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Sopratitolo
LETTERA AGLI EBREI (III)
Dio ha parlato per mezzo del Figlio La rivelazione della divinità e dellonnipotenza del Figlio appare necessaria per accreditare non soltanto il valore per suo essere Parola, ma anche lefficacia del suo ministerio di Sommo Sacerdote nella prospettiva della perfetta purificazione dei peccati. Le prime frasi della lettera agli Ebrei sono così dense di significato che da sole introducono il lettore alla teologia propria, alla natura e tempi della rivelazione speciale e alle principali opere di Dio a pro dellumanità. Questo fatto e lassenza di un saluto epistolare, confermano la natura dello scritto, che lautore stesso definisce un discorso esortativo (13:22).1 Il linguaggio è avvincente, tanto che il lettore si sente subito trasportato al passato e poi nelleternità di Dio, dove si trova di fronte alla persona maestosa del Figlio, presentato come agente della creazione, il profeta per eccellenza e il salvatore vittorioso, ora seduto alla destra della Maestà nei luoghi altissimi. Continuità e progresso nellopera di Dio (vv.1-2a) La rivelazione speciale racchiusa nel nostro Antico Testamento è descritta qui come qualcosa avvenuto in tempi remoti (anticamente). In altre parole, il canone degli Scritti sacri a cui Paolo fa riferimento in 2 Timoteo 3:14-17 era chiuso da tempo. È questo il senso delle parole tutte le Scritture usate da Luca per caratterizzare i libri di cui il Cristo risorto si era servito per spiegare il significato dellopera che aveva compiuta (Lu 24:25-27, 44-47). Gesù stesso distingueva fra questi scritti, che definiva la parola di Dio e la tradizione degli antichi (Mr 7:5,13). Anche Giuseppe Flavio, verso la fine del I secolo testimoniò dellunicità dei libri che compongono lAntico Testamento quando affermò che gli Ebrei erano disposti a morire per questi libri. Secondo Giuseppe Flavio, il motivo perché non si erano aggiunti altri libri simili era perché con Malachia era cessata la successione di profeti.2 Girolamo, un traduttore cristiano del V secolo d.C., riconosceva lo stesso canone veterotestamentario,3 nonostante che alcuni scritti giudaici, impropriamente definiti deutero-canonici, compaiano assieme ai libri canonici in alcuni Manoscritti risalenti al IV secolo e in alcune edizioni moderne della Bibbia. Lautore della lettera agli Ebrei concepisce la rivelazione, sebbene composta da diversi libri, come un unico grande oracolo perché è sempre Dio a parlare per mezzo dei singoli profeti. Gli avverbi con cui descrive i tempi e i modi di questa rivelazione sono istruttivi. Le parole molte volte (lett. molte parti) parlano del fatto che Dio aveva parlato un po alla volta, facendo sì che la rivelazione fosse sia comprensibile a chi ascoltava la voce di Dio sia progressiva. A ciò si aggiunge il concetto di diversità di metodo. Dio aveva parlato in molte maniere, per esempio aveva parlato a viva voce, in visione e per mezzo di sogni, a uomini come Abraamo, Isacco, Giacobbe e Giuseppe (Ge capp. 12-28, 40-41). La prima volta che aveva parlato a Mosé, invece, era attraverso un pruno ardente e più tardi, a tutto Israele, con tuoni e lampi, sempre al monte Sinai (Es capp. 3, 19-20). I padri di cui si parla qui sono da identificare negli antenati dei primi lettori del libro, ossia nelle generazioni di Israeliti che avevano sentito parlare i profeti. Anche se non lo si dice in modo esplicito, lo stretto rapporto fra la rivelazione divina ed il popolo ebraico testimoniato qui tende a escludere che Dio si sia rivelato ad altre nazioni in modo analogo a come si è rivelato per mezzo dei profeti dIsraele. Nonostante la natura unica di questa rivelazione speciale venga affermata in modo esplicito in Romani 3:2 (cfr. 9:4; Ef 2:11-12), un secolo più tardi Giustino Martire avrebbe associato ho logos di Giovanni 1:1-14, oltre che con la rivelazione biblica, anche con il ragionamento dei filosofi.4 È vero che sia il salmista sia lapostolo Paolo, riconoscono che Dio ha parlato in modo generale a tutti gli uomini (Sl 19:1-6; Ro 1:19-21), ma la rivelazione speciale che porta a Cristo è unica. Di questa non cè traccia fuori degli Scritti sacri dIsraele. Le parole in questi ultimi giorni (2a) caratterizzano la seconda fase della rivelazione come il punto culminante del processo di rivelazione di cui si parla nel versetto precedente. Nella seconda fase, Dio ha parlato a noi per mezzo del Figlio, lett. nella persona del Figlio. Normalmente in greco lagente personale viene espresso con il caso genitivo, mentre il dativo è usato per indicare uno strumento impersonale. Qui luso del dativo per indicare un agente personale potrebbe spiegarsi, pensando che lautore abbia voluto aggiungere allidea di agente un senso locativo: nel Figlio Dio ha parlato direttamente, non più attraverso dei portavoce come nel passato. Questa forma insolita afferma la divinità del Figlio e Dio. Nonostante ciò, la differenziazione fra il soggetto Dio, che parla sia nel passato sia nel presente, e il Figlio (lagente della seconda fase della rivelazione speciale) introduce il concetto di persone distinte allinterno della Deità. Le parole usate per introdurre il Figlio, in questi ultimi giorni, sono significative. Secondo il pensiero giudaico tutti i profeti profetizzavano fino ai giorni del Messia, il punto culminante della storia.5 Quindi, queste parole introducono il Figlio non solo come il profeta per eccellenza ma anche come il Messia promesso. La persona e lopera del Figlio (vv. 2b-3) La gloria della sua persona. Lautore descrive il Figlio come lerede di tutte le cose (v. 2b). Paolo descrive Cristo in modo analogo, come il primogenito rispetto ad ogni cosa creata (Cl 1:15). Il Figlio è anche lo splendore della gloria di Dio (cfr. Gv 1:9; 1:14; 8:12) e limpronta della sua essenza. Il termine greco veniva usato con riferimento a una incisione o copia perfetta, come limmagine lasciata da un timbro. Dio non può essere rappresentato perfettamente tramite dei semplici portavoce umani (i profeti, v. 1), tanto meno per mezzo di una serie di attributi o proposizioni teologiche; lo è soltanto per mezzo della parola incarnata, del Figlio (cfr. Gv 1:14-18; 14:9). La gloria della sua opera. La prima opera menzionata è quella della creazione e dellordinamento di tutte le cose (cfr. Gv 1:3,10). Per mezzo del Figlio, Dio compì unopera perfetta di creazione. Leggiamo: E Dio vide tutto quello che aveva fatto, ed ecco, era molto buono (Ge 1:31). Il termine i mondi contiene lidea dellordine dato ai sistemi che fanno parte del creato. Il Figlio manifesta la gloria di Dio anche sostenendo tutte le cose per mezzo della sua parola potente. Il verbo tradotto sostiene (v. 3), contiene lidea di portare avanti, un concetto completamente diverso da quello suggerito dalla mitologia greca che voleva che Atlante reggesse il mondo sulle sue spalle, in modo statico. Cè un rapporto di parallelismo, nella descrizione del Figlio, fra lessere lo splendore della gloria di Dio e lidea teleologica secondo cui egli determina la direzione in cui si muovono tutte le cose. La storia non è un susseguirsi di eventi senza senso; il Figlio la porta avanti secondo gli scopi stabiliti dal Creatore stesso. Che Cristo abbia autorità sugli elementi naturali, oltre che sulluomo, è evidente nei racconti dei suoi miracoli (Mr 4:41; Gv 3:1-2). A proposito dei miracoli, la frase sostenendo tutte le cose con la parola della sua potenza fa comprendere che tutti gli eventi, sia quelli che sono retti da leggi considerati naturali, sia quelli in genere considerati miracolosi, dipendono direttamente da Dio (cfr. Cl 1:17,20). È sufficiente un momento di riflessione sullequilibrio cosmico che permette alle varie specie animali e vegetali sul pianeta terra di sopravvivere, per convincersi che anche il mantenimento di questo ordine cosmico sfiora la categoria di miracolo. Fa parte dellopera di sostenere tutte le cose, portandole al fine previsto, la purificazione dei peccati. È difficile immaginare un contrasto più grande di quello che passa fra le opere del Figlio che abbiamo considerate fin qui e il farsi carico del peccato delluomo. Ma laccostamento è molto istruttivo. Infatti, per poter comprendere il valore infinito e finale dellopera del sacrifico di Cristo, è opportuno considerare tale opera nella cornice di quelle opere che manifestano chiaramente la sua onnipotenza e maestosità. L'espressione si è seduto (cfr. Sl 110:1) sta a indicare il compimento definitivo dellopera di purificazione (cfr. Eb 10:10-18) mentre il posto indicato, alla destra della Maestà nei luoghi altissimi rivela lautorità attuale del Figlio presentato in questo libro come il Sommo Sacerdote del Nuovo Patto. Conclusione Prima di sviluppare largomento principale del libro: la superiorità di Cristo e del nuovo patto, lautore ha ritenuto opportuno inquadrare lopera di purificazione fra le opere da cui dipendono lesistenza e la sopravvivenza delluniverso. La scelta del Salmo 110:1 come brano di fondo dellesposizione cristologica non è né arbitraria né casuale. Infatti, loracolo era stato già considerato messianico da Gesù (Mt 22:41-46) e venne utilizzato da Pietro il giorno della Pentecoste per definire il trionfo e la posizione attuale di Gesù (At 2:34-35). Più avanti lautore farà comprendere che ciò che il Figlio di Dio e Messia dIsraele ha compiuto nel contesto del suo primo avvento implica anche il completamento di quanto previsto in questo oracolo (si veda 10:13). Per la riflessione personale o uno studio di gruppo Elenca le affermazioni fatte in Ebrei 1:2-3 riguardo al Figlio. 1.Quali cose ne impariamo relative alla sua Persona e alla sua opera? 2. In che modo questi versetti testimoniano la pluralità di persone nella Deità? 3. Quale contributo danno i versetti 1-2 alla dottrina della rivelazione? (3. continua) 1. G.W. Buchanan lo considera un commento a mo di sermone sul Salmo 110:1, un brano citato per la prima volta in 1:3 e altre 10 volte nel libro (G. Buchanan, To the Hebrews, The Anchor Bible, William F. Albright & David N. Freedman (a cura di), New York, Doubleday, 1972, 8° rist. 1985, p. xxi). |