbosi verso gli aspetti religiosi, che nulla hanno a che fare con un sano e costruttivo rapporto con la Scrittura.
Questa, infatti, comanda al credente di mettere Dio al primo posto nel suo cuore, ma nello stesso tempo gli fornisce gli strumenti per migliorarsi come persona e per crescere in una sana relazione spirituale con il Signore e con il prossimo.
Pertanto, il credente potrà maturare con l’equilibrio che gli deriva da un saggio e sistematico studio della Bibbia, per comprendere bene “cosa sia gradito al Signore” (Ef 5:10) e per sperimentare un anticipo della gloriosa libertà dei figli di Dio (cfr. Ro 8:21). Dio, infatti, ci guida e ci ammaestra, mentre un idolo ci distrae e ci confonde.


L’idolatria nella mente

La mente è la parte più delicata dell’essere umano. Da essa partono le direttive per i pensieri, per i desideri, per gli obiettivi e per le azioni. La mente è l’unità centrale della nostra personalità e, nella Bibbia, essa è anche chiamata “cuore”.
Il credente viene esortato a custodire “il cuore più di ogni altra cosa, poiché da esso provengono le sorgenti della vita” (Pr 4:23).
Nel Nuovo Testamento, l’apostolo Paolo espresse un profondo timore:
“Temo che, come il serpente sedusse Eva con la sua astuzia, così le vostre menti vengano corrotte e sviate dalla semplicità e dalla purezza nei riguardi di Cristo” (2Co 11:3).
Con quelle parole, egli voleva mettere in guardia i credenti sul rischio di venire confusi nella mente, attraverso priorità, pensieri, valori e modelli che contrastano con quelli della Parola di Dio.
Paolo sottolineò anche l’aspetto legato all’astuzia che caratterizza le varie seduzioni. Queste, infatti, possono presentarsi in una veste attraente e, in apparenza, anche legittima, penetrando in modo lento e graduale nel nostro cuore, fino a farci perdere di vista l’orizzonte della santificazione. La santificazione deve fare piazza pulita di ogni retaggio del nostro vecchio uomo, in modo che possiamo crescere “fino all’altezza della perfetta statura di Cristo” (Ef 4:13).
La Parola, infatti, ci esorta continuamente a non comportarci più “come si comportano i pagani nella vanità dei loro pensieri” (Ef 4:17). Sono, infatti, i nostri pensieri che generano le motivazioni per il nostro comportamento. Non a caso, la Scrittura ci ordina di fare “prigioniero ogni pensiero fino a renderlo ubbidiente a Cristo” (2Co 10:5); ciò significa – lo ripeto – sottomettere i nostri pensieri alla scala delle priorità presentata dalla Bibbia. Questa scala costituisce uno stampo al quale il credente si deve uniformare, per realizzare la volontà di Dio, in quanto nuova creatura in Cristo.

La mancata adesione della nostra mente agli aspetti etici, morali e spirituali della Scrittura, provoca una pericolosa destabilizzazione verso princìpi caratterizzati dal peccato, sostenuti dall’inguaribile egocentrismo dell’essere umano (anche del credente, purtroppo!).
In questo modo, nella mente possono consolidarsi valori, pensieri, modelli e schemi mentali che si sovrappongono a quelli della Parola e ne svalorizzano l’importanza. In seguito, elementi e desideri che gratificano il nostro “Io” si prendono sempre più spazio e, a questo punto, è estremamente facile scivolare in una qualche forma di idolatria mentale. Questa si manifesta quando i nostri pensieri, le nostre priorità e i nostri desideri si sostituiscono a quelli di Dio, diventando anche più importanti della nostra relazione con lui.


L’idolatria nella condotta

Una volta che nella mente hanno messo radici forme idolatriche personali (più o meno evidenti e differenziate, perché ogni individuo è attratto da qualcosa di specifico) e poiché dalla mente provengono le direttive per la nostra condotta, ecco che dai pensieri si passa alle azioni. Infatti, ciò che noi pensiamo e coltiviamo nel nostro cuore, lo manifestiamo nel comportamento, come un frutto che permette di riconoscere l’albero.
“Perché è dal di dentro, dal cuore degli uomini, che escono cattivi pensieri, fornicazioni, furti, omicidi, adultèri, cupidigie, malvagità, frode, lascivia, sguardo maligno, calunnia, superbia, stoltezza” (Mr 7:21-22).
Tutto ciò non ha niente a che vedere con la passione per qualcosa, con gli interessi di una persona, con gli hobbies, con gli obiettivi personali, fino a quando questi non diventino – prima di tutto nel cuore e poi nelle azioni – più importanti di Dio. Ognuno può essere appassionato di uno specifico sport, provare interesse per i viaggi, per la musica, per la pittura o per tante altre cose; tali passioni non sono negative, se rimangono armoniosamente inquadrate nel contesto di una buona relazione spirituale con il Signore, nella quale questi mantenga sempre il primo posto.
“Qualunque cosa facciate, in parole o in opere, fate ogni cosa nel nome del Signore Gesù ringraziando Dio Padre per mezzo di lui” (Cl 3:17).
“Sia dunque che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualche altra cosa, fate tutto alla gloria di Dio. Non date motivo di scandalo né ai Giudei, né ai Greci, né alla chiesa di Dio” (1Co 10:31-32).
La negatività di un pensiero o di un’azione la si può riscontrare quando tale pensiero o tale azione arrivano a pregiudicare e a sconvolgere la scala dei valori biblici per l’individuo. In quel caso, si rischia di alimentare una tendenza idolatrica che vuole spodestare il Signore dal luogo centrale che egli deve avere nel cuore di ogni credente.
Uno degli aspetti più significativi dell’idolatria nella condotta lo troviamo nelle relazioni interpersonali.
La condotta, infatti, prevede delle azioni che vengono compiute; tali azioni si manifestano nella vita quotidiana a contatto con gli altri e, poiché “dall’abbondanza del cuore parla la bocca” (Lu 6:45), i nostri gesti e i nostri modi di comportarci e di relazionarci agli altri, saranno influenzati da ciò che abbiamo nel cuore.
In altre parole, la nostra condotta sarà condizionata dalle priorità della nostra mente.
Se Dio e la sua Parola occupano il primo posto, allora anche il nostro comportamento rispecchierà le indicazioni e i princìpi che la Scrittura ci fornisce (ad esempio, nei rapporti con gli altri saremo in grado di manifestare: amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo, come specificato in Galati 5:22).
Se, invece, il nostro “Io” occupa il posto che spetta a Dio, allora diventerà un idolo che fornirà le direttive per una condotta egocentrica, arrogante, superba e presuntuosa. E così via, per qualunque tipo di idolo che può sviare il nostro cuore.
Nel prossimo articolo prenderemo in esame i pericoli e le conseguenze che le varie forme di idolatria (più o meno marcata e più o meno evidente) hanno nelle quattro sfere principali che costituiscono la vita del credente: la sfera personale, la sfera familiare, la sfera ecclesiale e la sfera sociale.

(1. continua)

Marco Distort
(Assemblea di Arezzo)