Lo “stato intermedio” nella Bibbia

DORMIRE
OPPURE MORIRE? (III)

Dopo aver esaminato, nei due articoli precedenti, il significato dei termini con cui nella Bibbia ci si riferisce alla realtà della morte, con quest’articolo cominciamo a conoscere, partendo dall’Antico Testamento, quanto le Scritture stesse insegnano in relazione alla condizione dell’uomo fra morte fisica e risurrezione.


Noi tutti sappiamo che, prima o poi, il nostro corpo cesserà di vivere e sarà in qualche modo seppellito. Ciò che la Parola di Dio aggiunge, in modo assai originale, è che, dopo la morte fisica, il corpo in realtà si addormenta e resta in attesa della resurrezione.
Da ciò discende la necessità di esaminare quanto la Scrittura afferma in merito a ciò che accade in questo stato di “sonno spirituale”, chiamato anche “stato intermedio” dell’anima e dello spirito1, che precede lo stato eterno in cui vi sarà il ricongiungimento del corpo con lo spirito.
In altri termini, vogliamo chiederci: se il destino del corpo dopo la morte è uguale per tutti gli uomini, che ne è dell’anima dei giusti e di quella degli empi dopo la cessazione delle funzioni vitali?
Solo la Parola di Dio può dare risposta a questa domanda cruciale, e può anche chiarire il pensiero del Creatore in merito a quel che avviene quando l’anima si divide dal corpo ed entrambi si pongono in attesa della resurrezione e dell’eternità.


LO “STATO INTERMEDIO”
NELL’ANTICO TESTAMENTO

Già nell’Antico Testamento la Parola di Dio fornisce sufficienti elementi per rispondere alla domanda appena posta, anche se la rivelazione divina si è completata solo successivamente, con la chiusura del canone biblico.
In estrema sintesi possiamo dire che, meditando le pagine della prima parte delle Sacre Scritture, si ha l’idea di un luogo unico che accoglierà le anime dei defunti, le quali vi confluiranno per vivere nell’attesa dello stato eterno.


Terminologia

Sono più d’uno i termini con i quali la Parola di Dio designa questo “stato intermedio” nell’Antico Testamento.
In alcuni casi si tratta di nomi di luogo, che verranno poi parzialmente ripresi nel Nuovo Testamento; in altri casi si tratta di espressioni verbali che raffigurano in qualche modo l’esistenza temporanea dopo la morte fisica.

1. I verbi, nella loro traduzione in italiano, sono sostanzialmente due:
a. Riunirsi al proprio popolo.
Viene adoperata in molte occasioni e da molti protagonisti biblici, a cominciare da Abramo (Ge 25:8) e da Giacobbe (Ge 49:29); in alcuni casi presenta delle varianti terminologiche, come nell’episodio della morte del re Giosia che fu “riunito coi padri” (2Re 22:20). L’espressione “riunirsi al proprio popolo” è densa di spessore poetico e vuole indicare la posizione dell’anima del credente, ormai separata dal corpo fisico, che va a ritrovarsi nella comunione con gli antenati credenti del popolo d’Israele.

b. Addormentarsi con i padri.
È simile alla precedente ma contiene una maggiore enfasi sullo stato intermedio del corpo, piuttosto che dell’anima.
Nell’Antico Testamento la troviamo, per esempio, con riferimento a Davide (1Re 2:10) e a Salomone (1Re 11:43).

2. I sostantivi usati nell’Antico Testamento sono anch’essi soprattutto due, anche se poi ve ne sono altri due che ne rappresentano ulteriori varianti successive:

a. Soggiorno dei morti.
È il termine più diffuso nell’Antico Testamento: indica spesso la “tomba” pura e semplice, mentre in altri casi rappresenta anche lo stato intermedio dell’anima. Questo vocabolo viene riscontrato almeno 39 volte nell’Antico Testamento, ad esempio nel pianto di Giacobbe per Giuseppe (Ge 37:35), nella ribellione di Core (Nu 16:30), nel cantico di Anna (1Sa 2:6) e nelle ultime istruzioni di Davide a Salomone (1Re 1:6,9).

b. Sceol.
È il termine ebraico tipico per designare lo stato intermedio dell’anima nell’Antico Testamento, che spesso viene tradotta con “soggiorno dei morti” nelle nostre versioni della Scrittura, per la difficoltà di rendere adeguatamente il suo significato, che forse è legato al concetto di “insaziabilità”.
Solo la versione cosidetta Nuova Diodati traduce letteralmente “sceol” il rispettivo e omonimo vocabolo ebraico, e lo fa in 60 versetti dell’Antico Testamento, più raramente nel Pentateuco (Ge 37:35; Nu 16:30,33; De 32:22) e nei libri storici (1Sa 2:6; 2Sa 22:6; 1Re 2:6,9) e più frequentemente in Giobbe (8 brani), nei Salmi (15 passi), nei Proverbi (9 versetti) e in libri profetici come Isaia (9 brani) ed Ezechiele (5 brani).

c. Ades.
È la traduzione greca di “sceol”, e per questo la trattiamo qui, ma non si trova nell’Antico Testamento quanto piuttosto nel Nuovo Testamento. Probabilmente significa “invisibile” e viene riscontrato in 9 occasioni, spesso sulla bocca del Signore Gesù. Sta ad indicare il luogo temporaneo di tormento che accoglierà le anime degli empi (Mt 11:23, 16:18; Lu 10:15, 16:23) oppure, in altri casi, questo termine viene usato nell’ambito di citazioni dell’Antico Testamento prese dalla traduzione dei Settanta (At 2:27) e anche di contesti storici (At 2:31) o profetici (Ap 1:18, 6:8, 20:13-14).

d. Inferno.
Questo, invece, è l’adattamento latino della parola ebraica “sceol” e può essere riscontrato, per questa ragione, soprattutto nella versione latina di Girolamo del Nuovo Testamento, detta “Vulgata”.
Il suo significato letterale corrisponde a “posto situato sotto terra” e originariamente stava ad indicare lo stato intermedio e provvisorio dell’anima in attesa dell’eternità, anche se oggi per “inferno” normalmente s’intende piuttosto il luogo eterno dei tormenti per gli increduli. Nelle nostre versioni della Bibbia, il termine “inferno” viene riscontrato sei volte nella Nuova Diodati, mentre la Nuova Riveduta non lo utilizza mai2. In alcuni casi, la Nuova Diodati traduce “inferno” quello che in greco è l’ades (Mt 11:23, 16:18; Lu 10:15, 16:23), mentre altrove lo usa in relazione allo stato eterno delle anime perdute (1Co 15:55; Gd 6).


Dal punto di vista terreno

Se la rivelazione dell’Antico Testamento è abbastanza univoca nell’indicare un solo luogo in cui le anime dei defunti attendono l’eternità, non altrettanto semplici sono, a prima vista, le affermazioni scritturali dell’antico patto per quel che concerne le caratteristiche di questo luogo.
In particolare, come vedremo ancora meglio in seguito, l’Antico Testamento potrebbe anche sembrare contraddittorio quando parla, da un lato, di un luogo di annientamento e, dall’altro, di un luogo di vita vera e propria.
La contraddizione, però, è solo apparente se si considera che entrambe le affermazioni sono vere e plausibili in quanto ciascuna di esse è frutto di un diverso punto di vista, quello umano e quello divino, dal quale può essere preso in esame l’argomento del nostro studio. Se, per esempio, guardiamo il destino dell’anima, dopo la morte del corpo, da un punto di vista terreno e umano, l’Antico Testamento ci fornisce innanzitutto delle indicazioni in merito ad alcune differenze esistenti fra il destino provvisorio degli empi e quello dei giusti, ferma restando l’unicità del luogo in cui vanno a confluire le anime dopo la morte del corpo, e fermo restando il suo fondamentale carattere di luogo di riposo.

1. Per quanto riguarda gli empi, ovvero coloro che non conoscono Dio e vivono lontano da lui e dalla sua santa e perfetta volontà, notiamo che in almeno tre occasioni l’Antico Testamento parla, più o meno direttamente ma sempre in termini prettamente umani, del destino provvisorio delle loro anime:

a. Ecclesiaste 9:5.
Salomone, ispirato dallo Spirito Santo, esprime una verità riferita allo stato intermedio quando afferma che “i morti non sanno nulla… la loro memoria è dimenticata”.
L’autore dell’Ecclesiaste analizza la vita degli uomini, in particolare di coloro che vivono senza Dio, con la prospettiva di chi è esclusivamente “sotto il sole”, ovvero da un punto di vista puramente materiale3. Perciò non sorprende l’affermazione secondo cui le anime dei defunti non partecipano più alla vita degli uomini (v. 6) e di questa non sanno più nulla. Esse, in buona sostanza, sono estranee a quanto succede sulla terra e vivono una sorta di oblìo prolungato.

b. Giobbe 17:15-16.
Facendo un passo indietro nella storia biblica, è interessante quanto disse un giorno Giobbe, affermando che la sua speranza “scenderà alle porte del soggiorno dei morti”.
Con questa espressione poetica, la Scrittura ci vuol dire che nello stato intermedio dell’anima non potranno trovar posto le speranze di vedere migliorata la propria esistenza terrena, per il semplice motivo che questa sarà ormai conclusa… E ciò vale in particolar modo per chi non si è convertito a Cristo nella sua vita quaggiù, perché certamente non avrà una nuova opportunità dopo la morte!

c. Isaia 38:17.
La cruda analisi del destino di un uomo che vive nel suo egoismo non è diversa da quella descritta dal profeta Isaia: vi è una “fossa della decomposizione” che ci accoglierà tutti dopo la nostra morte fisica.
Ma questo vale, in particolar modo, per l’incredulo in quanto – nell’Antico Testamento - per lui finisce davvero tutto lì: lo Sceol viene quasi a identificarsi con la tomba ed è descritto come luogo di decomposizione, dove cessa ogni attività.

2. Per i credenti, l’Antico Testamento sembra parlare soprattutto di un posto di riposo e di oblìo dove il silenzio assorbe la vita.
a. Salmo 115:17.
Questo passo non può che riferirsi a un credente che ama Dio, visto che il salmista afferma: “Non sono i morti che lodano il Signore, né alcuno di quelli che scendono nella tomba”.
Resta fermo il carattere di luogo di riposo, ma stavolta l’attività che nello stato intermedio non vi potrà essere è quella della preghiera di lode e di adorazione, tipica di un credente affamato del suo Signore che, però, non potrà celebrarlo dopo la morte fisica.

b. Giobbe 3:13-19.
Lo stesso Giobbe lamenta di non essere morto appena nato perché in tal caso ora dormirebbe “tranquillo e in riposo” in quanto nel luogo dello stato intermedio “gli empi cessano di tormentare gli altri e gli stanchi riposano”. È la visione di un luogo di pace e di riposo destinato ai figli di Dio, dove non esistono conflitti e i credenti vivono coscientemente ma pure in tranquillità e serenità.

c. Salmo 6:5.
Stavolta è Davide che, consapevole che “nella morte non c’è memoria di te”, si pone una domanda retorica di una certa importanza per il nostro studio: “Chi ti celebrerà nel soggiorno dei morti?”.
L’interesse del salmista è rivolto alle lodi verso Dio, che nello Sceol non possono aver luogo perché lì (nella rivelazione dell’Antico Testamento) manca addirittura la stessa memoria che esiste un Dio creatore e redentore. E d’altro canto, solo i credenti celebrano Dio…

Salmo 88:10-12.
È un passo simile al precedente, il cui autore umano è però Eman l’Ezraita. Egli si chiede se i defunti potranno risorgere per celebrare Dio e si pone ulteriori domande, fra le quali: “La tua bontà sarà narrata nel sepolcro? E la tua giustizia, nella terrà dell’oblìo?”
Non poteva essere diversamente: osservando la questione in termini prettamente umani, anche per un credente il luogo di attesa dell’eternità non può che essere un posto di riposo e di oblìo, dove le principali attività umane vengono a ridursi sensibilmente.


Dal punto di vista di Dio

Se guardiamo, però, il destino dell’anima, dopo la morte del corpo, da un punto di vista spirituale e sotto la prospettiva di Dio, nell’Antico Testamento riscontriamo innanzitutto il dato secondo cui il soggiorno dei morti “sta davanti al Signore” (Pr 15:11) e che esso è “nudo davanti a lui” (Gb 26:6). Ciò significa che neanche il luogo dello stato intermedio dell’anima è nascosto agli occhi del Creatore, il quale anzi si trova lì come in qualunque altro posto (Sl 139:8).
Lo Sceol dell’Antico Testamento, inoltre, se visto con gli occhi di Dio, diventa un luogo in cui le anime continuano ad esistere e ad avere una propria personalità, seppure con dei limiti dovuti alla particolarità e alla provvisorietà della situazione. A tal proposito possiamo ricordare tre versetti su tutti, nei quali si parla sia di credenti che di non credenti:

a. 1Samuele 28:15-19.
È l’episodio in cui il re Saul, travestitosi per non essere riconosciuto, si recò da una donna evocatrice di spiriti e fece “salire” dal soggiorno dei morti il profeta Samuele… ed effettivamente l’anima di Samuele emerse dallo Sceol, parlò a lungo e profetizzò la futura sconfitta di Israele e la morte cruenta di Saul e dei suoi figli, ad essa collegata!
Al di là del giudizio morale sul comportamento di Saul e sull’attività della maga, entrambi riprovevoli davanti all’Eterno, resta il dato di fatto che le anime dei defunti, evidentemente, possono emergere dallo stato intermedio ed avere comportamenti comprensibili (in questo caso: la parola) oltre a dimostrare lucidità e razionalità, non sempre presenti tra gli stessi vivi…

b. Ezechiele 32:21-31.
In questi versetti, invece, il Signore parla al profeta Ezechiele e gli rivela il futuro degli Egizi e di altri popoli pagani, che saranno uccisi di spada e giaceranno nello Sceol. Viene aggiunto, a tal proposito, che queste numerose anime defunte “si rivolgeranno la parola in mezzo al soggiorno dei morti”.
Anche in questo caso la luce di Dio ci rivela che, dopo la morte, le anime degli uomini non cessano ogni attività, ma continuano - per esempio - a rivolgersi la parola e a dialogare fra loro.

c. Isaia 14:9-10.
Qui, invece, l’oracolo del Signore è rivolto contro Babilonia, con una descrizione poetica del soggiorno dei morti e di tutti i suoi abitanti, che si agitano all’arrivo dei Babilonesi e vanno loro incontro, meravigliandosi che questo regno così forte possa essere stato umiliato così profondamente.
Per quanto si tratti di una descrizione poetica, è interessante notare che tutti i prìncipi della terra “si svegliano” e che tutti i re delle nazioni “si alzano dai loro troni”, andando incontro ai Babilonesi e ponendo loro delle precise domande, che manifestano conoscenza della grandezza e dell’orgoglio del regno caldeo. Inoltre sta scritto che, sempre nel soggiorno dei morti e in diretto riferimento a Babilonia, “coloro che ti vedono fissano in te lo sguardo, ti esaminano attentamente e dicono…” (v. 16). Ciò ad ulteriore riprova della situazione di piena coscienza che contraddistingue le anime che si trovano nel luogo dello stato intermedio che le separa dall’eternità.

Per quanto riguarda, più specificamente, i credenti, è bene ricordare che l’Antico Testamento contiene anche gloriose promesse e magnifiche certezze, sia per la loro vita dopo la morte sia per ciò che accadrà dopo il provvisorio stato intermedio.
I figli di Core, per esempio, esprimono con gioia la loro fede vittoriosa quando affermano con sicurezza: “Dio riscatterà l’anima mia dal potere del soggiorno dei morti, perché mi prenderà con sé” (Sl 49:15). La vera gioia si ha solo alla presenza del Signore, ed un giorno lui stesso realizzerà appieno questa comunione: lo stato intermedio può essere una fase di vita cosciente ma non sarà mai un periodo di felicità come quello che i credenti vivranno nello stato eterno.
Asaf dichiara, con grande fiducia nell’avvenire: “Tu mi guiderai con il tuo consiglio e poi mi accoglierai nella gloria” (Sl 73:24). Qui non si parla esplicitamente di soggiorno dei morti e del suo “potere”, come nel brano precedente, ma può ugualmente essere confermato quanto appena detto in merito alla natura del luogo in cui passeremo l’eternità, dove lo splendore di Dio subisserà ogni luce umana e ogni gioia provvisoria, come quelle che si vivranno per un tempo nel posto dedicato allo stato intermedio.
Lo stesso Signore Gesù ha confermato tutto questo, in linea con la sua opera di compimento della Legge (Mt 5:17), allorché disse, senza tema di smentite, che l’Eterno “non è il Dio dei morti ma dei vivi” (Mt 22:31-32). In questo caso, Egli si riferiva ad Abramo, Isacco e Giacobbe i quali, in questo preciso momento, sono viventi al suo cospetto: ciò conferma l’insegnamento dell’Antico Testamento secondo cui, dal punto di vista di Dio, lo stato intermedio dell’anima non è altro che una provvisoria continuazione della vita terrena, anche se in condizioni particolari e con precisi limiti ambientali ed esistenziali.
Anche il comportamento del Cristo, oltre alle sue parole, ha potuto confermare il progetto divino di uno stato cosciente dell’anima dopo la morte. Quando il Signore fu trasfigurato sull’alto monte davanti ai discepoli, infatti, sta scritto che “apparvero loro Mosè ed Elia che conversavano con lui” (Mt 17:3). Questo episodio assomiglia un po’ a quello di Saul e della maga, ma stavolta il clima è intriso di santità e di perfezione: in ogni caso, ecco di nuovo delle anime di defunti che emergono nel mondo materiale e si comportano come normalissimi esseri viventi, dialogando senza problemi col Signore Gesù Cristo trasfigurato.

(3. continua)

Giuseppe Martelli
(Assemblea di Roma Borgata Finocchio)



1. In questa sede non è il caso di affrontare l’annosa questione della bipartizione (corpo-anima e spirito) ovvero della tripartizione (corpo-anima-spirito) dell’essere umano. Per questo, useremo indifferentemente le parole “anima” e “spirito” per intendere la parte non fisica dell’uomo e della donna.
2. Neanche Luzzi aveva mai usato questa traduzione, mentre invece Diodati l’aveva utilizzata per ben 239 volte, per lo più al fine di rendere il greco “Ades”.
3. In altri due brani dell’Ecclesiaste potrebbe sembrare che si parli di stato intermedio dell’anima, ma in realtà riteniamo che si tratti piuttosto del destino del corpo fisico dell’uomo, che viene sotterrato come quello degli animali (3:19-20), oppure che si parli dell’impossibilità di portare nell’oltretomba alcunché di materiale (5:15).