Lo “stato intermedio” nella Bibbia

DORMIRE
OPPURE MORIRE? (I)

Cosa accade all’uomo, sia al credente che al non credente, dopo la morte del suo corpo ed in attesa della risurrezione? In quale condizione vive il periodo normalmente indicato come “stadio intermedio”? Per rispondere a queste domande è necessario lasciar parlare la Bibbia per conoscere la rivelazione che Dio stesso ci dà di realtà che noi non potremmo altrimenti sapere. Ma una risposta completa potremo coglierla solo partendo dall’esame del significato che nella Scrittura hanno le parole “morte” e “sonno”.


Introduzione

La prima volta che meditai il brano biblico della resurrezione di Lazzaro, nel capitolo 11 del vangelo di Giovanni, la mia attenzione fu rapita da un uso apparentemente scorretto dei verbi “dormire” e “morire”.
Lazzaro era un amico di Gesù che amava molto sia Lazzaro che le sue sorelle, Marta e Maria. Eppure il Signore non andò subito a trovare l’amico quando gli riferirono che questi era molto malato (Gv 11:2), ma aspettò invece che egli morisse e poi si recò a Betania (v. 5-7).
Ad un certo punto, prima di partire per Betania, discorrendo con i suoi discepoli, Gesù affermò:
“Lazzaro si è addormentato, ma vado a svegliarlo…” (v. 11).
Subito dopo, vedendo che gli apostoli non avevano compreso le sue parole, “disse loro apertamente: «Lazzaro è morto!»” (v. 14).
A seguito delle prime parole di Gesù, i discepoli avevano capito, ed era più che comprensibile, che il Signore stesse parlando del “dormire del sonno” (v. 12), ma il Cristo voleva in realtà riferirsi alla morte fisica.
Questa “stranezza” attirò a suo tempo la mia attenzione, tanto che mi chiesi perché Gesù, in questo caso, avesse usato il verbo “dormire” e come mai, invece, noi non parliamo di “dormire” quando vogliamo indicare lo stato della morte.

Dopo un po’ di tempo, meditando sulla prima lettera dell’apostolo Paolo ai Tessalonicesi, notai che in 4:13-15 per ben tre volte si parla di “quelli che dormono” e anche di “quelli che si sono addormentati” per riferirsi ai “morti in Cristo” (v. 16).
A questo punto non avevo scelta: sentivo un forte bisogno di approfondire la questione e di comprendere da Dio come mai egli, nella sua ispirata Parola, usasse in modo tranquillamente alternativo i due verbi “dormire” e “morire”.
Si tratta forse di sinonimi?
Oppure ci sono differenze importanti tra di loro?
Cosa posso imparare dalla Bibbia da questo punto di vista?

Nel presente studio cercherò di sintetizzare i risultati della ricerca biblica che ho portato avanti da quel momento in poi.
Posso anticipare che, in linea generale, ho scoperto come la Scrittura, usando diverse volte il verbo “dormire” al posto di “morire”, in realtà apre uno squarcio sull’eternità.
In altre parole, in questi casi la Bibbia sottolinea non tanto la fine dell’esistenza terrena quanto piuttosto l’inizio di un periodo transitorio in cui il corpo “dorme” dopo essersi distaccato dall’anima ed è in attesa di essere sottoposto al giudizio finale.

Dal punto di vista strutturale, nel prosieguo del lavoro distinguerò due parti che sono separate ma anche collegate fra loro: il lettore troverà, da un lato, una breve analisi dell’uso biblico di alcuni verbi greci che noi traduciamo “morire” o anche “dormire”; e dall’altro potrà seguire un excursus delle nozioni scritturali attinenti il cosidetto “stato intermedio”, ovvero quel periodo transitorio che separa dall’eternità i corpi “addormentati”, e corrisponde al periodo intercorrente tra la morte fisica e il giudizio di Dio.


Tre verbi!

Nel Nuovo Testamento troviamo tre verbi greci che, nelle nostre traduzioni, vengono resi con “morire” oppure con “dormire”.
Convinti dell’importanza di dare un posto centrale al testo originale, ispirato da Dio, desideriamo dare inizio alla nostra ricerca proprio con una breve analisi di questi tre verbi, dei loro significati, e del loro uso nella Parola di Dio. Essi sono:

Apothnèsko, che viene reso per lo più con “morire”, anche se con diverse accezioni.

• Koimào
, presente nel Nuovo Testamento sia come “morire” sia come “dormire”, con riferimento al sonno ed anche allo stato dopo la morte.

• Kathèudo
simile al precedente, anche se molto meno utilizzato.


APOTHNÈSKO

Questo è il verbo più diffuso per indicare lo stato della morte o del sonno: nel Nuovo Testamento è presente almeno cento volte, soprattutto nel Vangelo di Giovanni (25 volte) e nella lettera ai Romani (22 volte).

Il suo significato primario ha a che fare con il concetto di separazione, e viene applicato:

• alla morte, intesa come separazione fisica del corpo dallo spirito oppure come separazione spirituale fra l’uomo e Dio;

• al sonno, come momentaneo stato di incoscienza, solitamente notturno e conseguente ad uno stato di stanchezza fisica.

Nel Nuovo Testamento non mancano, peraltro, accezioni di carattere più squisitamente spirituali, come quelle attinenti alla condanna eterna degli increduli e alla morte mistica del credente con Gesù Cristo.


La morte fisica

La Scrittura insegna che il corpo fisico dell’uomo, al momento della morte, diventa polvere e come tale ritorna alla terra, separandosi dallo spirito che invece torna al Signore che l’ha donato per un tempo all’uomo (Ec 12:9).
Almeno per i figli di Dio, inoltre, questa separazione dello spirito avviene in modo particolare, se è vero che il povero Lazzaro morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo” (Lu 16:22).
Nel prosieguo di questo studio vedremo cosa s’intenda per “Seno di Abramo”, ma per il momento possiamo notare come, invece, nel medesimo brano sta scritto che “…morì anche il ricco e fu sepolto”.

Il verbo greco apothnèsko, che troviamo due volte in questo passo biblico, viene utilizzato proprio per rendere questo genere di realtà, concernente il destino del corpo fisico dell’uomo: esso si separa dallo spirito e presto diventa polvere, perdendo ogni consistenza e tornando alla terra da dove Dio l’aveva formato.
Peraltro si realizza, in tal modo, la Parola contenuta in Ge 3:19b:
“Sei polvere e in polvere ritornerai”.

Nell’accezione, concernente la morte fisica dell’uomo, apothnèsko viene adoperato nella Scrittura almeno nei seguenti brani:

1. Matteo 26:35, quando Pietro si rivolge a Gesù dopo l’ultima cena e, poco prima di recarsi nell’orto del Getsemani, ha l’ardire di affermare: “Quand’anche dovessi morire con Te, io non ti rinnegherò…”

2. Giovanni 12:32-33, dove il Signore Gesù, indicando “di quale morte doveva morire, fece riferimento alla croce e all’innalzamento dalla terra che essa avrebbe comportato.

3. Giovanni 19:7, che narra dei drammatici momenti che precedettero la condanna di Gesù, nei quali i Giudei dissero: “Egli deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio!”.

4. Atti 21:13, in cui è l’apostolo Paolo a rimproverare i fratelli che non volevano farlo salire a Gerusalemme, dicendo: “Io sono pronto a morire per il nome del Signore Gesù!” .

5. Romani 5:7, dove Paolo parla della grazia e dell’amore di Dio per noi e afferma anche: “Difficilmente uno morirebbe per un giusto, ma forse per una persona buona qualcuno avrebbe il coraggio di morire…”.

6. Filippesi 1:21, famosa massima dell’apostolo con cui egli grida al mondo intero: “Per me il vivere è Cristo e il morire guadagno”.

7. Apocalisse 9:6, allorché ci immergiamo nei futuri giudizi di Dio e, nell’ambito di quelli relativi alla quinta tromba dell’Apocalisse, troviamo scritto: “In quei giorni gli uomini cercheranno la morte ma non la troveranno, brameranno morire ma la morte fuggirà da loro”.

In tutti questi brani si tratta, com’è agevole intendere, di morte nel senso più comune del termine, ovvero dell’irreversibile cessazione delle attività vitali di un corpo umano.
Nel linguaggio comune, questa è l’accezione più diffusa del verbo “morire” ma la Scrittura, nella sua incomparabile ricchezza, ne prevede anche altri.


La condanna eterna

Tra i significati prettamente spirituali del verbo greco apothnèsko, occupa un posto di rilievo l’accezione concernente lo stato di separazione eterna dell’uomo dal suo Creatore. Fra i possibili sinonimi verbali di quest’accezione menzioniamo “essere condannati per sempre” ed anche “perdere la vita eterna”.

Vi sono soprattutto due brani biblici nei quali troviamo il nostro verbo utilizzato con questo significato:

1. Giovanni 6:50, dove sta scritto: “Questo è il pane che discende dal cielo, affinché chi ne mangia non muoia”.
Poco tempo prima Gesù aveva moltiplicato dei pani per circa cinquemila persone (6:1-15), ma ora il Signore parla in modo duro e quasi incomprensibile (v. 60), ma ciò solo perché le sue parole erano “spirito e vita” (v. 63).
In effetti, qui il Cristo non stava parlando di pane materiale ma di quel cibo spirituale che solo lui e la sua Parola possono fornire (v. 35). Ed anche il “morire”, allora, non è qui quello fisico relativo alla separazione del corpo dallo spirito, quanto piuttosto ha un senso spirituale e indica la separazione eterna da Dio, la condanna inappellabile alle fiamme dell’Inferno (cfr v. 40).

2. Giovanni 11:26, quando lo stesso Gesù dirà, davanti alla tomba di Lazzaro: “Chiunque vive e crede in me non morirà mai”.
Anche in questo caso il Signore intende un morire spirituale, e non potrebbe essere altrimenti visto che milioni di suoi seguaci sono fisicamente morti in questi secoli.
D’altro canto, Gesù aveva parlato della morte fisica nel v. 25 usando lo stesso verbo apothnèsko (“chi crede in me anche se muore vivrà”), mentre qui il Signore evidenzia più che altro il destino eterno del credente, che non vivrà separato da Dio se in lui ha sinceramente creduto.


La morte mistica con Cristo

Un secondo significato spirituale del verbo apothnèsko si riferisce alla cosidetta “morte mistica con Cristo” e riguarda esclusivamente i figli di Dio.
In quest’accezione viene ricondotto il concetto che fa risalire alla croce di Cristo il destino dei credenti, nel senso che sussiste un’identificazione di ogni cristiano col suo Salvatore, il quale soffrì e morì per i nostri peccati. In tale prospettiva, allora, duemila anni fa tutti i credenti morirono con Cristo e, in una forma mistica che oggi chiameremmo “virtuale”, essi erano lì su quella croce perché i loro peccati venivano là espiati.

Almeno tre passi biblici parlano di questa realtà e adoperano il verbo apothnèsko:

1. 2Corinzi 5:14, dove sta scritto: “Uno solo morì per tutti, quindi tutti morirono.
È interessante notare che il primo “morire” fa chiaro riferimento alla cessazione delle attività vitali del corpo fisico di Gesù, mentre il secondo, pur presentando lo stesso verbo apothnèsko, non può che riferirsi alla morte mistica dei credenti.
Nessuno di noi era presente quel giorno sul Calvario, e nessuno di noi ha sofferto i patimenti di Gesù… eppure qui l’apostolo dice che tutti i credenti “morirono” quel giorno perché Cristo morì per tutti… che meraviglia poter essere identificati con il Signore anche senza aver sofferto niente delle atroci sofferenze che egli ha patito sulla croce!

2. Romani 6:8, in cui Paolo esclama: “Ora, se siamo morti con Cristo, noi altresì crediamo che vivremo con Lui!”
Il contesto parla chiaramente del “nostro vecchio uomo”, cioè della nostra natura peccaminosa, che “è stato crocifisso con Lui” (v. 6), per cui non v’è dubbio che, anche in questo caso, il riferimento è di carattere spirituale ed è rivolto all’immedesimazione virtuale del credente nelle sofferenze del suo Signore, il quale sulla croce si è caricato di tutti i suoi peccati.
In aggiunta, si può ricordare che in questo versetto apothnèsko è al tempo greco aoristo, il quale indica un’azione istantanea e definitivamente conclusasi nel passato. In altre parole, la nostra morte mistica col Cristo è qualcosa che si è realizzata e cristallizzata nel passato, anche se al presente produce straordinari effetti benefici.

3. Colossesi 3:3, laddove troviamo: “Perché voi moriste, e la vita vostra è nascosta con Cristo in Dio”.
Abbiamo qui una conferma di quanto appena detto, visto che anche in questo caso il verbo apothnèsko è al tempo aoristo: l’immedesimazione mistica del cristiano con la morte di Gesù è un dato di fatto irrinunciabile e immodificabile, che fa parte del passato e si è realizzata duemila anni fa sulla croce del Golgota.
Essa ha diverse conseguenze, come per esempio lo sprigionamento della vita di Cristo nella vita del credente e la custodia di tale vita in Dio stesso, ma ciò non toglie nulla al fatto che questa “morte” non abbia caratteristiche di fisicità come quelle che noi normalmente immaginiamo.


La separazione passata e presente

Il terzo significato spirituale del verbo apothnèsko concerne ulteriori realtà che appartengono ai credenti: la separazione da Dio, che li contraddistingueva prima della loro conversione a Cristo, nonché la separazione dal peccato, dal mondo e dalla legge che deve contraddistinguere la loro vita dopo la conversione.
Esaminiamo questi aspetti uno per uno:

1. In Efesini 2:1 viene presentata la realtà spirituale della separazione passata con queste parole: “Voi, che eravate morti nelle vostre colpe e nei vostri peccati…”.
È evidente che qui la “morte” non può avere nessun significato fisico, perché coloro che si sono convertiti a Cristo non possono essere prima morti…
E poi, la morte è qui chiaramente collegata ai peccati e alle colpe, per cui è evidente che essa abbia caratteristiche spirituali e si riferisca al tempo in cui anche i cristiani erano separati e lontani da Dio a causa delle proprie iniquità.

2. In Romani 6:2, invece, troviamo un brano che parla di uno degli aspetti della necessaria separazione spirituale che al presente deve avere un figlio di Dio, poiché sta scritto: “…noi che siamo morti al peccato, come vivremmo ancora in esso?”
Sulla croce abbiamo lasciato la nostra vecchia natura (cfr Ga 2:20) e la morte mistica col Cristo è lì ad attestare che qualcosa di definitivo è accaduto duemila anni fa, quando anche noi morimmo al peccato… ed ora il peccato deve (o almeno dovrebbe) essere un vecchio e lontano ricordo per tutti noi!

3. In Colossesi 2:20 il concetto viene ulteriormente esplicitato ed ampliato, quando l’apostolo afferma: “Se siete morti con Cristo agli elementi del mondo…”.
Il sacrificio dell’Agnello di Dio non potrà e non dovrà mai essere ripetuto ma, grazie all’immedesimazione virtuale del credente con la croce, i suoi effetti benefici dovrebbero essere evidenti anche ora nei figli di Dio.
Tra questi effetti non dovrebbe mai mancare una sana separazione mentale e comportamentale dalle mode e dalla cultura di questa generazione di tenebre. Il mondo potrà odiarci, e normalmente ciò accadrà, ma non dovremo mai amare il mondo, perché ciò equivale a odiare Dio1 e ad allontanarci da Lui (1Gv 2:15-16).

4. In Galati 2:19, infine, dice: “Per mezzo della Legge, io sono morto alla Legge per vivere a Dio”.
Ecco il terzo aspetto della necessaria e positiva separazione attuale del figlio di Dio sotto un profilo spirituale: con la sua morte, il Signore ci ha anche liberato dalla cultura religiosa, fatta di riti e di regolette umane con cui si cerca di piacere a Dio.
Noi siamo e dovremmo essere morti a questo modo di pensare e di comportarsi, e dovremmo piuttosto avere una relazione viva e personale con il nostro Dio, sperimentando la libertà di un progressivo cammino di santificazione.
Non per niente, nel successivo v. 20 Paolo esplode nella meravigliosa dichiarazione:
“Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo ma Cristo vive in me; la vita che vivo ora nella carne, la vivo nella fede nel Figlio di Dio, il quale mi ha amato e ha dato Sé stesso per me…”.

(1. continua)

Giuseppe Martelli
(Assemblea di Roma Borgata Finocchio)