Una riflessione quanto mai attuale

Potere o servizio?
Due modi di vivere:
DOPPIEZZA O INTEGRITÀ?

La Parola di Dio ci mette in guardia, con il racconto di tristi vicende e di esempi negativi, contro la tentazione di vivere il nostro servizio con animo doppio, cioè apparentemente santo ma in realtà teso alla soddisfazione di interessi e di ambizioni personali. Per contro, ci rivela anche l’esempio luminoso di chi ha scelto di vivere il proprio servizio con la disponibilità alla rinuncia, con il rifiuto di ogni forma di parzialità e di compromesso ed annunciando in modo schietto e sincero il pensiero del Signore. È di questo tipo di servi che la Chiesa oggi ha urgente bisogno.



Avete mai sentito parlare di abuso di servizio?
Non credo.
Tutti noi abbiamo invece familiarità con l’espressione abuso di potere. Ci sono dei comportamenti che sono inevitabilmente associati al potere e non al servizio, comportamenti che caratterizzano il despota e non il servo. Dove troviamo tali comportamenti, abbiamo la certezza che il servizio non sia di casa.
Il potere è caratterizzato da comportamenti doppi, opportunistici, che non onorano il Signore ma che procurano successo.
Il Signore, invece, cerca uomini che lo servano con integrità anche se questo può portarli a non essere molto popolari.
“Meglio il povero che cammina nella sua integrità, che il perverso che cammina nella doppiezza, ed e ricco” (Pr 28:6).


LA DOPPIEZZA DEL DESPOTA

Abusi, parzialità, compromessi. Quando il potere prende il posto del servizio, esso è accompagnato da un certo numero di comportamenti ambigui che, se non vengono corretti, portano alla rovina della assemblea del Signore.


Abuso

“I figli di Eli erano uomini scellerati; non conoscevano il SIGNORE. Ecco qual era il modo di agire di questi sacerdoti riguardo al popolo: quando qualcuno offriva un sacrificio, il servo del sacerdote veniva nel momento in cui si faceva cuocere la carne; teneva in mano una forchetta a tre punte, la piantava nella caldaia o nel paiuolo o nella pentola o nella marmitta, e tutto quello che la forchetta tirava su, il sacerdote lo prendeva per sé.
Così facevano a tutti gli Israeliti che andavano là, a Silo. Anche prima che si fosse bruciato il grasso, il servo del sacerdote veniva e diceva all’uomo che faceva il sacrificio: «Dammi della carne da fare arrostire, per il sacerdote; poiché egli non accetterà da te carne cotta, ma cruda.»
Se quell’uomo gli diceva: «Si bruci prima di tutto il grasso, poi prenderai quello che vorrai», egli rispondeva: «No, me la devi dare ora; altrimenti la prenderò con la forza!»
Il peccato di quei giovani era dunque grandissimo agli occhi del SIGNORE, perché disprezzavano le offerte fatte al SIGNORE”
(1Sa 2:12-17).
Il passo che abbiamo appena letto fa davvero venire i brividi.
I figli di Eli avevano lo straordinario privilegio di essere sacerdoti, intercessori tra Dio e il popolo, coloro che dovevano occuparsi del tempio e delle offerte fatte al Signore.
Ma essi stavano abusando del proprio privilegio di sacerdoti per trarre vantaggio personale. Si comportavano come despoti, maltrattando coloro che si avvicinavano al Signore per offrire dei sacrifici.
Il servizio porta benedizione al prossimo, ma i figli di Eli stavano danneggiando il popolo di Dio. Coloro che avrebbero dovuto essere degli esempi e avrebbero dovuto insegnare al popolo la via di Dio, non avevano alcun timore di lui.
Il testo ci dice che i figli di Eli non conoscevano il Signore. Proprio per questo motivo esercitavano il sacerdozio come se fosse un normale lavoro dal quale cercare di trarre il massimo profitto. Il mestiere aveva sostituito la vocazione.


Parzialità

Abbiamo illustrato l’abuso di potere con il comportamento dei figli di Eli. Ma, è interessante anche esaminare il comportamento di Eli, loro padre, di fronte a tale comportamento.
“Un uomo di Dio andò da Eli e gli disse: Così parla il SIGNORE: «Non mi sono forse rivelato alla casa di tuo padre, quando essi erano in Egitto al servizio del faraone? Non lo scelsi dunque fra tutte le tribù d’Israele per diventare mio sacerdote, per salire al mio altare, per bruciare il profumo e indossare l’efod in mia presenza? Non diedi alla casa di tuo padre tutti i sacrifici, consumati dal fuoco, dei figli d’Israele?
Allora, perché calpestate i miei sacrifici e le mie oblazioni che ho comandato di offrire nel mio santuario? Come mai onori i tuoi figli più di me e vi ingrassate con il meglio di tutte le oblazioni d’Israele, mio popolo?»”
(1Sa 2:27-29).

“Onori i tuoi figli più di me”.
Questa è l’accusa pesante che il Signore rivolge ad Eli.
La legge prevedeva che i figli di Eli venissero messi a morte per il loro comportamento. Nel passato, i figli di Aronne avevano perso la vita per una disubbidienza molto meno grossolana (Nu 3:4).
Invece, Eli si limitò a sgridare i propri figli come un padre che sgrida dei bimbi che stanno facendo rumore in cortile. Il suo intervento fu assolutamente inadeguato:
“Eli era molto vecchio e udì tutto quello che i suoi figli facevano a tutto Israele e come si univano alle donne che erano di servizio all’ingresso della tenda di convegno. Disse loro: «Perché fate queste cose? Poiché odo tutto il popolo parlare delle vostre azioni malvagie.
Non fate così, figli miei, poiché quel che odo di voi non è buono; voi traviate il popolo di Dio. Se un uomo pecca contro un altro uomo, Dio lo giudica; ma se pecca contro il SIGNORE, chi intercederà per lui?»
Quelli però non diedero ascolto alla voce del loro padre, perché il SIGNORE li voleva far morire”
(1Sa 2:22-25).

Il Signore fece ciò che Eli non fu in grado di fare. Probabilmente Eli non ebbe il coraggio di intervenire duramente con i propri figli. Se fossero stati degli estranei sarebbe stato più facile, ma si trattava dei suoi figli ed Eli manifesto un comportamento parziale non andando fino in fondo alla questione come la legge prescriveva.
Come Eli, nella Scrittura ci sono molti uomini che hanno agito con parzialità, comportandosi in maniera diversa a seconda della convenienza.
Ad esempio, in Malachia 2:9 si legge di persone che avevano riguardi personali quando applicavano la legge benché fossero coloro che dovevano amministrarla.
Essere parziali nel giudizio, favorendo l’uno a danno dell’altro, porta un danno a tutta la comunità perché non incoraggia le persone a temere il Signore e a comportarsi in maniera retta.
Il risultato di una società in cui la giustizia non regna, ha come effetto negativo la mancanza di fiducia delle persone nei confronti della stessa giustizia divina (Ml 3:14-15).


Compromesso

I libri profetici sono pieni di accuse contro la classe dirigente in Israele e Giuda che conducevano il popolo con l’ingiustizia e i compromessi.
A titolo di esempio, leggiamo la seguente descrizione di Michea a riguardo dei capi e delle guide di Israele che erano in Gerusalemme:
“I suoi capi giudicano per ottenere regali, i suoi sacerdoti insegnano per un profitto, i suoi profeti fanno predizioni per denaro e tuttavia si appoggiano al Signore e dicono: «Il Signore non è forse in mezzo a noi? Non ci verrà addosso nessun male!»” (Mi 3:11).
Altrove, il profeta scrive:
“Così parla il Signore riguardo ai profeti che sviano il mio popolo e che gridano: «Pace!» quando i loro denti hanno qualcosa da mangiare, ma dichiarano la guerra santa contro chi non mette nulla nella loro bocca.” (Mi 3:5).
Molti falsi profeti in Israele annunciavano ciò che la gente voleva sentirsi dire. Era comodo parlare di pace fino a quando c’era qualcuno che provvedeva alle loro necessità.
Amavano fare compromessi per mantenere la propria posizione, avevano piegato il loro ufficio profetico all’opportunismo.


L’INTEGRITÀ DEL SERVO

Il servo del Signore si comporta in maniera totalmente diversa da quanto abbiamo visto fin qui.


Rinuncia

La strada del servitore di Dio passa per la rinuncia piuttosto che per l’abuso. Mentre l’uomo assetato di potere cerca vantaggi personali, approfittando della propria posizione, l’uomo di Dio rinuncia persino ai propri diritti per amore del Signore e per il vantaggio della comunità.
Ne è un esempio l’apostolo Paolo.
Leggendo tutto il capitolo 9 della prima lettera di Paolo ai Corinzi, si percepisce l’indignazione dell’apostolo nel constatare che quei credenti, invece di apprezzarlo per non aver fatto valere i propri diritti, lo consideravano un debole.
Essi preferivano gli arroganti e i presuntuosi, che stavano invece approfittando di loro, uomini che Paolo chiama falsi apostoli, operai fraudolenti che si travestono da apostoli di Cristo (2Co 11:12):
“Infatti, se uno vi riduce in schiavitù, se uno vi divora, se uno vi prende il vostro, se uno s’innalza sopra di voi, se uno vi percuote in faccia, voi lo sopportate” (2Co 11:17).
Come evangelista itinerante, fondatore di chiese, Paolo avrebbe avuto diritto ad essere sostenuto dai credenti tuttavia, più volte, egli non ha fatto uso di questi diritti per dare un buon esempio ai credenti e affinché nessuno avesse niente da dire a suo riguardo.
“Io però non ho fatto alcun uso di questi diritti, e non ho scritto questo perché si faccia così mio riguardo; poiché preferirei morire anziché vedere qualcuno rendere vano il mio vanto” (1Co 9:15).
Mentre dei falsi apostoli stavano approfittando dei credenti, l’apostolo Paolo aveva rinunciato anche ai suoi legittimi diritti. Così si comporta il servo del Signore!


Imparzialità

Il potere porta a fare parzialità. Chi vuole mantenere una posizione, è costretto ad avere degli alleati e, per averli, è costretto a favorirli in qualche modo.
Essere imparziali significa giudicare le cose indipendentemente dalle circostanze e dalle persone coinvolte, senza avere riguardi personali, con obiettività di giudizio.
Ad esempio, il re Asa, fu imparziale nella sua lotta all’idolatria quando si mise addirittura contro sua madre:
“Il re Asa destituì pure dalla dignità di regina sua madre Maaca, perché lei aveva eretto una immagine ad Astarte” (2Cr 15:16).
Asa destituì la regina, a causa della sua idolatria, benché fosse sua madre, al contrario di Eli che permise ai suoi figli di continuare ad esercitare il sacerdozio indegnamente.
Ovviamente, Dio è l’esempio perfetto di imparzialità. Egli non ha riguardi personali e non accetta regali che possano influenzare il suo giudizio:
“Poiché il SIGNORE, il vostro Dio, è il Dio degli dèi, il Signore dei signori, il Dio grande, forte e tremendo, che non ha riguardi personali e non accetta regali, che fa giustizia all’orfano e alla vedova, che ama lo straniero e gli dà pane e vestito” (De 10:17-18).
Nello stesso modo, dovevano comportarsi coloro che amministravano la giustizia in Israele:
“Non pervertirai il diritto, non avrai riguardi personali e non prenderai nessun regalo, perché il regalo acceca gli occhi dei savi e corrompe le parole dei giusti” (De 16:19).
Anche nel Nuovo Testamento troviamo le medesime esortazioni:
“Fratelli miei, la vostra fede nel nostro Signore Gesù Cristo, il Signore della gloria, sia immune da favoritismi.
Infatti, se nella vostra adunanza entra un uomo con un anello d’oro, vestito splendidamente, e vi entra pure un povero vestito malamente, e voi avete riguardo a quello che veste elegantemente e gli dite: «Tu, siedi qui al posto d’onore»; e al povero dite: «Tu, stattene là in piedi, o siedi in terra accanto al mio sgabello», non state forse usando un trattamento diverso e giudicando in base a ragionamenti ingiusti?”
(Gm 2:1-4).
“Ti scongiuro, davanti a Dio, a Cristo Gesù e agli angeli eletti, di osservare queste cose senza pregiudizi, e di non fare nulla con parzialità” (1Ti 5:21).


Schiettezza

Il servo di Dio non fa compromessi, non ha paura di dire con schiettezza come stanno le cose.
Quando il re Manasse gli mandò a dire che egli doveva smettere di profetizzare sventure al popolo di Israele, Amos rispose così:
«Io non sono profeta, né figlio di profeta; sono un mandriano e coltivo i sicomori. Il SIGNORE mi prese mentre ero dietro al gregge e mi disse: «Va, profetizza al mio popolo, a Israele»” (Am 7:4-15).
Il Signore lo aveva chiamato a profetizzare ad Israele, quindi Amos non poteva tacere.
Anche Michea non si lasciò intimidire da coloro che gli intimavano di non profetizzare:
“«Non profetizzate!» vanno essi ripetendo. «Anche se non si profetizzano tali cose, non si eviterà l’infamia» (Mi 2:6).
“Ma, quanto a me, io sono pieno di forza, dello Spirito del Signore, di giustizia e di coraggio, per far conoscere a Giacobbe la sua trasgressione e a Israele il suo peccato” (Mi 3:8).
E come non ricordare lo stupendo esempio di Micaia? Egli è stato istigato a mentire per fare una predizione in accordo con tutti gli altri profeti che erano stati ingannati da uno spirito maligno (1Re 22:19-23), ma ha preferito annunziare ciò che il Signore gli aveva detto:
“Il messaggero che era andato a chiamare Micaia gli parlò così: «Ecco tutti i profeti, unanimi, predicono del bene al re; ti prego, le tue parole siano concordi con le loro, e predici del bene!».
Ma Micaia rispose: «Come è vero che il SIGNORE vive, io dirò quel che il SIGNORE mi dirà».
Quando giunse davanti al re, il re gli disse: «Micaia, dobbiamo andare a far guerra a Ramot di Galaad, o no?».
Egli rispose: «Va’ pure, tu vincerai; il SIGNORE la darà nelle mani del re».
Il re gli disse: «Quante volte dovrò scongiurarti di non dirmi altro che la verità nel nome del SIGNORE?»
Micaia rispose: «Ho visto tutto Israele disperso su per i monti, come pecore che non hanno pastore; e il SIGNORE ha detto: ‘Questa gente non ha padrone; ciascuno ritorni in pace a casa sua’».
Il re d’Israele disse a Giosafat: «Non te l’avevo detto che costui non mi avrebbe predetto nulla di buono, ma soltanto del male?»”
(1Re 22:13-18).
Il re disprezzava Micaia perché, a suo dire, prediceva solo cose negative. Per questo motivo Micaia, inizialmente, si prende gioco del re dandogli una predizione in accordo con gli altri profeti corrotti. Poi, rivela al re la scomoda verità.
Se Micaia avesse cercato la fama e il prestigio, avrebbe potuto accontentare il re dicendogli le cose che quest’ultimo voleva sentire.
Micaia, invece, non fece compromessi anche se ciò gli costò la libertà (1Re 22:26-27) perché egli serviva un Re più grande di Acab.
Nelle Scritture del nuovo patto, troviamo un altro esempio bellissimo:
“E, avendoli chiamati, imposero loro di non parlare né insegnare affatto nel nome di Gesù. Ma Pietro e Giovanni risposero loro: «Giudicate voi se è giusto, davanti a Dio, ubbidire a voi anziché a Dio. Quanto a noi, non possiamo non parlare delle cose che abbiamo viste e udite»” (At 4:18-21).
Pietro e Giovanni servono lo stesso Dio che servivano Michea, Amos, Micaia. Chi serve il Signore, deve rispondere solo a lui. Il compromesso è una strada che serve ad accontentare gli uomini, ma l’integrità ha un grande valore agli occhi di Dio:
“Tu ti mostri pietoso verso il pio, integro verso l’uomo integro” (Sl 18:25).


Una sfida per oggi

Anche oggi il mestiere può prendere il posto della vocazione.
Quando questo accade, non è infrequente vedere abusi, parzialità e compromessi anche in mezzo al popolo di Dio.
Nel Nuovo Testamento abbiamo un brano che esorta gli anziani delle assemblee in questo modo:
“Pascete il gregge di Dio che è tra di voi, sorvegliandolo, non per obbligo, ma volenterosamente secondo Dio; non per vile guadagno, ma di buon animo; non come dominatori di quelli che vi sono affidati, ma come esempi del gregge. E quando apparirà il supremo pastore, riceverete la corona della gloria che non appassisce” (1P 5:2-4).
Anche se questo brano si rivolge in maniera particolare agli anziani, i princìpi che vengono evidenziati possono essere applicati ad ogni ambito del servizio.
Se non temiamo il Signore, infatti, cercheremo i nostri interessi e non i suoi. Il nostro servizio sarà svolto controvoglia e ci porterà a diventare dei piccoli despoti che cercano di trarre qualche vantaggio personale da ciò che fanno.
Se poi, anche nella chiesa, siamo parziali nei nostri giudizi, tollerando il peccato e non intervenendo al momento opportuno, questo genererà delusione e insofferenza nei fratelli e li istigherà a comportarsi male. Nelle assemblee, si incontrano tante persone deluse e ferite proprio per questi motivi.
Viviamo in un mondo in cui il successo di un uomo si misura dal numero di persone che riesce a dominare. Gli arroganti e i presuntuosi vengono elogiati mentre coloro che rinunciano ai propri diritti vengono chiamati deboli. È un mondo in cui la gente preferisce sentirsi dire delle comode bugie piuttosto che la triste verità, così si preferisce predicare su argomenti che suscitano un discreto interesse intellettuale ma non toccano la coscienza di nessuno. È lo stesso mondo malato in cui vivevano Michea, Amos e Micaia con la differenza che, con il passare dei secoli, la malattia ha ora raggiunto lo stadio terminale.
Eppure, proprio in questo mondo, ancora oggi, il Signore cerca dei servi che lo servano volentieri, con la coscienza pulita, che siano degli esempi per gli altri, che siano imparziali, schietti, e non facciano compromessi.
Ne troverà ancora?

Omar Stroppiana
(Assemblea di Torino, via Spontini)