Evangelizzazione originale

LA STORIA
DI MISTER ETERNITY

Scrivere una sola parola (“eternity” = eternità), ripetutamente e nei luoghi più impensati, è stato il metodo assolutamente originale che un credente australiano, Arthur Stace, ha utilizzato per richiamare l’attenzione sulla reale dimensione temporale della nostra vita e sulla necessità di essere preparati ad affrontarla.


Un ricordo perenne

Per lo scoccare dell’ultimo battito che avrebbe scandito lo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre 1999, era stato promesso a Sidney in Australia uno spettacolo di fuochi artificiali tale da superare tutte le celebrazioni previste in ogni parte del mondo per salutare l’arrivo dell’anno 2000 e, quindi, tale da rendere quella serata indimenticabile.
In realtà così avvenne. Infatti nelle ventiquattr’ore successive i vari canali televisivi e i giornali, in tutto il mondo, mostrarono e commentarono quell’indimenticabile spettacolo avvenuto nel magnifico porto di Sidney, sottolineando anche il fatto che oltre un terzo dei quattro milioni di abitanti della città si era riversato sulle banchine del porto proprio di fronte al gigantesco e famosissimo ponte di Sidney. Dopo un tripudio di luci sfolgoranti e di fuochi scoppiettanti, al centro delle capriate del ponte è apparsa come per incanto la parola “Eternity”.
Questa parola sembrava recare un messaggio sospeso nell’aria fra cielo e terra, come la luce brillante di un faro: un avvertimento per tutti gli uomini, creature destinate da Dio all’eternità, ma non sempre consapevoli del fatto che il tempo qui sulla terra vola. Oltre a questa apparizione luminosa, nella notte di passaggio fra il ventesimo ed il ventunesimo secolo, questa parola è stata poi posta in una delle piazze principali della metropoli, scritta su una targa di bronzo collocata sulla pavimentazione. La decisione di proiettare nel cielo, e poi di incidere su una targa, la parola “Eternity” ha avuto per la municipalità di Sidney lo scopo di ricordare in modo perenne la memoria di un suo concittadino: Arthur Stace, un uomo eccezionale che ha lasciato una traccia perenne nel cuore di intere generazioni di australiani.


Alla scoperta di Mister Eternity

Arthur era un uomo minuto, non raggiungeva il metro e settanta di altezza. Non aveva avuto alcuna istruzione. Secondo la sua stessa testimonianza, riusciva a malapena a scrivere il proprio nome. La moglie gli leggeva le lettere che riceveva e lui le dettava le risposte da scrivere. Malgrado ciò, quest’uomo incredibile si alzava tutti i giorni alle cinque di mattina, mettendosi poi in cammino per le vie del centro di Sidney oppure nei sobborghi, per scrivere sul selciato con un pezzo di gesso la parola “Eternity”. Strano a dirsi, ma la grafia che egli usava era bellissima. Giorno dopo giorno, questo “mandato” che egli si era imposto con vera passione, impossibile da eguagliare, lo portò ad affidare ad una straordinaria parola questo suo messaggio, semplice ma profondo, per negozianti, per la gente affaccendata, per i lavoratori, per i passanti. Si pensa che abbia ripetuto quest’operazione di scrittura del nome oltre 500.000 volte.
Per mesi i giornalisti hanno riportato sui giornali locali il fatto di questa scritta che appariva di qua e di là per le strade della città. Tutti gli abitanti di Sidney ne discutevano, alla ricerca dell’ignoto responsabile.
Ma... chi era in realtà?
Nessuno poteva prevedere dove questa parola sarebbe apparsa il giorno seguente: poteva apparire nel cuore della città oppure a venti chilometri di distanza in qualche sobborgo. Un giorno apparve persino a Melbourne, a novecento chilometri di distanza!
Non vi era però dubbio che l’autore di quelle scritte fosse sempre la stessa persona. Così, nelle colonne dei giornali, si cominciò a presentarlo ai lettori come “Mister Eternity”. Finalmente un giorno, nel 1956, dopo ventiquattro anni dalla prima apparizione della scritta, Lisle Thompson, pastore della chiesa battista di Burton Street che Arthur Stace frequentava, lo sorprese mentre si accingeva a scrivere la parola su un marciapiede.
“Arthur, sei tu Mister Eternity?” – chiese.
Di rimando ricevette una risposta immediata, nello stile proprio delle aule di tribunale: “Colpevole, vostro onore!”.
Scoperta l’identità di Mister Eternity, Arthur Stace venne in seguito intervistato da alcuni giornalisti. Il 21 giugno 1956 il Daily Telegraph pubblicò un rapporto dettagliato sulla vicenda. Molti anni più tardi, nel 1994, fu addirittura un documentario televisivo a presentare a tutta l’Australia la sua vita ed il suo originalissimo impegno.


Da un’infanzia infelice ad una vita depravata

Arthur Stace era nato a Balmain, un sobborgo di Sidney, nel 1884. Suo padre era un alcolizzato e la madre conduceva una casa di tolleranza. Ebbe due fratelli, morti entrambi a causa della loro dipendenza dall’alcol. Le sue due sorelle seguirono le orme della madre, conducendo a loro volta delle case di tolleranza. Durante la sua infanzia fu costretto più volte a cercare riparo dai colpi, dal momento che le liti fra le mura domestiche erano una consuetudine quotidiana nella sua famiglia.
Lui stesso raccontò che i cinque figli, da piccoli, si ritrovarono più volte costretti a dormire sopra dei sacchi nel fondo della casa, per sfuggire all’ira e alle violenze del padre ubriaco. In questa situazione, la famiglia visse nella più nera povertà ed il piccolo Arthur fu costretto ad affrontare una lotta giornaliera alla ricerca di cibo, per poter sopravvivere. Più volte fu sorpreso a rubare per mangiare e a dodici anni venne posto sotto la tutela dello Stato.
Non avendo ricevuto alcuna educazione, fu costretto ad accettare all’età di quattordici anni il primo lavoro che gli capitò, in una miniera di carbone. A quindici anni ebbe la prima condanna e varcò le soglie della prigione. A quella giovane età era già diventato un forte bevitore. All’età di vent’anni andò a vivere a Surrey Hills, un altro sobborgo di Sidney vicino alla stazione ferroviaria.
Sopravviveva, vendendo clandestinamente bottiglie di bevande alcoliche, per conto di alcune birrerie e di alcuni pubs della zona. Aveva anche un’occupazione notturna: fare la sentinella, per segnalare eventuali incursioni della polizia, di case da gioco clandestine e di case di tolleranza.
Tutta la sua vita era diventata un conflitto permanente con la polizia, tanto che fu arrestato molte volte e la sua vita diventò un continuo entrare ed uscire dalla prigione.


Sempre più a fondo...

Dopo lo scoppio della Grande Guerra del 1914-1918, pur di sfuggire alla vita disordinata che conduceva, si arruolò come volontario nell’aereonautica militare australiana.
Venne inviato nei campi di battaglia in Francia, dove svolse il compito di barelliere per il trasporto dei feriti e di tamburino nella banda militare. Più volte, successivamente, avrebbe testimoniato gli orrori di quella guerra nelle trincee continuamente sottoposte ai bombardamenti di artiglieria, dove la precarietà della vita costituiva un continuo motivo di terrore. Egli stesso fu ferito ad un occhio, la cui vista fu seriamente compromessa.
Nel 1919 fece ritorno in patria dove venne congedato. Oltre alla ferita all’occhio, dall’esperienza della guerra riportò uno stato di instabilità nervosa e, perciò, di continua sofferenza, provocato dal rumore dello scoppio dei proiettili e dall’aver inalato gas venefici. Ritornando a casa, la cosa più semplice per lui fu quello di riprendere contatto con le vecchie amicizie. Così, ben presto, la sua vita tornò ad essere assorbita dal vortice dell’alcolismo, del gioco, della prostituzione, del crimine in generale.
Continuava però a vivere in uno stato di povertà permanente, tant’è vero che girava attorno per la città alla ricerca di cibo nei bidoni della spazzatura. Per fuggire alla realtà di una vita così dura e difficile cominciò a bere sempre di più. Ricordando quei giorni, più tardi avrebbe detto di sé stesso:
“Ero diventato un meschino criminale, un vagabondo ed un grande bevitore di alcol”.
L’alcol che aveva distrutto la vita di suo padre, stava controllando e distruggendo anche la sua. Egli stesso ha raccontato che una sera, disperato, entrò barcollando in un ufficio di polizia chiedendo di essere messo in prigione. Ma gli agenti di servizio respinsero la sua richiesta. All’evangelista John G. Ridley avrebbe più tardi fatto personalmente questa confidenza: “Quando non voglio che mi mettano dentro. essi arrivano e non ci pensano due volte. Quando invece lo voglio e sono io a chiedere che mi mettano in prigione, loro mi lasciano fuori”.


La svolta che cambiò la sua vita

Negli anni 1929-1930 tutto il mondo conobbe gli anni terribili della recessione economica. Gli uomini vagavano per le strade della città senza lavoro, cercando degli aiuti da qualche parte.
Un punto di richiamo per molti disperati divenne la chiesa anglicana di San Barnaba, dove il rev. Hammond conduceva speciali incontri di soccorso e incoraggiamento per uomini bisognosi. Quest’uomo era un convinto evangelista ed aveva particolarmente a cuore i bisogni del popolo. Nei suoi incontri egli presentava Gesù Cristo come unica soluzione per i problemi che affliggevano l’umanità intera. Dopodiché trascorreva ancora del tempo con i partecipanti, conversando con loro ed offrendo loro una tazza di tè ed un pezzo di dolce chiamato rock (roccia).
Il 6 agosto 1930, vagando come faceva ogni giorno per la città, Arthur Stace, entrò per partecipare ad una di queste “Riunioni per uomini bisognosi”. In una grande sala trovò trecento persone sedute. Guardandosi in giro, notò alcune persone ben vestite, che stavano in piedi vicino all’entrata. Si rivolse allora ad un uomo che si era seduto vicino a lui e che conosceva bene come compagno di sventura e soprattutto come uno dei più noti criminali della città.
“Chi sono quelle persone?” gli chiese.
L’altro rispose prontamente: “Credo siano dei cristiani”.
Arthur, riflettendo, a sua volta commentò: “Bene! Guarda loro e guarda quello che invece siamo noi...”.
Dopo la predicazione del vangelo e dopo la consueta offerta di tè e di dolce, Arthur si avviò fuori dalla sala, attraversò la Broadway, prese una strada che ben conosceva ed entrò nel parco dell’Università di Sidney. Lì, sotto un grande albero di fico, cadde sulle sue ginocchia e, con lacrime di pentimento che gli rigavano copiose il volto, gridò: “Signore, sii misericordioso verso di me peccatore!!”.
Da quel grido, che il Signore udì e raccolse, la vita di Arthur uscì totalmente cambiata. La sua condotta ed il suo impegno, nei rimanenti 37 anni della sua vita, rivelarono che quella conversione a Cristo era stata reale e genuina. Infatti la sua vita divenne una vivente testimonianza della potenza salvifica di Dio. Spesso egli testimoniava:
“I miei peccati, che sono stati molti, sono stati tutti cancellati e lavati”.
Ricordando quel 6 agosto 1930 avrebbe detto più tardi: “Sono entrato per avere una tazza di tè ed un pezzo di dolce, ma ho incontrato la Roccia dei secoli”.


Una predicazione presa alla lettera!

Dopo essere andato a Dio ed aver trovato misericordia, Arthur comprese che ogni persona aveva il suo stesso bisogno: conoscere la grazia del perdono di Dio per essere salvata e trasformata. Per questo motivo egli decise per trentatre anni di camminare per le strade della città alle prime ore del mattino, predicando questo messaggio di salvezza con una sola parola: “Eternity”. Egli aveva compreso, attraverso la Scrittura, che l’eternità è il destino di ogni creatura umana, ma aveva anche capito che esistono due modi opposti per viverla: la gioia del paradiso e l’angoscia dell’inferno. Questa sua convinzione divenne la guida di ogni sua giornata di servizio.
Nel novembre del 1932 l’evangelista John G. Ridley stava conducendo una speciale missione di evangelizzazione presso la chiesa battista di Darlinghurst ed Arthur, pur se già convertito, era lì ad ascoltare. Ridley non avrebbe mai potuto immaginare l’impressione che fece su Arthur la lettura delle parole di Isaia:
“...perché così dice l’alto e l’eccelso che abita l’eternità...” (57:15).
Ridley gridò, mettendo l’accento su quest’ultima parola del testo biblico:
“Eternità! Eternità! Vorrei gridare questa parola in ogni strada di Sidney. Eternità: voi dovete incontrarla! Dovrete passare il vostro tempo nell’eternità...”
Arthur Stace, ricordando quella predicazione, disse qualche tempo più avanti:
“«Eternità»: questa parola da quel momento cominciò a risuonare nel mio cervello come un campanello, mi misi e piangere e sentii una potente chiamata dal Signore a scrivere «Eternity». Avevo in tasca in pezzo di gesso e, appena uscii fuori dalla sala, mi piegai e scrissi quella parola. Cosa strana! Prima di allora, a stento sarei stato capace di scrivere il mio nome. Non ero mai stato a scuola. Non avrei mai potuto comporre la parola «Eternity» neanche se mi avessero offerto cento sterline. Ma le lettere vennero fuori così, facilmente, ed in un bel carattere corsivo. Non posso comprendere ed ancora oggi non riesco a capire come ho potuto farlo”.
Arthur fu come la donna di strada che, entrando nella casa di Simone il Fariseo, lavò i piedi di Gesù con le sue lacrime, asciugandoli poi con i suoi capelli.
Egli amò tanto perché gli era stato perdonato tanto!
Benché per ventiquattro anni la sua identità fosse rimasta sconosciuta, le sue scritte non passarono però inosservate alla polizia.
“Per ventitre volte, dati anche i miei precedenti – egli raccontò – sono stato interrogato dalla polizia, ma mai più sono stato arrestato”.
Proprio uno dei primi giorni fu fermato da un poliziotto che gli chiese:
“Cosa stai scrivendo sul marciapiede?”.
“Bene
– replicò Arhur – è una parola della Bibbia e voglio che la gente la legga. Non può impedirmi di farlo perché si ricordi che, quando lei ha fatto giuramento per entrare nel corpo di polizia, ha messo la sua mano proprio sopra una Bibbia”.
Dopo quelle parole, il poliziotto alzò i tacchi ed andò via. Così Arthur continuò in pace il suo silenzioso e santo ministerio.


Una memoria formidabile

Egli fu un lavoratore instancabile per il Signore. Aveva 47 anni quando fu salvato e si sposò all’età di 57 anni. Trovò lavoro come addetto alla pulizia della città: un lavoro ideale per quello che egli voleva fare ogni giorno, di primo mattino.
Quando si presentava l’opportunità di condividere con gli altri il messaggio dell’Evangelo, non se la lasciava mai sfuggire.
Per molti anni aggiunse, al suo singolare “mandato” evangelistico, un altro impegno. Si fermava all’angolo di una via di Sidney e, in modo indubbiamente pittoresco e insolito, metteva la sua Bibbia per terra sul selciato, poi la copriva, nascondendola, con il suo cappello. Poi si metteva a girare attorno al cappello e puntando il dito, per indicarlo, cominciava a dire ad alta voce:
“È viva! È viva! Guardate: è viva!”.
Vicino a lui si formava così un campanello di curiosi. Dopodiché egli toglieva il cappello e, prendendo in mano la Bibbia ed aprendola su Ebrei 4:12, diceva: “È viva! La Parola di Dio è viva! È vivente e potente e tagliente più di qualunque spada a due tagli”. In quel modo egli catturava l’attenzione delle persone, presentando poi la Buona Novella di Cristo e raccontando come egli aveva cambiato la sua vita, donandogli una speranza per l’eternità.
Malgrado Arthur non sapesse leggere, aveva memorizzato tanti passi della Scrittura e riusciva a presentarli in modo chiaro, senza alcun errore. Molti ricordano che, anche durante gli incontri della chiesa, non aveva bisogno dell’innario, perché aveva memorizzato tutti gli inni. Fu certamente benedetto da Dio nel possedere una memoria incredibile.
Nella sua chiesa a Burton Street, oltre che in un ministerio di evangelista, fu impegnato anche nella collaborazione alla gestione di un ostello e di un rifugio notturno per i bisognosi.


I frutti di Eternity nell’eternità!

Il 30 luglio 1967, nella casa di riposo per anziani dove era stato ricoverato. Mister Eternity fu chiamato alla presenza del Signore a seguito di un infarto.
Ancora oggi, malgrado sia stata sbiadita dal tempo, la parola Eternity è possibile leggerla sulla campana della torre del vecchio ufficio postale di Sidney: come abbia fatto a scrivercela nessuno lo sa! Una cosa è però certa. che ancora il 1° gennaio 2000 la parola Eternity echeggiò in tutta la città e, attraverso i media, in tutto il mondo.
Una riflessione per concludere:
“Ricordando che la trasmissione in mondovisione da Sidney è costata milioni di dollari, quella parola «Eternity» , possiamo dire che fu il più costoso ma anche il più efficace sermone mai predicato. In tutto il mondo giunse il messaggio di quel piccolo uomo, privo di qualsiasi preparazione teologica e che non era mai stato formato per svolgere un ministerio cristiano, ma che all’età di 47 anni si era inginocchiato per confessare a Dio di essere «un criminale meschino. un vagabondo, un grande bevitore di alcol»”.
Arthur Stace ha seminato la buona semenza.
Il Signore la farà crescere e l’Eternità rivelerà la sua raccolta.

Tradotto ed inviato da
Elio Lazzarini
elio@pacifictelco.com.au