Meditazioni sul libro di Malachia

ONORE E TIMORE
Parte seconda:
Ipocrisia e disubbidienza


Il popolo d’Israele viene richiamato solennemente dal Signore, perché non soltanto viveva nella disubbidienza e nel peccato, ma lo faceva continuando a vivere religiosamente. Il suo peggior peccato era diventato, di conseguenza, l’ipocrisia. I richiami del Signore sono un avvertimento anche per il nostro cammino con lui. La nostra fede infatti deve sempre esprimersi in modo coerente e sincero.


Si consiglia di leggere Malachia 1:6-14 e 3:7-12.
“Un figlio onora suo padre e un servo il suo padrone; se dunque io sono padre, dov’è l’onore che m’è dovuto? Se sono padrone, dov’è il timore che mi è dovuto?” (1:6a).

I connazionali di Malachia dovevano fare un esame di coscienza invece di biasimare Dio per la situazione in cui si trovavano. La seconda (1:6-14) e la sesta (3:7-12) sezione del libro di Malachia evidenziano proprio questa necessità. Infatti essi credevano di poter mettere Dio sul banco degli imputati accu-sandolo di non essere amorevole e fedele verso coloro che lo servono.
Ma le cose non stavano così.
Mentre Dio aveva amato il suo popolo come un figlio, quest’ultimo aveva infranto il Patto, disprezzando Dio e non avendo di lui alcun timore. Avevano risposto all’amore e alla fedeltà di Dio con l’ipocrisia e la disubbidienza.
Il Signore, attraverso Malachia, ribalta il verdetto. Il grande accusato ri-prende il suo posto di giusto giudice mentre i suoi detrattori si ritrovano con dei gravissimi capi d’accusa a loro carico.


UNA RELIGIONE IPOCRITA
(Ml 1:6-14)

Questo brano è diviso in sette parti, scandite dalla frase “dice il Signore degli Eserciti” o sue varianti. Riportiamo lo schema del brano.
(A) Dio Padre e padrone: non è onorato né temuto. (v. 6a)
(B) Dio è disprezzato: Offerte contaminate (v.6b-8)
(C) Dio rifiuta le offerte (v. 9)
(D) Dio ordina: “Chiudete il tempio!” (v. 10a)
(C’) Dio rifiuta le offerte (v. 10b-11)
(B’) Dio è disprezzato: Offerte contaminate (v.12-13a)
(A’) Dio Re e Signore: non è onorato né temuto. (v. 13b-14)


Dio non è onorato né temuto

Dio considera Israele come un figlio primogenito. Quando il popolo si trovava schiavo in Egitto, il Signore si rivolse a Mosè con queste parole:

“Tu dirai al faraone: «Così dice il SIGNORE: Israele è mio figlio, il mio primogenito, e io ti dico: «Lascia andare mio figlio, perché mi serva»; se tu rifiuti di lasciarlo andare, ecco, io ucciderò tuo figlio, il tuo primogenito»”
(Es 4:22-23).

Il Signore voleva instaurare con Israele un rapporto Padre-Figlio basato sull’amore, come ci ricorda anche il seguente brano che ogni buon Israelita recita ancora oggi almeno due volte al giorno:

“Ascolta, Israele: Il SIGNORE, il nostro Dio, è l’unico SIGNORE. Tu amerai dunque il SIGNORE, il tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima tua e con tutte le tue forze”
(De 6:4-5).

Dio è uno. Egli è l’unico degno di essere adorato. L’amore verso di lui deve coinvolgere l’uomo in tutto il suo essere, portandolo dal sentimento all’azio-ne, dal moto dell’anima ad atti concreti di ubbidienza.
Purtroppo, molti contemporanei di Malachia vivevano la religione come qualcosa di meccanico, non basato sull’amore che un figlio dovrebbe nutrire per il proprio padre. Il Signore, attraverso Malachia, denuncia il loro atteggia-mento:

“Un figlio onora suo padre e un servo il suo padrone; se dunque io sono padre, dov’è l’onore che m’è dovuto? Se sono padrone, dov’è il timore che mi è dovuto?”
(Ml 1:6).

Dio si aspetta dal suo popolo onore e timore. Si tratta di un timore basato sull’amore per lui, un rispetto reverenziale verso colui che è immensamente più grande di quanto le nostre menti siano in grado di concepire, il creatore di tutte le cose, l’Eterno. È facile rivolgersi a Dio chiamandolo Padre e Signore, ma quando le paro-le non rispecchiano ciò che c’è nel cuore, i fatti non tarderanno a smentire ciò che la bocca dichiara con tanta spavalderia.
Questo è proprio ciò che stava accadendo ai tempi di Malachia:
“Offrite animali rubati, zoppi o malati, e queste sono le offerte che fate! Dovrei io gradirle dalle vostre mani? - dice il SIGNORE. - Maledetto il disonesto che ha nel suo gregge un maschio, e offre in sacrificio al SIGNORE una bestia difettosa! Poiché io sono un Re grande, dice il SIGNORE degli eserciti, e il mio nome è tremendo fra le nazioni” (Ma 1:13b-14).

Ci troviamo quindi di fronte ad un paradosso. Dio ci viene presentato come un Re grande che desta timore nelle nazioni circostanti (“tremendo” ha nell’originale proprio la stessa radice della parola timore) mentre i figli che avrebbero dovuto servirlo non lo temevano e non lo onoravano.
Le parole che il Signore aveva pronunciato secoli prima per mezzo di Isaia, si stavano tristemente realizzando ancora una volta:

“Udite, o cieli! E tu, terra, presta orecchio! Poiché il SIGNORE parla: «Ho nutrito dei figli e li ho allevati, ma essi si sono ribellati a me. Il bue conosce il suo possessore, e l’asino la greppia del suo padrone, ma Israele non ha conoscenza, il mio popolo non ha discernimento»”
(Is 1:3).


Dio è disprezzato

“Il SIGNORE degli eserciti parla a voi, o sacerdoti, che disprez-zate il mio nome! Ma voi dite:«In che modo abbiamo disprezzato il tuo nome?»” (Ml 1:6b).

È ovvio che, in primo luogo, il Signore si rivolga ai sacerdoti. Infatti, sen-za una classe sacerdotale compiacente, non sarebbe stato possibile offrire animali che, secondo la legge, erano inadatti per i sacrifici:

“Non offrirete nulla che abbia qualche difetto, perché non sa-rebbe gradito. Quando uno offrirà al SIGNORE un sacrificio di riconoscenza, di buoi o di pecore, sia per sciogliere un voto, sia come offerta volontaria, la vittima, per essere gradita, dovrà esse-re perfetta: non dovrà avere difetti. Non offrirete al SIGNORE una vittima che sia cieca, o storpia, o mutilata, o che abbia delle ulce-ri, o la rogna, o la scabbia; e non ne farete sull’altare un sacrificio mediante il fuoco al SIGNORE” (Le 22:20-22).

Evidentemente, i sacerdoti corrotti non avevano problemi ad accettare quei sacrifici purché la carne fosse buona da mangiare visto che gliene spet-tava una porzione secondo la legge. I sacerdoti stavano quindi disprezzando il Signore stesso e il servizio che era stato affidato loro.


Disprezzo nelle azioni

“In che modo abbiamo disprezzato il tuo nome?” In fondo stavano offrendo sacrifici al Signore. Cosa aveva Dio da lamentarsi?
La religione vuota di quei sacerdoti non permetteva loro di vedere nem-meno il proprio peccato. Essi si sentivano a posto davanti a Dio come capita spesso a chi è spiritualmente cieco.

“Voi offrite sul mio altare cibo contaminato, ma dite: «In che modo ti abbiamo contaminato?» L’avete fatto dicendo: «La tavola del SIGNORE è spregevole»” (Ml 1:7).

“Voi però lo profanate quando dite: «La tavola del SIGNORE è contaminata, e ciò che dà come cibo è spregevole»” (Ml 1:12).

“La tavola del Signore è spregevole”.
Probabilmente, nessuno di loro lo aveva realmente detto con la bocca. Ma le loro azioni parlavano chiaro. Quando le azioni esprimono disprezzo, non è necessario proferire parole per insultare e maledire il Signore. Infatti, a cosa sarebbe servito se avessero detto: “La tavola del Signore è una cosa meravigliosa e santa” mentre con i fatti dimostravano di credere il contrario?


Disprezzo nel servizio

Il sacerdozio era senz’altro un servizio faticoso, ma era comunque un grande onore servire Dio nel tempio. Quei sacerdoti, invece, non lo svolgevano più volentieri ma in maniera forzata, sbuffando, come se il sacerdozio fosse un lavoro qualunque:

“Voi dite anche: «Ah, che fatica!» e mi trattate con disprezzo, dice il SIGNORE degli eserciti” (Ml 1:13a).

Che tristezza quando il servizio genuino lascia il posto al mestiere.


Disprezzo nella qualità

“«Quando offrite in sacrificio una bestia cieca, non è forse male? Quando ne offrite una zoppa o malata, non è forse male? Pre-sentala dunque al tuo governatore! Te ne sarà egli grato? Ti acco-glierà forse con favore?» dice il SIGNORE degli eserciti” (Ml 1:8).

Offerte zoppe e malate, bestie cieche. . . La legge prevedeva di offrire il me-glio, ma loro stavano offrendo gli scarti a colui che chiamavano Signore.
A volte, noi uomini offriamo al Signore cose che non oseremmo offrire neanche ad un altro essere umano. È infatti normale onorare le persone im-portanti con dei regali adeguati per fare bella figura con loro. Ma se si consi-dera il Signore come qualcuno di poco conto, gli si donerà il proprio superfluo riservandogli un trattamento da mendicante.
Il tipo di offerte che un uomo dona al Signore dice quindi molto sulla sua fede e sulla considerazione che ha per Dio. Forse Dio contava meno di un governatore per quei sacerdoti corrotti?
Il nostro Creatore, il Santo, il Re grande e tremendo merita di ricevere il meglio. Egli merita offerte di qualità. Egli non sa cosa farsene degli avanzi della nostra esistenza.


Dio rifiuta le offerte

“«Ora, implorate pure il favore di Dio, perché egli abbia pietà di noi! È con le vostre mani che avete fatto questo! Egli dovrebbe aver riguardo alla persona di qualcuno di voi?» dice il SIGNORE degli eserciti” (Ml 1:9).
“e non gradisco le offerte delle vostre mani” (Ml 1:10b).

Come si può alzare le mani al cielo invocando il Signore mentre quelle stesse mani gli stanno offrendo sacrifici contaminati? Queste sono le con-traddizioni tipiche di una religione formale, che non coinvolge il cuore. Da una parte si disprezza il Signore con il proprio comportamento, mentre dal-l’altra parte, quando ci si trova nel bisogno, non si esita a sfregare la lampada come Aladino affinché egli intervenga. L’uomo moderno non si comporta diversamente. Oggi si ha un approccio consumistico nei confronti del Signore. Quando Dio non ci serve più lo but-tiamo via o lo rimettiamo nel ripostiglio in attesa di averne di nuovo bisogno. Per quale motivo Dio dovrebbe aver riguardo per chi lo tratta in questo modo?
Dio non prende alcun piacere in un figlio che non cura il proprio rapporto con lui e poi pretende che le sue richieste vengano ascoltate. Dio non è il nostro maggiordomo, bensì colui che, per ben ventiquattro volte in questo breve libro, si presenta con il magnifico nome di Signore degli Eserciti!
Nella sua meravigliosa grazia, Dio è pronto ad accogliere il peccatore che si ravvede, ma vuole un cuore pentito e sincero. Non possiamo persistere nelle nostre vie malvagie e pretendere che Dio si curi di noi, come stavano facendo i contemporanei di Malachia. Il Signore rincara la dose con questa dichiarazione:

“«Ma dall’oriente all’occidente il mio nome è grande fra le na-zioni; in ogni luogo si brucia incenso al mio nome e si fanno of-ferte pure; perché grande è il mio nome fra le nazioni», dice il SIGNORE degli eserciti” (Ml 1:11).

Questo verso doveva essere scioccante per gli interlocutori di Malachia. Non solo Dio non gradiva le loro offerte, ma addirittura dichiarava di accettare offerte fatte fuori da Gerusalemme!
Questo verso presenta non poche difficoltà perché, secondo la legge (De 12:1-18), non era possibile fare offerte gradite a Dio al di fuori di Gerusalem-me. Così molti commentatori credono che questo passo si riferisca al futuro regno messianico (detto anche millenniale) di Zaccaria 14:16 mentre altri pensano che questo brano stia semplicemente parlando del futuro coinvolgimento dei gentili nel popolo di Dio.
Pur rispettando queste opinioni, voglio fare notare che, se consideriamo questa frase nel contesto in cui è inserita, notiamo una certa ironia di fondo che mette in evidenza una situazione paradossale: coloro che avevano il tem-pio stavano offrendo offerte inaccettabili, mentre coloro che non avevano il tempio stavano facendo offerte gradite.
La retorica del brano è formidabile. Presentando una situazione inaspet-tata e incredibile per i destinatari del messaggio, il Signore, attraverso il pro-feta, stava mandando al suo popolo un messaggio chiaro: essi, pur avendo il sacerdozio e il tempio, lo stavano disprezzando con le loro offerte sprege-voli, mentre il Signore avrebbe guardato con maggior favore le offerte di chi, pur non avendo il tempio, lo adorava con sincerità. In sostanza, Dio avrebbe considerato pure delle offerte tecnicamente non pure ma fatte con sincerità da persone che volevano davvero onorarlo piuttosto che accettare le offerte ufficiali fatte nel luogo preposto ma con un cuore ipocrita!
Si trattava di una provocazione con la quale il Signore voleva scuoterli e riportarli a considerare le loro azioni nella giusta luce.
Se ci pensiamo bene, in qualche modo, sembra essere un anticipo di ciò che troviamo nel nuovo patto, quando Paolo farà la seguente considerazione:

“Così colui che è per natura incirconciso, se adempie la legge, giudicherà te, che con la lettera e la circoncisione sei un trasgres-sore della legge. Giudeo infatti non è colui che è tale all’esterno; e la circoncisione non è quella esterna, nella carne; ma Giudeo è colui che lo è interiormente; e la circoncisione è quella del cuore, nello spirito, non nella lettera; di un tale Giudeo la lode proviene non dagli uomini, ma da Dio” (Ro 2:27-29).

Il cuore viene prima della forma. Già cinque secoli prima di Paolo, Ma-lachia stava cercando di farlo comprendere ai suoi connazionali, così come avevano fatto molti profeti prima di lui, perché Dio non cambia. L’ubbidienza è più importante del sacrificio.


Una religione inutile

L’apice del brano, che si trova in posizione centrale nella struttura, è davvero sbalorditivo:

“«Ci fosse almeno qualcuno di voi che chiudesse le porte! Così non accendereste invano il fuoco sul mio altare! Io non prendo alcun piacere in voi», dice il SIGNORE degli eserciti” (Ml 1:10a).

Quasi un secolo prima, Dio aveva mandato Aggeo e Zaccaria per esortare il popolo a ricostruire il tempio con la promessa di benedizioni. Ora, attraverso Malachia, li stava esortando a smettere di utilizzarlo...
L’ironia che permea il brano è evidente. L’obiettivo era quello di farli riflet-tere: che utilità poteva avere un tempio funzionante se poi il popolo disprez-zava il Signore con offerte illecite?
Meglio chiudere il tempio che continuare ad offrire sacrifici inutili!
L’Eterno non sa cosa farsene di una religione formale. Quando la forma prende il posto della sostanza e Dio non ha più il posto che merita nelle nostre vite, la religione non serve a nulla.
Una religione ipocrita è anche una religione inutile.
Per capire l’effetto che le parole di Malachia potevano avere sui primi de-stinatari del messaggio, provate a pensare alla reazione che avreste se Dio vi dicesse:«Basta! Non so che farmene dei vostri culti! Smettetela di perdere tempo a cantare canzoni e a invocarmi con le vostre bocche mentre le vostre vite mi disonorano.» Fa una certa sensazione vero?


LA STRADA DEL RITORNO
(Ml 3:7-12)

Il brano di Malachia 3:7-12 presenta diversi aspetti comuni con Malachia 1:6-14.
Anche in questo brano troviamo l’uomo alle prese con una religione ipo-crita che non risponde ai requisiti di Dio.
Come i loro sacrifici erano inaccettabili, così le loro offerte erano insuffi-cienti. Stavano disprezzando il Signore e attirando le sue maledizioni. Tuttavia, mentre Malachia 1:6-14 trova il suo apice nell’ordine di chiudere il tem-pio e di cessare le offerte, questo brano presenta una via d’uscita, una parola di speranza. Se fossero tornati a Dio, Egli sarebbe tornato a loro e avrebbe di nuovo gradito le loro offerte, benedicendoli. Sarebbero passati dalla vergogna alla gloria.


Allontanarsi da Dio

“«Fin dal tempo dei vostri padri voi vi siete allontanati dai miei precetti e non li avete osservati. Tornate a me e io tornerò a voi», dice il SIGNORE degli eserciti. «Ma voi dite: ‘In che modo dob-biamo tornare?’ L’uomo può forse derubare Dio? Eppure voi mi derubate. Ma voi dite: ‘In che cosa ti abbiamo derubato?’ Nelle decime e nelle offerte. Voi siete colpiti da maledizione, perché mi derubate, voi, tutta quanta la nazione!»” (Ml 3:7-9).

È assurdo pensare che una persona possa essere vicina a Dio ed avere comunione con lui pur vivendo nella disubbidienza.
Eppure, molti contemporanei di Malachia avevano difficoltà nel capire il loro peccato: “In che modo dobbiamo tornare?”. Non ci siamo mai allontanati da Dio, perché ci dici che dobbiamo tornare? Cosa abbiamo fatto di male? Quelle persone offrivano sacrifici e frequentavano il tempio. Probabil-mente si sentivano a posto così. Bisognava proprio prendere alla lettera la legge che imponeva di versare le decime? In fondo era una legge così antica, possibile che Dio la pretendesse ancora? Con la bocca lo chiamavano Padre e Signore, ma ancora una volta le loro azioni dimostravano la loro assoluta mancanza di amore e rispetto. L’accusa di Dio nei loro confronti è gravissima: essi lo stavano derubando! Pensavano di poter accontentare Dio offrendo il loro superfluo, la loro ele-mosina, e in questo modo stavano attirando su di loro le maledizioni del Si-gnore in quanto avevano tenuto per sé stessi qualcosa che invece apparteneva a Dio.
La fede e l’amore per il Signore possono essere mostrati solo con l’ubbi-dienza. Allontanandosi dai suoi precetti, ci si allontana da Dio stesso.


Ritornare a Dio

Come ci si allontana da Dio allontanandosi dai suoi precetti, così si può ritor-nare a lui solo ritornando ad ubbidire:

“«Portate tutte le decime alla casa del tesoro, perché ci sia ci-bo nella mia casa; poi mettetemi alla prova in questo», dice il SIGNORE degli eserciti” (Ml 3:10-12).

“Smettetela di derubarmi!”. Questa é, in sostanza, la risposta del Signore alla domanda “In che modo dobbiamo tornare?”.
Tornare a lui non significava fare dei voti particolari o delle penitenze. Non servivano lacrime di coccodrillo.
C’è un solo modo di ritornare al Signore: pentirsi sinceramente, mutare il proprio comportamento, lasciare la strada che si sta percorrendo per tornare a camminare secondo la Sua volontà.


Essere benedetti da Dio

Che splendido contrasto tra i verbi aprire e chiudere in questi due versi:

“Ci fosse almeno qualcuno di voi che chiudesse le porte!” (Ml 1:10).
“Vedrete se io non vi aprirò le cateratte del cielo e non riverserò su di voi tanta benedizione che non vi sia più dove riporla” (Ml 3:10b).

Il Signore è pronto a benedire coloro che tornano ad ubbidirgli. Non do-vranno chiudere le porte del tempio, anzi il Signore aprirà le porte del cielo. Dio è sovrano sulla creazione. Come aveva danneggiato il raccolto per punire il popolo, così poteva rendere le sementi nuovamente fruttuose:

“«Per amor vostro, io minaccerò l’ insetto divoratore affinché esso non distrugga più i frutti del vostro suolo, la vostra vigna non sarà più infruttuosa nella campagna», dice il SIGNORE degli eser-citi. «Tutte le nazioni vi proclameranno beati, perché sarete un paese di delizie», dice il SIGNORE degli eserciti” (Ml 3:11-12).

Che bello considerare che anche insetti divoratori come le cavallette sono sottoposti alla sovranità di Dio!
Egli è misericordioso e, nella sua grazia, tende la mano verso l’uomo pec-catore ed è pronto a colmarlo di benedizioni se l’uomo si converte e torna al Signore per ubbidirgli:

“Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto da per-donarci i peccati e purificarci da ogni iniquità” (1Gv 1:9).

Tornate a me e io tornerò a voi. Che splendide parole.
Se ti trovi lontano dal Signore, confessa il tuo peccato e abbandonalo. Tornando a casa troverai ancora un padre disposto ad accoglierti con Lui e ad aprirti le porte del cielo.


DALL’IPOCRISIA ALLA FEDE

Dio vuole onore e timore, non una religione ipocrita. Egli non ha bisogno della nostra elemosina, degli scarti del nostro denaro, del nostro tempo, delle nostre forze. Non sa cosa farsene.
Se Dio si rivolgesse oggi agli uomini religiosi dicendo: “Guai a voi che di-sprezzate il mio nome!”, probabilmente anche oggi quasi tutti rispondereb-bero: “Quando abbiamo disprezzato il tuo nome?”.
Oggi come allora, l’uomo si sente a posto quando fa parte di un gruppo religioso. Ama nascondersi dietro nomi di denominazioni religiose od orga-nizzazioni.
Oggi come allora, lo chiamiamo Padre e Signore con una certa disinvol-tura, ma egli regna nelle nostre vite oppure lo adoriamo solo con la nostra bocca?

“Da questo sappiamo che amiamo i figli di Dio: quando amia-mo Dio e osserviamo i suoi comandamenti. Perché questo è l’a-more di Dio: che osserviamo i suoi comandamenti; e i suoi co-mandamenti non sono gravosi” (1Gv 5:2-3).

L’ubbidienza e l’amore sono indissolubilmente correlati. Oggi come ai tempi di Malachia, l’amore per il Signore non si può dimostrare abbassando la testa all’ingresso di un luogo di culto o battendosi il petto, né con alcuna pratica religiosa che non scaturisca da un cuore rinnovato.

“È forse questo il digiuno di cui mi compiaccio, il giorno in cui l’uomo si umilia? Curvare la testa come un giunco, sdraiarsi sul sacco e sulla cenere, è dunque questo ciò che chiami digiuno, giorno gradito al SIGNORE? Il digiuno che io gradisco non è forse questo: che si spezzino le catene della malvagità, che si sciolgano i legami del giogo, che si lascino liberi gli oppressi e che si spezzi ogni tipo di giogo?” (Is 58:5-6).

Le pratiche religiose sono inefficaci se non sono accompagnate da segni di vero ravvedimento. Ne sapeva qualcosa la chiesa di Laodicea che ci viene pre-sentata in Apocalisse 3:14-15 come una chiesa che si considerava ricca e prosperosa mentre il Signore la esorta in questo modo:

“Tu non sai, invece, che sei infelice fra tutti, miserabile, po-vero, cieco e nudo. Perciò io ti consiglio di comperare da me del-l’oro purificato dal fuoco, per arricchirti; e delle vesti bianche per vestirti e perché non appaia la vergogna della tua nudità; e del collirio per ungerti gli occhi e vedere. Tutti quelli che amo, io li riprendo e li correggo; sii dunque zelante e ravvediti” (Ap 3:16-19).

Per quanto possa sembrare incredibile, è quindi possibile che la chiesa non viva le benedizioni del Signore proprio perché possiede una fede che non è né fredda né fervente (Ap 3:16), una fede che dona a Dio i propri scarti, il proprio superfluo, una fede ipocrita.

Le seguenti parole che Gesù indirizza ancora a Laodicea, sono particolar-mente toccanti:

“Ecco, io sto alla porta e busso: se qualcuno ascolta la mia voce e apre la porta, io entrerò da lui e cenerò con lui ed egli con me. Chi vince lo farò sedere presso di me sul mio trono, come anch’io ho vinto e mi sono seduto con il Padre mio sul suo trono. Chi ha orecchi ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese” (Ap 3:20-22).

Ma non sta scrivendo ad una chiesa? Eppure Gesù è fuori dalla porta e chiede di poter entrare nella loro vita.
E la chiesa del ventunesimo secolo come sta? Si sta arricchendo? Sta pro-sperando? Sta ricevendo benedizione? O ha bisogno di collirio per vedere un po’ meglio come stanno le cose?
Ognuno valuti il proprio stato davanti al Signore, ma non si disperi perché c’è una buona notizia. Non è il caso di chiudere i battenti dei nostri luoghi di radunamento.
È sufficiente passare dall’ipocrisia alla fede. È sufficiente tornare al Signore ed egli tornerà a noi. Apriamo la porta. Egli cenerà volentieri con noi!

(2. continua)

Omar Stroppiana
(Assemblea di Torino via Spontini)