Dio valorizza le risorse della terza età. E noi?

LA BELLA ETÀ
DEI MAESTRI DI FEDE

Se è vero che, a motivo del prolungamento della durata media della vita, la nostra società è formata da una percentuale sempre più alta di persone anziane e se è altrettanto vero che le persone anziane sono emarginate e non sono apprezzate per quello che valgono, corriamo il rischio di vivere fra qualche anno in una società di emarginati e di sottovalutati. Anche davanti a questa problematica reale è quanto mai urgente riscoprire, per il nostro bene, il valore unico che Dio attribuisce nella sua Parola alle persone anziane ed al loro insostituibile servizio.


La nostra società è incapace di vivere insieme alla persona anziana. Eppure chi è carico d’anni spesso conosce il segreto della vita ed ha imparato ad amarne il gusto e il profumo.


La vecchiaia non è una malattia

Le statistiche parlano chiaro: la popolazione italiana, come quella degli altri Paesi Occidentali, sta rapidamente invecchiando, con conseguenze imprevedibili.
Il 18% della popolazione italiana è composta da ultra sessantacinquenni e soltanto il 14% da giovani con meno di quindici anni. Attorno a noi si vedono sempre meno passeggini colorati e sempre più panchine affollate da anziani.
Per alcuni, oggetto di lazzi e sorrisetti, la vecchiaia è vista come “un decesso a piccoli pezzi”, mentre per altri è il tempo dell’inattività, del non rendimento: un tempo quindi in cui si è di peso.
I nostri padri latini dicevano che la vecchiaia è di per sé una malattia (senectus ipsa morbus est=la stessa vecchiaia è una malattia). E morivano giovani.
Grazie ai progressi della medicina e alle migliorate condizioni sociali ed economiche, in molte regioni del mondo, la vita si è notevolmente allungata (le donne italiane hanno una speranza di vita di 80 anni e gli uomini di 76). Ma non siamo contenti e i vecchi costituiscono sempre un problema.
Ma perché?
• “Per i costi sociali” dicono alcuni. Sarà. Risulta però che molte famiglie italiane riescono a sbarcare il lunario grazie proprio agli anziani. Li buttiamo con la loro pensione.
“Impongono obblighi che impediscono di organizzare il proprio tempo e di fare la propria vita” dicono altri. E quando gli anziani ci davano tutto il loro tempo, tutte le loro risorse, tutta la loro vita, noi dove eravamo?
“Sono fuori dal mondo, non ragionano” dicono altri ancora.

È proprio curiosa questa nostra incapacità di vivere insieme alla persona anziana. Si vive insieme ad arrivisti, a bugiardi, a incapaci, e persino a delinquenti, a finti amici e, qualche volta, a finti mariti o a finte mogli, ma insieme agli anziani no.
Ci risultano insopportabili. Forse sono pochi quelli che desiderano invecchiare?
Eh, no!
Nessuno vuole chiudere la partita in fretta.Tutti sperano di vivere più a lungo possibile. Di invecchiare dunque. O qualcuno immagina di vivere a lungo senza invecchiare?


Convertirsi al valore degli anziani

In una società come la nostra, in cui prevale il culto della produttività, gli anziani rischiano di essere definitivamente accantonati come persone non solo inutili, ma perfino dannose o causa di seccature: “Il vecchietto, dove lo metto?” recitava una canzone di qualche tempo fa.
Oltre che squallido, questo modo di comportarsi con gli anziani è stupido. Soprattutto perché ci prepara, a nostra volta, ad essere trattati allo stesso modo. Quando sarà il nostro turno, saremo anche noi zittiti, emarginati, squalificati, pezzi da rottamare.
Ma è proprio questa la considerazione che, dell’anziano, ha l’autore ispirato da Dio?

Che cosa ci rivela la Bibbia su quella che è considerata l’ultima stagione della vita?


La vecchiaia nel piano di Dio

Mediante suggestive metafore, l’autore sacro ricorda, in tono realistico, la progressiva decadenza dell’anziano fino alle soglie della morte:
“Questo mio corpo si disfa come un legno, come un abito roso dal tarlo” (Gb 13:28).

Se si confida nel Creatore, non provoca smarrimento o disperazione l’esperienza dell’affievolirsi delle forze fisiche e psichiche, quando non si avrà più alcun piacere, quando “...i guardiani della casa (le mani) tremano, gli uomini forti (le gambe) si curvano, le macinatrici (i denti) si fermano, quelli che guardano dalle finestre (gli occhi) si oscurano, i due battenti della porta (le orecchie) si chiudono sulla strada perché diminuisce il rumore della macina...” (Ec 12:3-9).
Sebbene gli occhi possano indebolirsi tanto da non vederci più, come nel caso di Isacco (Ge 27:1), di Giacobbe (Ge 48:10) o del sommo sacerdote Eli (1Sa 4:15), tuttavia nella Bibbia la vecchiaia è considerata positivamente: un’età benedetta, addirittura il segno escatologico della gioia e della pienezza di vita.

Così parla il Signore degli eserciti:

“Ci saranno ancora vecchi e vecchi che si sederanno nelle piazze di Gerusalemme, ognuno avrà il bastone in mano, a motivo della loro età molto avanzata”
(Za 8:4).

L’anziano è presentato (e apprezzato) come l’uomo della sapienza, del discernimento, del consiglio:
“I capelli bianchi sono una corona d’onore” (Pr 16:31).

Un antico detto ebraico afferma: “Gli anziani portano stabilità a Israele e danno buoni consigli alla gente. La prosperità di un Paese dipende dal trattamento riservato agli anziani”.

Fin dai tempi di Mosè esisteva perfino un’importante istruzione civile e religiosa, formata da un collegio di anziani che esplicavano varie funzioni, come quella di giudici:
“Gli anziani della mia città lo manderanno a prendere di là e lo daranno nelle mani del vendicatore del sangue affinché sia messo a morte” (De 19:12).

Oppure esplicavano la funzione di consiglieri:
“Va’, raduna gli anziani di Israele e di’ loro...” (Esodo 3:16),
o hanno ruoli direttivi:
“Mosè salì sul monte di Dio e disse agli anziani: «Finché non torneremo da voi... chiunque abbia qualche problema si rivolga a loro»” (Es 24:13-14).
Questa classe sociale è ricordata molto spesso nella Bibbia con l’espressione “gli anziani della città”.
Fondamento del grande rispetto, onore e considerazione che si deve all’anziano è la legge:
“Alzati davanti al capo canuto, onora la persona del vecchio e temi il tuo Dio. Io sono il Signore” (Le 19:32).
Il comando di onorare l’anziano ritorna altrove nella Bibbia, in particolare in riferimento ai famigliari:
“Da’ retta a tuo padre che ti ha generato, e non disprezzare tua madre quando sarà vecchia” (Pr 23:22).
“Onora tuo padre e tua madre, come il Signore, il tuo Dio ti ha ordinato, affinché i tuoi giorni siano prolungati e affinché venga a te del bene sulla terra che il Signore tuo Dio ti dà” (De 5:16).

Si deve perciò pensare che, se il Signore dà una vita lunga come premio di un comportamento lodevole verso i propri genitori, vuol dire che diventare anziani è un bene.
La Bibbia ci riporta anche una breve quanto suggestiva preghiera che un anonimo salmista, rivolge a Dio:
“Non respingermi nel tempo della vecchiaia, non abbandonarmi quando le mie forze declinano” (Sl 71:9).

Alla luce della Parola di Dio la vecchiaia non è dunque un tempo di decadimento, di rinuncia e chiusura, ma è un tempo in cui l’anziano svolge un ruolo importante nella società e nella famiglia.
Gli anziani svolgono, noi svolgiamo (anch’io appartengo alla “terza età”) un compito specifico per lo sviluppo di una autentica cultura della vita, testimoniando che ogni momento dell’esistenza è un dono di Dio e ogni stagione della vita ha le sue specifiche ricchezze da mettere a disposizione di tutti. Non perché sono un melo vecchio produco mele vecchie! È un tempo diverso, certo, ma non meno fecondo e importante per sé e per gli altri.
La vecchiaia dunque non è una disgrazia, ma una grazia, non un impoverimento ma una ricchezza.
Pur nei suoi limiti e con i suoi acciacchi, è un dono di Dio (che molti non arrivano a ricevere), l’occasione di una maturità umana e spirituale, di una testimonianza di fede per i più giovani.
L’apostolo Paolo, sul finire della sua missione, si dichiarava vecchio (Fi 9); eppure afferma che, con Cristo, tutto è rinnovato, tutto è nuovo:
“Se uno è in Cristo, egli è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate: ecco, sono diventate nuove” (2Co 5:17).

Ed è proprio su questo sguardo di fede aperto verso l’orizzonte del cielo, che l’ultima stagione della vita acquista il suo pieno e definitivo valore. Bisogna prepararsi a diventare giovani:
“...perciò non ci scoraggiamo; ma anche se il nostro uomo esteriore si va disfacendo, il nostro uomo interiore si rinnova di giorno in giorno” (2Co 4:16).

La giovinezza, o rigenerazione, di cui parla l’apostolo Paolo non è quella ottenuta faticosamente (e inutilmente) con operazioni di lifting o con speciali creme di bellezza. Non si tratta di una riverniciata, come si fa per una vecchia automobile: la verità del messaggio biblico tocca direttamente l’essenza della nostra vita e del nostro destino. Ecco perché Paolo può affermare:
“Non scoraggiamoci, perché la nostra momentanea, leggera afflizione ci produce un sempre più grande, smisurato peso eterno di gloria, mentre abbiamo lo sguardo intento non alle cose che si vedono, quelle che non si vedono sono eterne” (2Co 4:17-18).

Come conclusione ci sembrano appropriate le parole di un inno, nel quale l’autore chiede a Dio di poter vivere l’ultima esperienza della vita come visione e benedizione, speranza e abbandono.

“Il giusto fiorirà come la palma, crescerà come il cedro del Libano. Quelli che sono piantati nella casa del Signore fioriranno nei cortili del nostro Dio. Porteranno ancora frutto nella vecchiaia, saranno pieni di vigore e verdeggianti, per annunziare che il Signore è giusto; egli è la mia rocca, e non v’è ingiustizia in lui”
(Sl 92:12-15).


L’anziano: maestro di fede:
Dio capovolge la scala
dei valori del mondo


L’anziano spesso ritiene esaurito il suo compito; ma, nel piano divino di salvezza, è chiamato a donarsi ancora diventando maestro di fede per i giovani.
Trattando il tema della vecchiaia alla luce della Bibbia, abbiamo segnalato innanzitutto il limite che la terza età comporta: l’organismo si affievolisce, la mente si appanna, la debolezza apre la via alla malattia, il senso della fine incombe.
Eppure non dobbiamo ignorare che la logica di Dio non procede secondo la nostre vie, anzi le scelte di Dio possono essere paradossali, come afferma l’apostolo Paolo nella prima lettera ai Corinzi:
“Dio ha scelto le cose pazze del mondo per svergognare i sapienti; Dio ha scelto le cose deboli del mondo per svergognare le forti. Dio ha scelto le cose ignobili del mondo e le cose disprezzate, anzi le cose che non sono, per ridurre al niente le cose che sono, perché nessuno si vanti di fronte a Dio” (1Co 1:27-29).
Secondo il metodo ampiamente confermato nella Bibbia, per realizzare ciò che entra nel suo piano di salvezza, Dio sceglie proprio quelle persone che umanamente sembrano le meno adatte e le meno valide. Non c’è stagione della vita nella quale il Signore non possa intervenire, da par suo, per realizzare ciò che si è prefisso di fare, attraverso la fragilità di corpi deboli e anziani.
È quello che avviene nel meraviglioso parallelo di due coppie di vecchi: Abramo e Sara nell’Antico Testamento; Elisabetta e Zaccaria nel Nuovo.


Abramo e Sara

Non è necessario richiamare nei dettagli – tanto è nota – la storia di questa coppia di sposi che, ormai avanti negli anni, ha avuto un bambino: Isacco, il figlio della promessa, evento irrealizzabile secondo le previsioni umane.
Il germe insperato della vita nasce da un grembo sterile e morto, dato che Sara non aveva più i corsi ordinari delle donne (Ge 18:11) e la storia dei credenti prende l’avvio.
Al riso dubbioso di Abramo (“Allora Abramo si prostrò con la faccia a terra, rise, e disse in cuor suo: «Nascerà un figlio a un uomo di cent’anni?»”, Ge 17:17) e a quello di Sara (“Sara rise dentro di sé, dicendo: «Vecchia come sono, dovrei avere tali piaceri?»”, Ge 18:12) si sovrappone, potente e grandioso, il riso di Dio, incarnato nel nome di Isacco, che in ebraico significa: “Il Signore ha riso”.
Isacco ricorderà all’umanità la potenza di Dio... “che fa rivivere i morti, e chiama all’esistenza le cose che non sono” (Ro 4:17).
E Paolo, meditando su Abramo, suggerisce l’impegno di fede come strumento di salvezza proprio attraverso la vecchiaia:

“Egli vide che il suo corpo era svigorito
(aveva quasi cent’anni) e che Sara non era più in grado di essere madre; davanti alla promessa di Dio non vacillò per incredulità, ma fu fortificato nella sua fede e diede gloria a Dio, pienamente convinto che quanto egli ha promesso è anche in grado di compierlo” (Ro 4:19-21).
Sotto questo profilo, la vita di Abramo e Sara è uno spazio totalmente offerto a Dio, che può così rendersi presente con la sua imprevedibile e gratificante onnipotenza. La Bibbia indica la totale e radicale disponibilità dei due sposi all’azione di Dio, anche cambiandone il nome (Ge 17:5, 15). Abramo (padre eccelso) diventa Abraamo (padre di una moltitudine) e Sarai (nobile, distinta) diventa Sara (principessa).
Il nome nella Bibbia esprime l’essenza stessa delle persone: benché avanti negli anni, Sara e Abramo sono resi nuovi da Dio, perché nuova è la missione a cui sono chiamati.
Leggiamo anche che Sara è prescelta come modello per le donne, proprio per la sua obbedienza ad Abramo e a Dio: di lei le donne cristiane “sono diventate figlie, facendo il bene senza lasciarsi turbare da nessuna paura” (1P 3:6).
Sempre di Sara leggiamo che:
“Per fede, benché fuori di età, ricevette forza di concepire, perché ritenne fedele colui che aveva fatto la promessa” (Eb 11:11).
La missione di Abramo e di Sara è quindi la stessa: per realizzare il suo progetto, Dio ha bisogno di tutti e due. A tutti e due affida un compito importante, con tutti e due stringe un rapporto singolare, che segna per sempre la loro vita. L’esempio di Abramo e Sara è davanti a tutti noi e non abbiamo alcun motivo per moltiplicare lamenti o brontolii per la nostra vecchiaia, anche se l’età spesso porta con sé nuovi problemi e frequenti malanni.

La storia è ricca di personaggi che hanno realizzato il meglio delle loro imprese in tarda età.


Zaccaria ed Elisabetta

Come da una radice spenta era sorto il popolo dell’alleanza, così da un grembo sterile inizia una nuova storia: quella di Elisabetta e Zaccaria.
Anche questa coppia di sposi anziani la conosciamo bene. Sono i genitori di Giovanni il Battista e, come il figlio, hanno la missione di preparare la venuta del Salvatore: Gesù di Nazaret.
Anche loro, sperimentando la paternità e la maternità in età molto avanzata, sono il segno tangibile della onnipotenza divina che vuole mettersi al servizio dell’umanità.
Hanno desiderato a lungo di poter diventare genitori, ma tale desiderio si è potuto realizzare solo per l’intervento straordinario di Dio.
Così il Signore ha voluto non solo gratificare l’attesa, del resto legittima, dei due sposi, ma ha voluto anche preparare un altro grande evento, centrale nella storia dell’umanità: la nascita di Gesù.
Questi sposi, secondo la testimonianza dell’evangelista Luca, hanno saputo sintetizzare il significato della grazia ricevuta con espressioni altamente ispirate.
Elisabetta fu piena di Spirito Santo, e ad alta voce esclamò: “Benedetta sei tu fra le donne e benedetto è il frutto del tuo seno” (Lu 1:41-45)
Zaccaria il padre di Giovanni il Battista fu pieno di Spirito Santo e profetizzò:
“Benedetto sia il Signore, il Dio di Israele, perché ha visitato e riscattato il suo popolo...” (Lu 1:67-69)
Con il suo cantico, Zaccaria sintetizza la teologia e la spiritualità dell’Antico Testamento, rivelandosi così testimone di una lunga e appassionata attesa: l’attesa del Salvatore, dono della bontà misericordiosa di Dio e sole che illumina tutte le genti.


L’inno di Zaccaria

Questo inno, oltre che una profezia (vv. 76-79), è la risposta all’interrogativo dell’anziano che ritiene ormai esaurite tutte le sue capacità di partecipare alla costruzione del piano divino di salvezza:
“Da che cosa conoscerò questo? Perché io sono vecchio e mia moglie è in età avanzata” (Lu 1:18).
Dalla coscienza della propria fragilità può nascere dunque un impegno nuovo, perché, come già ricordato “anche se il nostro uomo esteriore si va disfacendo, il nostro uomo interiore si rinnova di giorno in giorno” (2Co 4:16) e la dignità della vecchiaia può ancora essere chiamata ad operare nel regno di Dio. Appare così il volto luminoso dell’anziano che deve trasmettere fedelmente ai giovani la Parola del Signore:
“Questi comandamenti, che oggi ti do, ti staranno nel cuore; li inculcherai ai tuoi figli, ne parlerai quando te ne starai seduto in casa tua, quando sarai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai” (De 6: ; 11:19).

La testimonianza dell’anziano, nella scena esemplare della celebrazione della Pasqua ebraica (Es 12), dove la generazione antica trasmette la risposta di Dio all’interrogativo della giovane generazione, riunita attorno alla tavola pasquale:
“Osservate dunque questo come un’istituzione perenne per voi e per i vostri figli... Quando i vostri figli vi diranno: ‘Che significa per voi questo rito?’ risponderete: «Questo è il sacrificio della Pasqua in onore del Signore, il quale passò oltre le case dei figli di Israele in Egitto, quando colpì gli egiziani e salvò le vostre case»” (Es 12:24-27).

Il tema della comunicazione della fede dalla generazione anziana alla nuova discendenza è costante nella Bibbia:
“Quel che abbiamo udito e conosciuto, e che i nostri padri ci hanno raccontato, non lo nasconderemo ai loro figli; diremo alla generazione futura le lodi del Signore, la sua potenza e le sue meraviglie che egli ha operate” (Sl 78:3-4)
L’anziano diventa così maestro di fede.

Ezio Coscia
(Assemblea di Sestri Levante, GE)