Appunti di un viaggio in Israele

LA CROCE, I NOMI,
I GIUDEI MESSIANICI

Ci sono alcune realtà importanti che è necessario conoscere per avvicinare un ebreo all’Evangelo senza offenderne la suscettibilità e rispettandone l’identità. L’uso della croce come segno, il valore dei nomi e l’identificazione di tutto il popolo con il patto di Dio con Abramo sono sicuramente le principali fra queste realtà.


Premessa

Anche quest’anno un gruppo di credenti da diverse chiese d’Italia, è salito a Gerusalemme per adorare il Signore alla festa delle Capanne, come prescritto in Zaccaria 14:16, e il 2 ottobre 2007 ha partecipato alla marcia delle nazioni a Gerusalemme.
Essendo per me e mia moglie già il terzo viaggio in Israele, era un po’ attenuata l’emozione della prima volta, anche se posare i piedi sul monte del tempio, dove l’Eterno ha messo il suo nome (1Re 11:36), e dove ha promesso che vivrà per sempre in mezzo ai figli di Israele, fa sempre un certo effetto!
Così la nostra attenzione è stata focalizzata più sulle “pietre viventi” che sulle pietre dei monumenti, cioè sugli incontri con i fratelli messianici, molti dei quali sono ormai delle “vecchie” conoscenze e con i quali stiamo consolidando una fraterna amicizia.
Primo fra tutti Victor Smadja, che serve il Signore a Gerusalemme dal 1956, dopo aver frequentato la scuola biblica “Emmaus” in Svizzera, diffondendo materiale evangelico per mezzo della società messianica Keren Ahvah Meshihit; questa diffonde 500.000 pubblicazioni all’anno in ebraico e in russo, principalmente Nuovi Testamenti, con un’attenzione particolare per i giovani delle forze armate e organizza cinque Campi all’anno con 60 ragazzi dai 7 ai 18 anni. I frutti di questo lavoro sono tangibili perché possiamo vedere oggi la terza generazione di credenti in Israele!
Il fratello Victor ci ha detto anche che, dopo cinque anni difficili, hanno ricominciato oggi a stampare letteratura in arabo, per l’evangelizzazione dei musulmani, tenendo presente che le comunità arabe sono sottoposte a forte pressione, e che le riunioni devono cambiare sede ogni settimana per motivi di sicurezza.
Abbiamo incontrato nuovamente Aviel Schneider, direttore della rivista messianica “Israel Today”, Avner Boskey di Be’er Sheva, Aaron Hornkohl, con la moglie Anna Zoni dell’assemblea di Piacenza via Madoli e i rappresentanti dell’organizzazione Shevet Achim, che si occupa di bambini cardiopatici. (vedi “IL CRISTIANO” n. 6/giugno 2005, pagg. 288-289).
Abbiamo inoltre conosciuto nuove “pietre viventi” come Jacques Elbaz, che ci ha raccontato la sua conversione da una famiglia ebrea ortodossa in Francia (suo nonno era un rabbino, come pure suo cugino). Nel 1998 si è trasferito a Gerusalemme ed ha fondato una scuola biblica per i paesi di lingua francese. La sede è nel quartiere musulmano, appena fuori della porta di Damasco, e condivide una palazzina con quattro famiglie musulmane. Le difficoltà, le minacce e i gesti di intolleranza non mancano, sia da parte di ebrei ultra-ortodossi che da parte di musulmani, ma questi fratelli vanno avanti per la fede nel Signore Gesù.


La marcia delle nazioni

Come già detto, uno dei motivi più importanti per andare a Gerusalemme in occasione della festa delle Capanne è la marcia delle nazioni, per anticipare idealmente i tempi profetizzati da Zaccaria e per riconoscere il signore Gesù come il Messia di Israele, quel Messia che essi, (gli abitanti di Gerusalemme e i loro capi,) non hanno riconosciuto la prima volta, ma che riconosceranno quando Dio toglierà loro il velo.

“Poiché gli abitanti di Gerusalemme e i loro capi, avendo disconosciuto questo Gesù e le dichiarazioni de’ profeti che si leggono ogni sabato, le adempirono, condannandolo” (At 13:27).

Lo scopo della marcia era dunque testimoniare il nostro amore per Israele nel nome del Messia, Gesù di Nazareth.
Abbiamo marciato per le vie di Gerusalemme insieme ai fratelli chiamati a raccolta dall’organizzazione internazionale “Christian Embassy”. Questa organizzazione evangelica opera da ormai più di 25 anni a Gerusalemme per testimoniare che noi evangelici crediamo che Gerusalemme sarà in futuro la capitale del mondo intero, dopo il ritorno del Messia, e ciò nonostante il fatto che oggi nessun paese (USA inclusi) riconosca Gerusalemme come capitale dello stato ebraico; infatti tutte le ambasciate si trovano a Tel Aviv.
Abbiamo sfilato indossando delle magliette che riportavano il versetto di Ruth 1:16 “…il tuo popolo sarà il mio popolo, e il tuo Dio sarà il mio Dio” e ciò per affermare che noi, gentili per nascita, come Ruth riconosciamo il Dio di Israele, cercando così di provocare a gelosia il popolo di Dio, secondo quanto ci insegna Paolo:
“Ora io dico: sono forse inciampati perché cadessero? No di certo! Ma a causa della loro caduta la salvezza è giunta agli stranieri per provocare la loro gelosia.
Ora, se la loro caduta è una ricchezza per il mondo e la loro diminuzione è una ricchezza per gli stranieri, quanto più lo sarà la loro piena partecipazione!
Parlo a voi, stranieri; in quanto sono apostolo degli stranieri faccio onore al mio ministero, sperando in qualche maniera di provocare la gelosia di quelli del mio sangue, e di salvarne alcuni”
(Rom 11:11-14).

In cambio abbiamo ricevuto testimonianze di amore da parte della numerosissima popolazione intervenuta, nonostante il divieto del rabbinato capo di Gerusalemme, che aveva vietato di fraternizzare con i cristiani, per timore di esporsi al contagio dell’Evangelo.


La provocazione

Purtroppo tre cristiani americani hanno interpretato male il termine “provocare” di Paolo, presentandosi alla marcia con una croce di legno a grandezza naturale. Sono stati fermati dalla polizia ed è nata una colluttazione: essi infatti non volevano consegnare la croce, affermando di non aver infranto alcuna legge, e che si trattava di un oggetto personale. Probabilmente dal punto di vista strettamente legale erano nel giusto, ma non si trattava tanto di aver infranto una legge, quanto di una mancanza di sensibilità: la croce per gli Ebrei, da quasi duemila anni, non è altro che simbolo di morte e persecuzione! Da parte dei Romani prima, e di una chiesa sedicente cristiana poi, che nel nome della nefasta teologia della sostituzione ha perseguitato il popolo di Dio, istituendo la “santa Inquisizione”, i pogrom, ecc…fino ad arrivare alla Shoah, perpetrata dai nazisti con il tacito avallo delle gerarchie ecclesiali.
Tutti questi persecutori agivano spesso nel nome di Cristo, brandendo la croce in mano, ed è logico aspettarsi che gli Ebrei di oggi non gradiscano il segno della croce.
Alla luce di questa considerazione ho guardato con occhi nuovi al panorama offerto dalla città del gran Re!
Oggi da qualunque parte si osservi il panorama di Gerusalemme si può notare una selva di mezzelune dei minareti e una selva di croci che sormontano le chiese delle varie confessioni cristiane.
Al mio occhio di cristiano le mezzelune risultano spiritualmente “indigeste” ed offensive, ma agli occhi degli Ebrei devono risultare tali anche le croci delle chiese cattoliche, ortodosse e protestanti.


La croce, scandalo per il giudeo

“Quanto a me, fratelli, s’io predico ancora la circoncisione, perché sono ancora perseguitato? Lo scandalo della croce sarebbe allora tolto via”
(Ga 5:11).

Perché Paolo parla di scandalo? Secondo l’Antico Testamento l’appeso al legno era maledetto, cioè veramente la croce era una morte infamante!

“Quando uno avrà commesso un delitto passibile di morte, e viene messo a morte, lo appenderai a un albero.
Il suo cadavere non rimarrà tutta la notte sull’albero, ma lo seppellirai senza indugio lo stesso giorno, perché il cadavere appeso è maledetto da Dio, e tu non contaminerai la terra che il SIGNORE, il tuo Dio, ti dà come eredità”
(De 21:22-23).

Naturalmente è chiaro che, per noi credenti nel Nuovo Patto, la croce ha un significato spirituale speciale: Gesù ha portato su quel legno tutti i nostri peccati, ed in virtù del sacrificio consumato sulla croce noi siamo stati salvati. Egli ha preso su di sé la maledizione di Dio!
Ebbene questo significato spirituale della croce non va assolutamente confuso con la venerazione dell’oggetto materiale in sé!
Solitamente noi evangelici (non tutti però) non usiamo il simbolo della croce per due motivi.
1) Ecco il primo motivo, un motivo squisitamente biblico; il secondo comandamento sancisce infatti:

“Non farti scultura, né immagine alcuna delle cose che sono lassù nel cielo o quaggiù sulla terra o nelle acque sotto la terra.
Non ti prostrare davanti a loro e non li servire, perché io, il SIGNORE, il tuo Dio, sono un Dio geloso; punisco l’iniquità dei padri sui figli fino alla terza e alla quarta generazione di quelli che mi odiano...”
(Es 20:4-5).

Infatti il Signore nella sua sapienza sa bene che l’uomo è capace di adorare la creatura invece del Creatore, ed anche di trasformare un simbolo in un idolo. Il simbolo della croce per noi ha un alto significato morale, perché “siamo stati crocifissi con Cristo”, ma l’uso della croce come oggetto di culto può portare a gravi deviazioni.
Pensiamo per esempio alle processioni tanto care alle tante tradizioni ancora vive in tanti paesi italiani: la croce, (o la statua) portata in processione deve essere oltremodo pesante, perché è un mezzo per affermare l’ego di chi la trasporta… ciò veramente significa servire l’idolo!

2) Il secondo è invece un motivo storico-politico.
Infatti fu l’imperatore Costantino, dopo il famoso sogno in cui gli apparve la croce, ad adottarla come simbolo della nascente religione di stato, atto che sanciva la definitiva deviazione dalla via della primitiva Chiesa giudaico-cristiana. Da allora tutto il culto è stato inframmezzato di usanze, date e simboli pagani (come il 25 dicembre, festa pagana del solstizio di inverno, ovvero Dies Natalis Solis Invicti, giorno della nascita del Sole invincibile, adottata come genetliaco di Gesù, tanto per fare un esempio).

Ebbene oggi oltre a questi due motivi, per altro già più che sufficienti, vorrei suggerire di aggiungerne un terzo: noi non useremo il simbolo della croce per non offendere la memoria di tanti Ebrei che sotto quel simbolo hanno trovato la morte per mano di se-dicenti cristiani.
Noi infatti non vogliamo urtare la suscettibilità dei nostri fratelli maggiori, i Giudei.
Perché?
Se vogliamo obbedire alla Parola di Dio, dobbiamo provocarli a gelosia; e questo può avvenire solo manifestando loro l’amore che lo Spirito Santo ha messo nei nostri cuori, allo scopo di condurli a riconoscere il Messia!

Raccomandazione:
Non vogliamo costruire un dogma sull’uso del simbolo della croce, e non contenderemo stoltamente se qualche fratello o sorella porta una croce al collo: è una questione di sensibilità, non di divieto! Ci limiteremo a spiegare le ragioni cercando sempre di mettere al primo posto l’amore fraterno.


I nomi hanno la loro importanza:

Perché noi cristiani andiamo a Gerusalemme? Abbiamo detto: “per riconoscere il Signore Gesù come il Messia di Israele e per provocare a gelosia il popolo di Dio”, che lo riconoscerà, quando Dio toglierà loro il velo.
Alcuni di loro hanno già avuto questa grazia dal Signore, ed è con loro che abbiamo un rapporto privilegiato, come con dei fratelli due volte: sono i nostri fratelli maggiori, i primogeniti, in quanto Giudei, e sono nostri fratelli in Cristo.
Essi preferiscono chiamarsi Messianici e non cristiani, per evidenziare che hanno già riconosciuto il Messia, anche se etimologicamente le due parole sono equivalenti, in quanto Christos = unto nella lingua greca è l’equivalente dell’ebraico Mashiac = unto.
Inoltre il nome di cristiano fu usato per la prima volta dai Greci di Antiochia

“E avvenne che per lo spazio d’un anno intero parteciparono alle raunanze della chiesa, ed ammaestrarono un gran popolo; e fu in Antiochia che per la prima volta i discepoli furon chiamati Cristiani” (At 11:26).

Precedentemente i discepoli e coloro che si convertivano venivano chiamati “Nazareni”, cioè i seguaci di Gesù, il Nazareno.

“Abbiamo dunque trovato che quest’uomo è una peste, che fomenta rivolte fra tutti i Giudei del mondo, ed è capo della setta dei Nazareni” (At 24:5).

Bene, in questo viaggio ho imparato che ancora oggi in ebraico i giudei ci chiamano “Notzrim”, cioè nazareni, e possiamo ben dire di esserne felici.
Infatti “Netzar” in ebraico significa germoglio, ramoscello.
Da cui deriva il nome di Nazareth (che potremmo tradurre come “il posto del germoglio”).
Quale germoglio?

“Poi un ramoscello uscirà dal tronco d’Isai, e un germoglio spunterà dalle sue radici” (Is 11:1).

Non è la città ad aver dato il nome a Gesù, ma al contrario, la città ha profeticamente preso il nome da lui, perché sarebbe diventata la casa dei suoi genitori terreni!

Noi siamo quelli che credono in colui che viene dalla città del germoglio, secondo le profezie! Le loro profezie!
La Bibbia è il loro libro, i profeti sono i loro profeti, il Messia è il loro Messia, come possono non essere presi da gelosia?


Usanze e tradizioni

I fratelli messianici conservano usi del loro popolo: essi vogliono affermare che prima di tutto sono Giudei, i quali hanno riconosciuto Gesù, ma:

1. Rispettano il sabato: questo per non porsi fuori dalla società ebraica, che oggi si ferma dal tramonto del venerdì al tramonto del sabato. Il giorno ebraico infatti inizia al tramonto, (Genesi 1:5 “…così fu sera, poi fu mattina, il primo giorno”).
2. Circoncidono i figli: non so se tutti lo facciano, ma certamente alcuni lo fanno, come segno del patto di Abramo per il popolo di Dio: il concilio di Gerusalemme (At 15) stabilì che non era necessario circoncidere i Gentili, ma la circoncisione degli Ebrei non è mai stata messa in discussione (non come necessità per la salvezza, ma come segno visibile del patto tra Dio e Abramo)

3. Non mangiano cibi impuri: certamente Gesù ha detto che ogni cibo è puro, (Mr 7:19), ma a questo proposito ricordiamo quello che dice Paolo:

“Accogliete colui che è debole nella fede, ma non per sentenziare sui suoi scrupoli.
Uno crede di poter mangiare di tutto, mentre l’altro che è debole, mangia legumi.
Colui che mangia di tutto non disprezzi colui che non mangia di tutto; e colui che non mangia di tutto non giudichi colui che mangia di tutto, perché Dio lo ha accolto”
(Ro 14:1-3).

Ed anche:

“Perciò, se un cibo scandalizza mio fratello, non mangerò mai più carne, per non scandalizzare mio fratello” (1Co 8:13).
Possiamo concludere che certamente quegli Ebrei, che hanno riconosciuto Yeshùa Ha Mashiac (Gesù Cristo), sanno che questi riti non sono utili ai fini della salvezza, ma ai fini dell’evangelizzazione sì: negare la loro identità ebraica sarebbe porsi dalla parte di chi per tanti anni ha inflitto solo persecuzioni al loro popolo. Invece in questo modo essi fanno un importante lavoro di evangelizzazione dall’interno.

I Messianici non chiedono a noi Gentili di rispettare le tradizioni dei Giudei ma, per non turbare i loro fratelli, come insegnato da Paolo, e per camminare con loro secondo amore, essi desiderano riaffermare la loro ebraicità.
Essi sono dei missionari speciali, perché mandati oggi da Dio ad un popolo dal collo duro, così come i profeti dell’Antico Testamento.
A noi il compito di sostenerli in preghiera!

Claudio Groppi
(Assemblea di Modena, via Venturi)