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morire “nella fede”
     


      Abramo, Isacco e Giacobbe, così riferisce un commento della Parola di Dio alla loro vita, “sono morti nella fede, senza ricevere le cose promesse” (Eb 11:13). Al momento della loro morte non avevano ancora ricevuto quanto era stato loro promesso. Chi aveva fatto loro delle promesse non le aveva mantenute, deludendo in questo modo la fiducia che essi avevano riposto in lui. È, questa, la stessa delusione provata da migliaia di uomini, morti senza veder realizzati i loro sogni, senza veder soddisfatte le loro attese, senza veder adempiute le promesse ricevute... ma è anche la delusione commiserante dei vivi che, davanti ai morti, si lasciano andare a commenti del tipo: “Aveva sperato che..., aveva atteso che..., gli era stato promesso che... ma niente di niente!”. E, una vita che finisce con un “senza” appare come una vita spesa invano, una vita inutile nella quale non è stato possibile realizzare quanto desiderato, atteso e sperato. “La speranza è l’ultima a morire”, recita un detto popolare, perché con la morte di una persona muore anche la speranza che ne aveva sostenuto il cammino, talvolta proprio fino all’ultimo. Abramo, Isacco, Giacobbe: testimoni, dunque, di una fede deludente?
      Assolutamente no! Abramo, Isacco e Giacobbe “sono morti nella fede”, cioè sono morti immersi nella visione che avevano ricevuto dalla fede, una visione che proiettava la loro speranza oltre la morte. È vero: “le promesse” non le avevano ancora ricevute, ma le avevano “vedute e salutate da lontano”. Avevano visto che il tempo della realizzazione dei progetti di Dio per loro non coincideva con il tempo limitato della loro vita. La loro fede, invece che essere deludente, si è rivelata proprio nel momento della loro morte come una fede vincente. È per questa fede che essi sono morti vedendo e salutando. Ma la visione non ha provocato in loro un saluto rivolto al passato, alle realtà perdute, quanto piuttosto un saluto rivolto al futuro, alle realtà delle quali erano certi che prima o poi sarebbero entrati in possesso. Come Abramo, Isacco e Giacobbe, anche il credente in Cristo, quando muore, non saluta il passato, non saluta la vita che è già venuta, ma saluta il futuro, saluta la vita che verrà!
      “Abramo – ha detto Gesù – ha gioito nell’attesa di vedere il mio giorno, e l’ha visto, e se n’è rallegrato” (Gv 8:56). Abramo ha visto il progetto divino che, realizzato nel “giorno” di Cristo, avrebbe portato salvezza della sua progenie e a tutte “le famiglie della terra” (Ge 12:3). Ne ha provato una gioia intensa e da questa gioia egli è stato sostenuto non soltanto durante il suo pellegrinaggio sulla terra, ma anche nel momento in cui ha capito che l’adempimento delle promesse divine non coincideva con l’arco di tempo che gli era stato concesso da vivere quaggiù. Egli è morto immerso nella fede nel Dio che lo aveva chiamato e guidato; immerso nella visione delle realtà future determinate dalla realizzazione dei progetti divini attraverso l’adempimento delle sue promesse! “Ora – Abramo, Isacco e Giacobbe – desiderano una patria migliore, cioè quella celeste” (Eb 11:16). “Ora”, in questo momento? Sì, perché il loro desiderio, la loro speranza, la loro attesa è sopravvissuta alla loro morte. Pur godendo già la presenza del loro Dio, Signore e Salvatore, essi continuano a sperare, a desiderare, ad attendere il pieno adempimento dei progetti di Dio per la storia dell’uomo.
Il credente in Cristo si protende “verso le cose che stanno davanti” (Fl 3:13), le vede, le saluta, anche se ancora “da lontano” (ma per noi certamente meno da lontano rispetto ad Abramo, a Isacco, a Giacobbe!!). Soprattutto: le desidera, le spera, le attende!
      Moriremo senza aver ricevuto “le cose promesse”? Rallegriamoci comunque perché queste “cose” le abbiamo viste, le abbiamo salutate, sappiamo per certo che le riceveremo!

Paolo Moretti