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adozione
     


      Per indicare la nuova posizione che i credenti in Cristo assumono nella loro intima e personale relazione con Dio, l’apostolo Paolo fa riferimento all’istituto giudirico dell’adozione, che nel diritto romano conosceva due distinti momenti: l’annullamento di qualsiasi vincolo con la famiglia naturale nel caso in cui questa fosse identificabile e l’inserimento con pieni diritti filiali nella nuova famiglia. L’adozione non era sempre un atto di amore, anzi nella maggioranza dei casi veniva utilizzata da genitori delusi dai propri figli naturali e desiderosi di accostare a loro ragazzi giudicati, dopo un periodo di prova, più meritevoli e capaci, che li avrebbero poi addirittura sostituiti nella linea familiare e nell’eredità. Perciò, mentre oggi nel pensare comune, i figli adottati vengono inopportunamente considerati “figli di serie B”, nella prassi romana finivano per essere, nella maggior parte dei casi, “figli di serie A”. Purtroppo però spesso erano l’interesse ed il bene della famiglia a prevalere sull’interesse e sul bene dei figli.
      Invece il concetto biblico di “adozione” esprime l’attuazione del progetto di Dio che ha come unico scopo il bene di tutti gli uomini, attraverso il radicale cambiamento del loro stato di famiglia (da “figli del diavolo”, Gv 8:44, a “figli di Dio”, Gv 1:12) ed il loro diritto a diventare partecipi delle ricchezze di Dio e dell’eredità riservata ai figli (Ro 8:17; 1P 1:3-5).
      Parlare di “adozione” serve all’apostolo Paolo per indicare cosa avviene nella vita di coloro che ripongono la loro fiducia, per la propria salvezza, nella persona di Cristo e nel suo sacrificio. Essi troncano ogni legame con la famiglia naturale, cessano di essere “figli d’ira”, per essere immessi. e con pieni diritti, in una nuova famiglia: la famiglia di Dio, a cui accedono quelli che “non sono nati da sangue, né da volontà di carne, né da volontà d’uomo, ma sono nati da Dio” (Gv 1:13). Inoltre Paolo indica lo strumento giudirico per il quale avviene l’adozione da parte di Dio: “avendoci predestinati ad essere adottati per mezzo di Gesù Cristo come suoi figli, secondo il disegno benevolo della sua volontà” (Ef 1:5; cfr Ga 4:5-6). È per mezzo di Cristo che “abbiamo accesso al Padre” e che “siamo membri della famiglia di Dio” (Ef 2:18-19). La bellezza dell’adozione è che, in Cristo, Dio diventa nostro Padre e, donandoci la gioia dell’accesso alla sua presenza, ci porta a vivere quotidianamente una benedetta ed intima relazione pesonale con lui. Paolo lo ricorda anche scrivendo ai credenti di Roma: “E voi non avete ricevuto uno spirito di servitù per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito di adozione, mediante il quale gridiamo «Abbà! Padre»” (Ro 8:15; cfr 8:23 e 9:4). È di grande consolazione per noi rivolgersi a Dio come a un padre, anzi come al Padre per eccellenza e sentire dentro di noi che egli lo è davvero. Infatti non soltanto siamo stati adottati ma abbiamo anche ricevuto in noi “lo Spirito di adozione, che attesta insieme con il nostro spirito che siamo figli di Dio” (Ro 8:16).
      Non senza tristezza dobbiamo prendere atto che, sul solco di precedenti iniziative umanitarie, si è diffusa la consuetudine di parlare di “adozione” per indicare una relazione di aiuto con una persona lontana. L’uso contestuale di termini come “adozione” e “distanza” svilisce il concetto di “adozione” del suo vero significato di affiliazione e di intimità. Sarebbe certamente più opportuno ricorrere ad altre parole per indicare un intervento di aiuto che, anche se frutto di premure e di amore, non è opportuno qualificare come “adozione”. Invece di ricorrere a questo termine anche in contesti che nulla hanno a che vedere con la realtà familiare, usiamolo correttamente nel suo significato biblico e nel valore che ha per la nostra vita, testimoniando ogni giorno di essere figli adottati dal Padre ed esortando gli altri ad accettare la stessa offerta di adozione.

Paolo Moretti