Lo “stato intermedio” nella Bibbia

DORMIRE
OPPURE MORIRE? (II)

È importante, prima di addentrarci nello studio dei testi biblici che parlano dello “stato intermedio” di ogni persona, fra morte fisica e resurrezione, conoscere bene il significato dei termini con i quali nella Scrittura viene indicata la realtà della morte.


KOIMAO

Questo è il secondo verbo greco che troviamo nel Nuovo Testamento per rendere il concetto di “morire”, da intendersi nel senso di interruzione delle funzioni vitali di un organismo umano.
In realtà, koimào viene spesso tradotto anche con “dormire”, soprattutto nella duplice accezione di quello stato del sonno cui è sottoposto il corpo umano durante una parte della giornata, oppure di quello stato simile al sonno che si verifica dopo la morte fisica e prima della resurrezione.
Ma vediamo ora, più nel dettaglio, le varie ipotesi di uso del verbo koimào.


Morire

Come abbiamo già accennato, nelle più diffuse versioni della Bibbia in nostro possesso, koimào viene reso con “morire”, nel senso della morte fisica del corpo umano. In particolare, nella prima lettera di Paolo ai Corinzi troviamo quattro brani in questo senso:

1Corinzi 7:39, dove sta scritto che “la moglie è vincolata per tutto il tempo che vive suo marito; ma, se il marito muore, ella è libera di sposarsi con chi vuole, purché lo faccia nel Signore”.
È evidente che qui si parla di vita e di morte fisica: di là da ogni disquisizione sul significato del brano in rapporto all’annosa questione delle seconde nozze, il dato certo che a noi qui interessa è fornito dalla sussistenza del vincolo matrimoniale fin quando entrambi i coniugi sono in vita e dallo scioglimento dello stesso vincolo allorché uno dei due cessa di vivere.

1Corinzi 11:30, che tratta un aspetto collegato alla celebrazione della Cena del Signore, ovvero quello della partecipazione superficiale dei credenti ad un momento importante della vita cristiana individuale e comunitaria. L’apostolo ricorda che, se tale superficialità prende piede, molte persone potrebbero ammalarsi e parecchi potrebbero anche morire
Anche qui, è chiaro che Paolo non parla di malattie spirituali e neppure di morte mistica: egli ha in mente una precisa comunità cristiana, quella di Corinto, e parla di casi specifici di credenti che, partecipando senza discernimento alla Cena del Signore, erano malati o addirittura erano morti!

1Corinzi 15:6, che è inserito nel contesto del ricordo degli eventi della morte e della resurrezione di Gesù, cui seguirono anche diverse sue apparizioni, come quella in cui si fece vedere da più di cinquecento fratelli, “dei quali la maggior parte rimane ancora in vita e alcuni sono morti.
Lo scopo di Paolo era quello di dimostrare la veridicità del suo dire e soprattutto delle apparizioni del Signore: perciò menziona delle persone che lo avevano visto e che erano ancora viventi, con le quali era possibile parlare e fare domande, mentre alcuni altri erano morti, in termini ovviamente fisici.

1Corinzi 15:51 dove l’apostolo, nell’ambito della descrizione del destino dei nostri corpi, annuncia “un mistero: non tutti morremo, ma tutti saremo trasformati…”.
Anche qui si parla senz’altro di morte fisica, e una conferma di ciò viene data anche dal contesto, che tratta della resurrezione dei morti (v. 42), dei corpi naturali contrapposti a quelli spirituali (v. 44) e soprattutto di carne e sangue nonché di corpi che si decompongono (v. 50).


Dormire, dopo la morte

In questa seconda accezione, il verbo koimào è più presente nel Nuovo Testamento: per la precisione lo riscontriamo in otto versetti, ed in alcuni casi si tratta di citazioni dell’Antico Testamento nella versione dei Settanta.
Siamo davanti ad una variante squisitamente biblica del concetto di “morire”, perché evidenzia che ogni cessazione delle funzioni vitali di un uomo è solo per un tempo (che assomiglia a quello del sonno), oltre a sottintendere che in seguito vi sarà sicuramente la resurrezione, dei giusti e degli ingiusti.
Ecco i principali brani del Nuovo Testamento che contengono il verbo koimào:
Matteo 27:52, inserito nel contesto della morte in croce del nostro Signore, dopo la quale la cortina del Tempio si divise in due, “le tombe si aprirono e molti corpi dei santi, che dormivano, risuscitarono”.
Chi potrebbe pensare che, in questo brano, il verbo “dormire” indichi semplicemente lo stato di sonno naturale, che dura normalmente dalle sei alle otto ore durante la notte? È evidente che la resurrezione può seguire solo alla morte fisica, che viene qui rappresentata con la figura del sonno per farne risaltare la provvisorietà.

Atti 7:60, dove viene descritta la lapidazione del primo martire cristiano, nonché l’atteggiamento sottomesso e amorevole dello stesso Stefano, che chiese al Signore di non imputare quel peccato ai suoi carnefici… “e detto questo, si addormentò”.
Una lapidazione non è certamente un sonnifero e tutte quelle pietre, scagliate con rabbia e con odio sul corpo indifeso di Stefano, ne avevano provocato la morte. La Bibbia parla qui di “addormentarsi” per sottolineare che anche Stefano parteciperà alla resurrezione dei morti, ma questo termine è senz’altro un sinonimo di “morte” e indica la cessazione delle attività vitali del corpo di quel martire.

1Corinzi 15:18,20, nel contesto già prima esaminato e concernente gli effetti della resurrezione di Cristo: se quest’ultima non fosse veramente accaduta, “quelli che dormono in Cristo” sarebbero morti senza speranza futura; invece, la realtà è data dal fatto che davvero Cristo è risuscitato dai morti ed è “primizia di quelli che dormono”.
Ancora una volta, la figura del sonno (anche se in questo caso la Nuova Riveduta traduce “muoiono” e non “dormono”) viene utilizzata per rappresentare con la massima chiarezza che la morte fisica non conclude la storia dell’uomo: quando moriamo “ci addormentiamo” perché un giorno il Signore ci farà uscire dalle tombe e ci risusciterà con un corpo glorioso!

1Tessalonicesi 4:14, all’inizio del brano sul rapimento della chiesa, quando Paolo ricorda una delle conseguenze della fede nella resurrezione del Cristo: “crediamo pure che Dio, per mezzo di Gesù, ricondurrà con Lui quelli che si sono addormentati”.
Ecco una delle straordinarie speranze certe del cristiano: come Gesù è adesso vivo e regna nei secoli dei secoli, così noi un giorno ci sveglieremo dal “sonno” della morte e verrà ricomposta quella frattura che, dopo la morte, separa il corpo dallo spirito in attesa della sua completa redenzione (cfr Ro 8:23).
A questo punto una proposta sorge spontanea: se il mondo parla sempre di morte, perché noi cristiani qualche volta non usiamo invece il verbo “addormentarsi”? Non è solo una questione di stile, e neppure mera esigenza di distinguersi dagli altri: dietro quest’ultimo verbo, come stiamo scoprendo, c’è tutta una ricchezza di significati e di motivazioni che potrebbero essere fonte di testimonianza per chi non conosce la Bibbia, e ciò potrebbe contribuire al suo avvicinamento alla croce di Cristo.


Dormire del sonno

Il terzo significato del verbo koimào, almeno nella letteratura del Nuovo Testamento, è relativo esplicitamente al “dormire del sonno”, senza alcun riferimento alla morte fisica. È un significato meno diffuso dei precedenti, ma ugualmente importante per completare il quadro biblico in materia.
Qui di seguito elenchiamo i principali brani in cui koimào viene adoperato per rendere il significato del sonno fisico:

Giovanni 11:11-13, inserito nel contesto dell’episodio della resurrezione di Lazzaro, quando il Signore disse che il suo amico “si era addormentato” (v. 11) ma i discepoli compresero che ciò fosse riferito “al dormire del sonno” (v. 13) e quindi gli risposero: “Se egli dorme, sarà salvo!” (v. 12).
Effettivamente, possiamo immedesimarci nei discepoli di Gesù, perché di norma il verbo “dormire” indica proprio il sonno fisico di cui il nostro corpo mortale ha bisogno. Nessuna meraviglia, dunque, che le “strane” parole di Gesù fossero state fraintese perché interpretate nell’accezione largamente più diffusa del verbo “dormire”.

Matteo 28:13 è ancora più chiaro e univoco in tal senso, perché riferisce le parole dei capi sacerdoti e degli anziani d’Israele che, dopo la resurrezione di Gesù, per mettere a tacere i soldati che erano venuti a conoscenza di quanto accaduto, diedero loro una forte somma di danaro ed imposero di dire a tutto il popolo che i discepoli di Cristo erano andati alla tomba di notte e ne avevano prelevato il corpo “mentre le guardie dormivano”.
Balza agli occhi la mancanza di saggezza in un tale consiglio, in quanto le guardie avrebbero così ammesso il loro fallimento (non avrebbero mai dovuto dormire durante il lavoro!) ma pure avrebbero affermato qualcosa di assurdo (non è possibile vedere nessuno durante il sonno!). Ai nostri fini, però, resta il fatto che quel koimào rende proprio e semplicemente il “dormire del sonno fisico”, durante il quale certamente non è possibile riconoscere nessuno che vada a rubare un corpo in un sepolcro.

Atti 12:6, infine, riporta l’episodio dell’imprigionamento di Pietro durante i giorni degli Azzimi: l’indomani l’apostolo avrebbe dovuto comparire davanti ad Erode, forse per essere giustiziato, ed in quel preciso momento era legato con delle catene e custodito da alcune guardie, eppure egli tranquillamente “stava dormendo in mezzo a due soldati”.
Appare evidente che anche qui koimào non può avere altro significato che quello ordinario del dormire riferito al sonno del corpo fisico. Infatti, prosegue il brano, un angelo del Signore entrò nella cella e con la luce che portava “lo svegliò dicendo: «Alzati, presto!»“. Subito dopo Pietro sperimentò una miracolosa liberazione dal carcere, ma possiamo notare soprattutto che quella notte l’apostolo stava proprio dormendo, nel senso più comune del termine: non avrebbe senso, altrimenti, la parte della narrazione secondo cui l’angelo lo svegliò…


KATHEUDO

Questo verbo compare, nel Nuovo Testamento, in meno occasioni di koimào, e viene sempre tradotto con “dormire”, nel senso di sonno fisico oppure di rilassatezza spirituale. Esaminiamo dunque i relativi brani.


Dormire del sonno

È il significato più diffuso del nostro verbo, che è stato usato più di koimào per rendere il dormire inteso come sonno del corpo umano. Tra le diverse referenze di kathèudo con tale accezione, riportiamo almeno i seguenti tre brani:

Matteo 8:24, nel bel mezzo della grande burrasca che improvvisamente scoppiò sul mar di Tiberiade: la barca dei discepoli era coperta dalle onde, ma Gesù “dormiva” tranquillamente, senza curarsene affatto.
Anche qui, si tratta del significato più diffuso del verbo “dormire” se è vero che i discepoli, avvicinatosi a Gesù, “lo svegliarono” (v. 25) e chiesero il suo aiuto, perché la situazione era disperata. Ulteriore dimostrazione del significato fisico del verbo “dormire” è data dal v. 26, allorché ci viene riferito che Gesù “si alzò” dal suo giaciglio, dopodiché sgridò il vento e cessarono le onde.

• Matteo 26:40, che riporta l’episodio del Getsemani: stavolta furono i discepoli più cari di Gesù ad abbandonare il loro Maestro, che li trovò “addormentati”.
Gesù si allontanò per pregare ma, al suo ritorno, scoprì che per una seconda volta Pietro, Giacomo e Giovanni non erano riusciti a stare svegli (v. 43) e per questo Gesù li esortò a “vegliare e pregare” (v. 41), visto che non erano riusciti a “vegliare neppure un’ora” con lui (v. 40). È significativo, sotto questo profilo, che alla fine il Signore si rivolgerà ai discepoli con queste parole: Dormite pure oramai e riposatevi!” (v. 45), ad ulteriore conferma che in questo caso essi si erano proprio addormentati, nel senso più classico del termine.

•1Tessalonicesi 5:7
, dov’è invece l’apostolo Paolo che, nell’ambito delle esortazioni legate al ritorno del Signore, in un primo tempo usa il verbo “dormire” nel senso della pigrizia spirituale (v. 6, vedi oltre) e subito dopo nella sua accezione più comune del dormire del sonno, allorché afferma senza tema di smentita che “quelli che dormono, dormono di notte” (v. 7), esattamente come coloro che si ubriacano. Al fine di esortare i cristiani a non essere disavveduti e a non “dormire” sotto il profilo spirituale, l’apostolo propone un parallelo con una realtà incontrovertibile, che ancora oggi è sotto gli occhi di tutti: il sonno fisico normalmente si realizza di notte ma, siccome i cristiani non sono nelle tenebre spirituali (v. 4), essi devono vegliare nello spirito e rivestirsi della completa armatura di Dio (v. 8).


Dormire, dopo la morte

È il caso inverso al precedente perché, con questo significato, koimào è stato sicuramente più utilizzato nella Bibbia rispetto a kathèudo. Vi sono tre passi biblici, piuttosto particolari, che prevedono quest’ultimo verbo nel senso di “dormire dopo la morte”: il primo passo è la traduzione del Settanta di un brano dell’Antico Testamento, mentre gli altri due non trovano d’accordo tutti i commentatori circa la loro interpretazione.

Daniele 12:2, che tratta dei tempi della fine e afferma: “Molti di quelli che dormono nella polvere della terra si risveglieranno…”. È notevole che già nell’Antico Testamento esistesse una certa consapevolezza, non solo della vita dopo la morte ma anche del disegno divino relativo alla resurrezione dei giusti e degli ingiusti, “gli uni per la vita eterna e gli altri per la vergogna ed un’infamia eterna”. È chiaro che in questo caso il “dormire” non ha nulla a che fare con lo stato del sonno fisico ma si riferisce piuttosto alla morte e alla situazione in cui viene a trovarsi ogni essere umano dopo la cessazione delle sue funzioni vitali.

Matteo 9:24, che concerne l’episodio della resurrezione della figlia di Iairo, laddove Gesù si reca in casa del capo della sinagoga e, nel vedere la gente che faceva grande strepito per la morte della ragazza, afferma: “Allontanatevi, perché la bambina non è morta ma dorme”. Alcuni commentatori ritengono che il verbo “dormire” si riferisca in questo caso ad uno stato di sonno della fanciulla, ma noi preferiamo seguire l’orientamento che contrappone qui “dormire” (kathèudo) a “morire” (apothnèsko).
In particolare, riteniamo che, se non è possibile dare al secondo verbo un significato diverso da quello ordinario di “morire”, anche kathèudo non potrà che assumere il significato del “dormire dopo la morte”, indiscutibilmente collegato a quello contenuto in apothnèsko. Inoltre, quest’ultimo significato è attestato anche da altri brani come Giovanni 11:11-16, e pertanto non può essere considerato isolato, né tanto meno contrario al contesto del passo in questione ed alla stessa, intera rivelazione biblica.

1Tessalonicesi 5:10, inserito in un contesto già commentato nell’articolo precedente, riporta che l’apostolo Paolo, parlando degli ultimi tempi, affermò che Dio Padre non ci ha destinati ad ira ma a salvezza, e che Gesù Cristo “è morto per noi affinché, sia che vegliamo sia che dormiamo viviamo sempre con lui”. Diversi studiosi della Bibbia prediligono qui un significato spirituale del verbo kathèudo, riferendolo alla pigrizia (di cui parleremo tra breve). Effettivamente, il contesto del brano parla di rilassatezza spirituale (cfr vv. 6-8), anche se poi il v. 9, che precede immediatamente il nostro passo, sposta l’attenzione su questioni di portata eterna. Anche per questo motivo, noi preferiamo l’interpretazione che qui conferisce a kathèudo un’accezione meno spiritualizzata, dove “vegliare” è sinonimo di vivere e “dormire” di morire.


Dormire, riferito alla pigrizia spirituale

Una terza accezione del verbo kathèudo, anch’essa non molto diffusa nel Nuovo Testamento, è quella relativa allo stato d’indifferenza spirituale in cui talvolta i credenti possono cadere se non vivono in comunione con il Capo del Corpo. Oltre a 1Tessalonicesi 5:10, la cui interpretazione risente delle incertezze appena affrontate, si possono segnalare altri due brani del Nuovo Testamento nei quali il verbo kathèudo acquisisce più sicuramente tale significato:

•1Tessalonicesi 5:6, già accennato poc’anzi, dove è chiaro che il significato da dare a katheudo sia quello della pigrizia spirituale. I cristiani “non sono nelle tenebre” (v. 4) ed anzi sono “figli di luce e figli del giorno” (v. 5), per cui non dobbiamo dormire come gli altri”, ma piuttosto vegliare e stare sobri (v. 6). Sia il contrasto luce-tenebre che il correlato contrasto vegliare-dormire non hanno niente a che vedere con elementi naturali e fisici. Essi si riferiscono evidentemente alla situazione spirituale in cui si trova l’uomo (nella luce di Cristo o nelle tenebre di Satana) e poi alla situazione esistenziale del credente, che può essere vigile e combattere secondo lo Spirito Santo (cfr Ef 6:12-13) oppure può addormentarsi e quindi essere pigro e inattivo.

• Efesini 5:14, in cui l’apostolo Paolo denuncia la vergognosità di certe azioni peccaminose (v. 12), che non possono rimanere nascoste a lungo (v. 13). Da qui l’esortazione della Scrittura: “Risvegliati, o tu che dormi… e Cristo t’inonderà di luce”. Anche in questo caso, la “luce” è di carattere squisitamente spirituale, mentre il sonno concerne quella tipica pigrizia dello spirito che non porta neppure a denunciare le immoralità più evidenti ed anche qualsiasi altro genere di azione contraria alla volontà di Dio. La citazione di Isaia 60:1 conferma che questo stato di pigrizia e di apatia spirituale non è soltanto della Chiesa di oggi, ma purtroppo era presente anche in Israele e nella stessa Chiesa primitiva.

(2. continua)

Giuseppe Martelli
(Assemblea di Roma Borgata Finocchio)