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amen
     


      Da bambino, amicizie di scuola e conoscenze familiari mi permettevano di vivere almeno tre volte ogni anno la festa della battitura del grano, condividendo l’eccitazione che caratterizzava queste giornate, ovviamente con le emozioni tipiche della mia età. Non ero cioè minimamente coinvolto dalle preoccupazioni del contadino (“Quanto grano mi darà la battitura? mi basterà per tirare avanti un altro anno?”), ma soltanto dagli aspetti giocosi della festa. Due in particolare: i tuffi sulla paglia che cadeva dall’alto di una lunga scala e con cui mani esperte costruivano il tipico pagliaio toscano e, soprattutto, il momento del pranzo. E proprio al pranzo è legato un ricordo per me ancora vivo e simpatico. Una volta accadde infatti che, prima di iniziare a mangiare, una persona presente (il compianto fratello Artini) propose di ringraziare il Signore con una preghiera. Al suo “Amen!” finale, dal fondo della tavolata si levò, un po’ stizzita ma decisa, la voce di una vecchia contadina che, in buon dialetto anghiarese, disse: “Io dico «Cusì sia!»”. Era evidente il suo desiderio di distinguere la sua identità religiosa, opponendo il cattolico “Così sia” a quell’Amen, “evangelico e protestante”. Oggi sorrido a quel ricordo. Ma allora l’episodio mi rese curioso di conoscere i motivi di quella distinzione. Scoprii così che la distinzione non era nel significato delle due espressioni (“Amen”, come tutti sanno, è l’equivalente ebraico di “Così è” o “Così sia”) quanto, piuttosto, nel loro uso. Cioè, se i cattolici si fossero messi a dire “Amen” e gli evangelici a dire “Così sia”, non sarebbe assolutamente cambiato nulla. A differenziare il loro modo di pregare non era, e non è, infatti la “formula” conclusiva, ma la sostanza stessa della preghiera. Purtroppo nel mondo cattolico, invece che vivere la libertà di esprimersi donata e “pilotata” dallo Spirito Santo (Ro 8:26), si continua a privilegiare, a senso unico e senza alternative, una preghiera preconfezionata da altri: rigida, formale, recitata e, quindi, privata di qualsiasi espressione spontanea e personale. Chi ascolta questo tipo di preghiera pronuncia un “Così sia” puramente rituale. Chi, invece, ascolta una preghiera spontanea, frutto della libertà dello e nello Spirito, una preghiera presentata al Padre nella fiduciosa certezza della mediazione di Gesù, è chiamato ad esprimere la propria approvazione e condivisione verso tutte le parole rivolte al Padre dalla persona che ha pregato. E perché chi ascolta possa dire “Amen!” in modo sereno e convinto, il Signore invita coloro che pregano a parlare in modo chiaro e comprensibile (1Co 14:16).
      Nella preghiera comunitaria quindi la guida dello Spirito non deve esprimersi solo in colui che prega ma anche in colui che ascolta. Pronunciare con convinzione il proprio “Amen” testimonia la sintonia che si è realizzata nella comunità, la quale in questo modo si associa a colui che ha pregato e fa propria, davanti al Padre, la sua preghiera. È la stessa sintonia che Dio aveva richiesto al popolo di esprimere nei confronti della sua Parola, proprio ripetendo più volte “Amen!” davanti ai suoi avvertimenti solenni (De 27:15-26).
      E io? Come ascolto la preghiera elevata al Signore da altri, in famiglia, nella chiesa, in altri contesti e situazioni? Ascolto distrattamente e poi pronuncio un “Amen!” formale tanto per mostrare che non mi sono addormentato? Oppure ascolto parola per parola e poi pronuncio ad alta voce un “Amen!” che esprime condivisione e comunione? Mi è capitato ultimamente di trovarmi spesso in contesti in cui la parola “Amen!” è uscita dalle labbra dei presenti in modo “bofonchiato” o appena sussurrato, creando, penso, un qualche disagio a chi, invece, ha pronunciato ad alta voce il suo “Amen!”. Ho allora compreso che, con un ascolto attento ma anche attraverso il tono della mia voce, devo ridare a questa parola, che il Signore stesso mi invita a pronunciare, il suo giusto valore e significato.

Paolo Moretti