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casa o fondamenta?
     


      Alcuni mesi fa, in viaggio fuori Italia con un caro fratello ed amico, visitammo per curiosità una moschea. Ci trattenemmo all’interno più tempo del previsto, complice la conversazione con un giovane che parlava italiano e che ci ha gentilmente spiegato l’iter che un buon musulmano deve compiere, partendo dalla abluzione di mani e viso per presentarsi “puro” davanti ad Allah fino a pregare sgranando una corona quasi identica a quella usata dai cattolici per recitare “il rosario” a Maria. Ho provato una profonda tristezza, del tutto simile a quella che provo ogni volta in cui ho occasione di sostare all’interno di un tempio cattolico, dove, come nella moschea, vedo assenti “lo spirito e la verità” indicati da Gesù come condizioni per adorare l’unico vero Dio e dove soprattutto non scorgo “la libertà” frutto della conoscenza della verità (Gv 8:31-32) e dell’opera di Cristo (Eb 10:19-20). Così ho provato ancora più tristezza quando ho visto le due realtà (la musulmana e la cattolica) associate dalla presenza del papa all’interno della moschea di Istanbul, accanto al gran mufti. E non era, la sua, una visita del turista curioso, ma era lì – queste le sue testuali parole rivolte al mufti – “per pregare il nostro unico Dio e costruire insieme una casa comune”.
      “Casa comune”? Questa espressione, da tempo abusata non solo in religione ma anche in politica (associazione già di per sé significativa!), mi ha fatto ricordare una delle più note parabole di Gesù, quella dei due costruttori, raccontata a conclusione del discorso sulla montagna (Mt 7:24-27): due uomini costruiscono due case, uno (l’avveduto) sulla roccia, l’altro (lo stolto) sulla sabbia. All’arrivo delle tempeste sarà solo la prima casa a resistere, l’altra cadrà e Gesù definisce “grande” la sua rovina: “grande” perché clamorosa e inattesa. C’è un’omissione significativa nel racconto: manca qualsiasi riferimento descrittivo alle due case! Considerando il fatto che la rovina della casa del secondo costruttore giunse inattesa, è possibile ipotizzare una uguaglianza fra le due case: porte simili, finestre simili, simili forse anche le forme architettoniche. Chi fosse giunto davanti a queste due case non si sarebbe posto tanti problemi nello scegliere dove essere ospitato: apparentemente l’una valeva l’altra. Ma chi avesse scelto la seconda casa sarebbe stato poi coinvolto nella sua rovina “grande”. Gesù non dà alcuna descrizione delle case perché vuol farci capire che ciò di cui dobbiamo preoccuparci sono le fondamenta. Dove è stata fondata la casa che abbiamo costruito o la casa sotto il cui tetto abbiamo cercato riparo? Siamo certi che sia stata costruita scavando nel terreno fino ad arrivare alla roccia e che non ci si sia accontentati di rimanere in superficie “sulla sabbia”?
      Le indicazioni di Gesù sono chiare: nel vivere insieme ad altri il nostro cammino con lui, non dobbiamo ricercare “una casa comune”, ma piuttosto dobbiamo ricercare “fondamenta comuni”! Purtroppo quello che ascoltiamo e vediamo intorno a noi, in tempi di sincretismo e di ecumenismo, va in direzione contraria a quanto indicato da Gesù: si cerca di costruire “una casa comune”, senza preoccuparsi di avere le “fondamenta comuni” rappresentate dalla “roccia”. Certo, delle fondamenta comuni ci sono comunque. Ma sono “la sabbia” delle religioni, cioè della presunzione dell’uomo di porre sé stesso al centro e alla base di tutto. “La sabbia” che ha la presunzione di essere “roccia” e che fa assimilare un idolo, quale è Allah, al Dio Padre del nostro Signore Gesù Cristo. Oggi può capitarci sempre più spesso di trovarci davanti a persone che credono che qualunque “casa” vada bene oppure che sembrano avere una “casa” simile alla nostra (parlano come noi, pregano come noi, leggono la Bibbia come noi). Chiediamo a Dio il discernimento per vivere il nostro cammino solo con coloro la cui casa è fondata sulla “roccia”: sulla Roccia che è Cristo (Is 28:16).

Paolo Moretti