Continua l'illustrazione semplice e sintetica delle parabole raccontate da Gesù. Quelle considerate in questarticolo ci aiutano a comprendere il valore di unattesa attiva di servizio del ritorno di Cristo: il valore del perdono totale e universale; il valore dellamore per Dio e per il prossimo; il valore ed i frutti della preghiera perseverante; il valore della saggezza nellessere consapevoli che occorre preparare ora, nel presente, la nostra vita futura.
Il padrone e i servi
(Mr 13: 34-37)
Il modo di parlare di Gesù in questo passo sottintende una visione precisa del mondo: il tempo presente è come una lunga notte in cui si aspetta il ritorno del padrone partito per un lungo viaggio, lasciando ai servi la cura della casa e affidando a ciascuno un compito particolare.
I servi devono star svegli perché non sanno in quale delle quattro veglie (le vigilie dei Romani; Ro 6:48) il padrone si presenterà di ritorno dal viaggio.
Con questa parabola Gesù esorta i discepoli di tutti i tempi alla vigilanza e allo zelo nel servizio.
La vigilanza ha tre aspetti:
la conoscenza e la lettura della Bibbia,
la preghiera e
lubbidienza pratica.
Se Dio non cè e non si vede è perché noi, suoi servi, non siamo abbastanza vivi nel compiere fedelmente i compiti che ci ha affidato. Abbiamo preferito dormire.
Linvito a vegliare ci educa a quella fame e sete di fedeltà al Signore che rende beati: Beati quei servi... (Lu 12:37-38).
I due debitori
(Lu 7:41-43)
Questa breve parabola prende lo spunto dalla vita di ogni giorno.
Gesù è invitato a pranzo da un uomo rispettabile, un fariseo praticante e ben pensante.
Egli partecipava volentieri a banchetti, che erano per lui occasioni per dare insegnamenti preziosi, come appare in questo brano.
Simone però non voleva certo imparare da lui, ma solo osservarlo e magari criticarlo. Infatti dà un giudizio sfavorevole sul valore di Gesù come profeta, quando questi accetta che una peccatrice, quasi certamente una prostituta, gli cosparga di profumo e di lacrime i piedi e glieli asciughi con i capelli.
Un vero profeta avrebbe evitato una donna così impura.
Gesù intuisce lo sconcerto del Fariseo e gli si rivolge con amore raccontandogli una storia apparentemente senza relazione con laccaduto, ma che in realtà lo riguarda molto da vicino.
Chi lo amerà di più?
Un uomo ha due debitori: uno gli deve 500 denari, laltro 50 (un denaro costituiva il salario giornaliero). Non avendo i due la possibilità di saldare il debito, luomo rimette il debito a entrambi.
Chi, secondo te, lo amerà di più? chiede Gesù. La risposta è ovvia ma Gesù vuole ascoltarla dalla viva voce del Fariseo (v. 43). Chi ha ricevuto un atto di generosità maggiore ha più riconoscenza e affetto nei confronti di chi lha beneficato. Il Fariseo risponde bene, ma la risposta gli deve costare molto perché lo obbliga a riconoscersi debitore.
Gesù, per smascherare la durezza e la miseria del suo cuore, evoca i gesti di cortesia consueti dellospitalità orientale (baciare e abbracciare gli invitati uomini e versare olio sul loro capo) per mettere in evidenza la trascuratezza del Fariseo in contrasto con la delicatezza dellatto della peccatrice.
Con questa parabola Gesù cerca amorevolmente di fare capire a Simone che anche lui è colpevole, ma che anche a lui come alla donna peccatrice è offerto il perdono gratuito.
Il buon samaritano
(Lu 10:25-37)
Ci si è chiesto spesso se il racconto del buon samaritano sia una parabola o una storia vera. Gesù prende lo spunto da un fatto realmente accaduto, sulla strada romana lunga una trentina di chilometri che conduce dagli ottocento metri di Gerusalemme ai trecento sotto il livello del mare della città di Gerico, oppure inventa di sana pianta la scena, e racconta unaltra parabola?
Molto probabilmente, sotto la parabola del buon samaritano, cè una storia vera. Ma non una storia piccola, come una semplice rapina avvenuta lungo una via nota per disavventure del genere, ma una storia grande, grande come il mondo: la storia dellumanità!
Questa parabola riportata solo da Luca esalta lamore di Cristo, il buon samaritano, che non conosce frontiere di cultura, di religione, di persona: si fa prossimo del sofferente senza chiedersi chi sia questo prossimo da aiutare. Si fa vicino (v. 34) e ci dice: Va e fa anche tu la stessa cosa (v. 47). Sappiamo a chi si riferisce questo comando, chi dobbiamo imitare, chi cè dietro lanonimo samaritano.
Amare il prossimo, avvicinarglisi è una conseguenza dellamore di Dio per noi.
Il secondo comandamento discende dal primo e non sta in piedi senza il primo (Gv 13:34-35).
Noi non dobbiamo amare il prossimo perché Dio ama noi, ma perché Dio ha amato noi. Questa morale si fonda sulla storia della salvezza.
Chi è il mio prossimo?
Passiamo ora a una lettura ravvicinata della parabola, per trarre insegnamento anche dal suo senso letterale e immediato. Gesù insiste in particolare su due punti: a chi farsi vicino e in che modo farsi vicino.
Il problema che assilla il dottore della legge nel chiedere: Chi è il mio prossimo? è molto preciso. A quel tempo si discuteva spesso su chi doveva esser considerato il prossimo di un israelita. I più generosi arrivavano a comprendere, nella categoria del prossimo, tutti i connazionali e i proseliti; altri restringevano il campo escludendo chi il nemico personale chi, come i Farisei, i non appartenenti al loro gruppo, chi, come gli Esseni, i cosiddetti figli delle tenebre.
Il senso della domanda è dunque questo: fin dove si spinge lobbligo di amare il prossimo? Chi bisogna includere in questo comando? La risposta è che non cè nessun limite! La categoria di prossimo è universale, non particolare, dato che indica luomo, non il parente, il compatriota, lamico. Cioè luomo per se stesso, non per qualcosa di aggiunto alla sua realtà. Laccostamento dei personaggi un giudeo e un samaritano risponde a questa preoccupazione e intende dire: è prossimo anche il nemico (Gv 4:9).
In che modo farsi prossimo?
Ed ecco il secondo punto della parabola: come farsi prossimo. Dal comportamento del samaritano emerge almeno una risposta chiara: bisogna farsi vicino al nostro prossimo con i fatti non a parole ( Gv 3:18).
Un povero disgraziato sta morendo sul ciglio della strada, battuto e malmenato da briganti. Passano un levita e un sacerdote, ma fanno finta di non vedere e tirano via. Uno straniero, nemico secolare dei giudei, un viandante, forse un emigrante si accorge del poveretto e ne prende cura. Non solo, porta il malcapitato a una locanda e paga di tasca propria perché il poveretto venga ospitato e curato.
Se il samaritano si fosse accontentato di accostarsi e dire a quel poveretto: Cosè successo? Quanto mi dispiace! Fatti coraggio! le sue parole non sarebbero forse suonate come una presa in giro e un insulto (Gm 2:15-16)?
Farsi prossimo significa accogliere la persona che incontriamo, al punto da dimostrare nei fatti tutta la possibile disponibilità operativa nei suoi confronti.
Per amare come esige Gesù bisogna esser disposti a spendere del proprio, anzi a spendersi (Mt 25:40).
Lamico importuno
(Lu 11:5-10)
Con la splendida parabola dellamico importuno Gesù ci rivela un tratto inedito e sorprendente di Dio: è un Dio che vuole essere importunato.
Tutto ruota intorno a tre amici.
È mezzanotte. Il primo è già a letto, con suo figlio. Della moglie non si parla neppure. Svegliarla del resto non sarebbe poi un problema come è invece svegliare i piccoli.
Il secondo amico bussa per rispondere alle necessità del terzo, arrivato allimprovviso, che però non è abbastanza in confidenza da bussare direttamente alla porta della camera. Allinizio il vicino, disturbato a quel modo, trova diverse scuse per togliersi di torno lamico, ma alla fine cede alla sua insistenza.
A maggior ragione, dice il Signore Gesù, il Padre celeste sarà generoso con chi lo invoca, lui che è più buono e grande di un amico infastidito ma comprensivo. Di qui linvito ad affidarsi a lui senza riserve nella preghiera, convinti che se gli chiediamo un pane non ci darà una pietra.
Lunica ragione che Dio ha di amarci è che non cè alcuna ragione: ci ama e basta. Staremmo freschi se Dio ci amasse perché siamo buoni. Ci ama perché è buono lui.
Qui è il centro: Dio e Padre, Fratello e Amico di chi chiede... cerca... bussa e non chiude la porta in faccia a nessuno.
Anche la preghiera più sconsideratamente audace, anche la pretesa di ascolto più folle, fatta da chi è ritenuto e si ritiene il più indegno, se è sincera, è ascoltata. Gesù non ci dice mai che Dio ci concederà lesaudimento di tutte le nostre richieste, ma che ci concederà lo Spirito Santo.
Il più prezioso di tutti i doni
La parabola termina con un contrasto molto forte (vv. 11-13): dopo lamico che si fa supplicare troviamo un padre umano che dà buoni doni ai suoi figli, in contrasto col Padre celeste che trova piacere nel dare il meglio cioè sé stesso.
Il ricco stolto
(Luca 12:16-21)
Questo brano continua la serie di insegnamenti che Luca colloca nel contesto del lungo viaggio di Gesù a Gerusalemme. Loccasione la offre un tale che vorrebbe avere Gesù come giudice in una questione di eredità.
Dato che la sua missione è esclusivamente spirituale, Gesù rifiuta, pur essendo considerato un rabbi (i rabbini venivano spesso interpellati per questioni di affari). Linsegnamento di Gesù ha per oggetto ciò che la Bibbia chiama ricchezza o beni e che luomo del nostro tempo chiama denaro.
A differenza delluomo delle società antiche che valutava il proprio benessere dai beni materiali (terreni, bestiame, raccolti) luomo di oggi è abituato a tenere in gran conto il denaro e a valutare ogni realtà del mondo presente alla sua luce.
Luomo che si vanta della sua illusoria ricchezza e confida in sé stesso non sfuggirà al triste destino dello stolto che scenderà a precipizio nel sepolcro, affidato alle cure di un pastore chiamato Morte (Sl 49:14). Non ha saputo far tesoro dellinsegnamento dei sapienti sullinutilità delle ricchezze di fronte alla morte e allabbandono di ogni cosa, ma soprattutto non ha pensato a ciò che verrà dopo la morte. Ha pensato a sfruttare le sue ricchezze solo per la vita presente. Nella Parola di Dio la ricchezza è considerata lantagonista più pericolosa della fede: entrambe queste parole derivano dalla comune radice ebraica amàn, che indica sicurezza, stabilità, certezza (emet la fede; mammona la ricchezza).
Entrambe le parole con tutto il loro significato richiedono ladesione delluomo. Per questo Gesù insegna ai suoi discepoli ad arricchire davanti a Dio.
Il discepolo di Gesù deve affidarsi a Dio e non alla ricchezza, deve dare la propria adesione ai veri valori e non cedere alla tentazione di ciò che lo priva del futuro.
Occupiamoci dellessenziale che dura in eterno: Dio si occuperà del resto!
I servitori che aspettano il padrone
(Lu 12: 41-48)
Dal tema della vigilanza nellattesa della venuta del Signore (Lu 12:35-40), Gesù passa a quello della fedeltà, sottolineandone limportanza per coloro che hanno più responsabilità nella comunità e che più degli altri devono essere attenti e pronti per non andare incontro a un severo giudizio. Lo spunto lo fornisce Pietro, che chiede spiegazioni.
Pietro rappresenta tutti noi, che ci chiediamo cosa voglia dire avere la cintura ai fianchi come gli antichi padri schiavi in Egitto, in partenza per la terra promessa (Es 12:11), la lucerna accesa e lorecchio teso: il padrone tornerà dalle nozze e busserà alla porta, non sappiamo quando. Pietro chiede: Che vuol dire questo avvertimento, Signore? Che debbo fare per essere davvero «beato», facendo il mio lavoro?.
Fedeltà nellattesa
Alla stralunata domanda di Pietro così simile a tante che ci vengono spesso sulle labbra, risponde chiarissima e decisiva lultima parte della parabola in cui il Signore Gesù, lo sposo, orienta subito la nostra attenzione verso gli altri. Il servo beato non comincia a prendersela con gli altri, a mangiare e bere per conto suo, a vivere come se gli altri non ci fossero o come se fossero nemici o estranei... Se fa così diventa infedele. La scena negativa del servo che si abbandona ai disordini e alle prepotenze si chiude con la minaccia della severa punizione riservata agli infedeli.
La domanda di Pietro sui destinatari della parabola (v. 41) fa intuire che linsegnamento di Gesù non è riservato solo ad alcuni. Tutti quelli che non attendono più il Signore sono tentati di considerarsi padroni della loro vita e degli altri.
Solo chi si sente servo del Signore è anche responsabile e pronto a rispondere del compito a lui affidato con il dono della vita.
Il fico sterile
(Lu 13:6-9)
In cammino verso Gerusalemme, Gesù racconta questa parabola, che richiama lattenzione sul rischio di esser trovati sterili nel giudizio di Dio, condizione che equivale alla morte.
Il dialogo fra il padrone e il vignaiuolo fa capire che la missione di Gesù offre unulteriore possibilità di conversione. Per tre anni ha cercato i frutti della conversione nel suo popolo.
Tre anni è il tempo di maturazione di una pianta di fichi; il riferimento al popolo di Israele è chiaro: lalbero di fichi era già ai tempi di Osea e di Michea (Os 9:10; Mi 7:1) unimmagine di Israele molto in uso. Questo tempo è assimilabile a quello dellattività itinerante di Gesù che annuncia il regno di Dio.
Con il viaggio a Gerusalemme dove compie la sua missione, si conclude il tempo dellattesa. La breve parabola del fico sterile contiene un forte richiamo per luomo che rimane inattivo, indifferente e infruttuoso di fronte allinvito alla conversione di Dio. Essa scuote la pigrizia dei credenti facendo capire che è finito il tempo dei rimandi e delle dilazioni.
Nellincontro con il Signore, i credenti devono dare frutti che siano il segno del cambiamento del loro stile di vita.
Quando Gesù incontra qualcuno, Zaccheo o il ladrone pentito morente, gli offre la salvezza: ma il suo dono si intreccia con laccoglienza e la disponibilità di chi si lascia salvare.
La pazienza di Dio
Certo verrà un giorno in cui non ci sarà più tempo per gli increduli di evitare il giusto giudizio di Dio (v. 7); ma ora, grazie alla intercessione di Gesù (il vignaiuolo che intercede per un anno di vita del fico, una sorta di prova dappello) la pena è sospesa.
Dio non taglia il fico sterile. In altre parole non recide la vita delluomo, non lo congela nel suo fallimento. Anzi gli prodiga tutte le cure perché si renda conto di essere amato da lui e possa rivivere.
Dio non gode della rovina delluomo, ma della sua conversione e della sua riuscita. Gli dà modo di incontrare la sua tenerezza, di riscoprire il suo amore come un enorme capitale di bene, come una risorsa inesauribile di vita. Si prende cura di lui perché produca le opere dellamore e non renda sterile e quindi fallimentare la sua vita.
Ma la pazienza del Signore non è illimitata.
(3. continua)
Ezio Coscia
(Assemblea di Sestri Levante, GE)