Riflessioni “controcorrente” sul profeta Giona

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La vicenda di cui fu protagonista il profeta Giona assume uno straordinario valore alla luce dell’uso che Gesù ne fece per offrire alla generazione incredula del suo tempo “un segno”, anzi un unico segno. Una rilettura attenta di quella antica storia ci offre spunti per una riflessione, a tratti originale, sugli aspetti più significativi e sugli insegnamenti che possiamo trarne.


Premessa

Tra i cosiddetti “profeti minori”, Giona è sicuramente quello che gode di maggiore notorietà. Le vicende dell’omonimo libro dell’Antico Testamento – certamente fuori del comune, a tratti quasi fiabesche – di cui è protagonista, ne hanno fatto una vera “manna” per i monitori delle scuole domenicali, ma anche per i predicatori.
Se poi si considera l’apparente semplicità della chiave di lettura del Libro, ricondotta dalla maggioranza dei commentatori al più classico e significativo paradigma cristiano “disubbidienza-peccato-pentimento-ravvedimento”, è facile comprendere le ragioni di un tale successo.
Nel prosieguo, tuttavia, si tenterà di dimostrare che l’applicazione del menzionato schema all’agire del profeta risulta alquanto forzata, mentre lo sviluppo della narrazione e l’atteggiamento oltremodo comprensivo di Dio nei riguardi del suo agente così sfrontatamente ribelle – senza trascurare gli altri riferimenti biblici attinenti al personaggio ed al contesto storico nel quale si muove – rendono indispensabile un approfondimento ed una adeguata valorizzazione delle reali motivazioni sottese all’operato di Giona.
Con risultati per molti forse sorprendenti, dal momento che, rispetto alla visione comune, dall’analisi proposta Giona uscirà per certi versi riabilitato, comportando altresì una rimeditazione degli insegnamenti che attraverso di lui l’Eterno ha inteso trasmetterci.
Prima di entrare nel vivo delle riflessioni, ritengo doverosa una precisazione: non siamo di fronte ad una parabola o ad un racconto edificante, con una propria “morale”, senza pretese di adesione ai fatti, quanto piuttosto ad una storia vera, perciò collocabile in una determinata dimensione spazio-temporale.
Questo non soltanto perché così autorizzano a credere le evidenze esterne – numerose, difatti, sono le scoperte archeologiche che confermano l’esistenza dei luoghi di volta in volta chiamati in causa nel libro di Giona – o il fatto che episodi “stupefacenti” simili a quello chiave che vede il protagonista ancora vivo dopo un soggiorno lungo tre dì nel ventre di un grosso pesce, pare siano stati riportati anche dalle cronache dei primi anni del 20° secolo (in ordine all’autenticità di tali notizie – va detto – molti nutrono più di qualche dubbio).
È evidente che in una storia come quella che stiamo esaminando, nella quale il Signore si presenta proprio come l’Onnipotente, avendo il pieno controllo degli eventi naturali, sapere se egli, per determinare tali eventi, ha rispettato le leggi da lui stesso fissate o se le ha alterate ovvero se da esse ha completamente prescisso, è una questione pressoché priva di rilievo ai nostri fini.
Ne sono convinto, piuttosto, in ragione delle evidenze interne alla Scrittura: per tutti, sarà Gesù a mettere un autorevole ed indiscutibile sigillo di autenticità all’intera storia, contribuendo ad illuminarne – come si proverà a spiegare più avanti – lo spirito e la dinamica.


Giona, personificazione
del gretto integralismo giudaico…

Il Libro dell’Antico Testamento che porta il suo nome non è il solo della Bibbia che chiama in causa Giona. Il patronimico – “figlio di Amittai” – con il quale viene generalizzato, proprio in avvio di narrazione, ci consente di identificarlo con sicurezza con l’omonimo profeta in azione ai tempi di Geroboamo II, del quale trattano i versi dal 23 al 29 del capitolo 14, del 2° libro dei Re. Della storia di questo re ci vengono riportate essenzialmente due notizie:
• la sua malvagità;
• i successi militari che si registrarono durante il suo regno, che consentirono di ristabilire i confini di Israele, grazie alla riconquista di città come Damasco e Camat (e del territorio circostante), dai tempi di Davide e Salomone non più appartenute a Giuda.
L’aspetto essenziale di questi successi è che essi vengono espressamente ricondotti alla volontà di Dio e Giona è il profeta di cui l’Eterno si serve per annunciare la rivincita sugli ostili confinanti (2Re 14:25).
Risalta dunque in queste poche righe la straordinaria misericordia di Dio, che continua a mostrarsi favorevole nei confronti del suo popolo, il quale, invece, per parte sua persisterà nella ribellione, giungendo addirittura a negare la mano dell’Eterno nelle riconquiste e a chiedersi con sfacciata irriverenza – secondo quanto riferisce un suo coevo, Amos (6:13): “Non è forse con la nostra forza che abbiamo acquistato potenza?”.
Di questa grande compassione, Giona è fedele portavoce.
Anche nel testo in rassegna, Giona è un “ambasciatore” di Dio. Il messaggio di cui questa volta deve farsi portatore è un avvertimento indirizzato agli abitanti di Ninive, allora capitale dell’impero assiro, una vera metropoli che contava un gran numero di abitanti. Dio intende mettere in guardia quel popolo, la cui malvagità aveva ormai colmato la misura (1:2).
Ma Giona intuisce che con quelle contestazioni l’Eterno non vuole aprire un processo dalla condanna scontata e senza appello, ma che, al contrario, sta dando fondo alla stessa, immensa pazienza e misericordia dimostrate a più riprese nei riguardi del suo popolo, per spingere al ravvedimento anche la città-simbolo dei feroci nemici di Israele e così risparmiarla dall’altrimenti meritato giudizio.
È proprio in ragione di questo intravisto finale che sceglie di non adempiere al mandato affidatogli dall’Eterno. Sarà egli stesso a confessarlo più avanti, nella preghiera che viene riportata nell’ultimo capitolo del libro, allorché risoltosi ad obbedire ad un secondo, analogo incarico, sfogherà tutta la sua frustrazione per essere stato immischiato in un piano che alla fine, come sospettava, prevedeva la revoca del decreto di distruzione minacciato su Ninive (4:1-3).
Chiarito ciò, ci restano da appurare ancora i motivi per cui simile eventualità gli fosse tanto sgradita da preferirle la morte: forse un impeto di sterile orgoglio patriottico per il solo fatto che l’inesauribile bontà del Signore sarebbe stata stavolta indirizzata verso dei pagani?
O forse perché vedeva messa a repentaglio la propria credibilità dalla prospettiva che i Niniviti, una volta scampati al giudizio, lo avrebbero potuto accusare di essere un falso profeta, ricredendosi sulla fondatezza stessa delle minacce pronunciate?
Non ne sarei così certo, per come emergono dal racconto gli sforzi del Signore di spiegare al profeta le “proprie ragioni”, atteggiamento difficilmente comprensibile, se la temeraria ostinatezza del suo servo era ispirata da sentimenti “nazionalistici” o dalla preoccupazione di salvaguardare la reputazione personale. Sentimenti, va detto, che sarebbero stati in aperto contrasto con il chiaro comandamento rivolto dal Signore al popolo d’Israele di amare lo straniero come lui stesso lo amava (De 10:18-19).
Per ben due volte gli sarà permesso di replicare impunemente all’Eterno (4:4-5, 9-10), quando per molto meno grandi uomini di Dio hanno dovuto subire pesanti conseguenze. L’Eterno mostra invece una disponibilità che trova la sua giustificazione in qualcosa di più “alto” che spingeva Giona a comportarsi a quel modo.
Che non fosse un “razzista”, poi, lo si evince chiaramente dal fatto che, ad un certo punto, è Giona stesso, espressamente richiesto, a suggerire la soluzione ai marinai per scampare alla tempesta: “Prendetemi e gettatemi in mare, e il mare si calmerà per voi; perché io so che questa gran tempesta vi piomba addosso per causa mia” (1:12). Avrebbe invece potuto aggrapparsi alle residue speranze di salvezza e permanere il più possibile sul battello, approfittando peraltro dei tentennamenti dei marinai, i quali anche dopo l’esito del sorteggio e l’invito a liberarsi di lui, si mostrano piuttosto restii a sbarazzarsi dello scomodo profeta (1:13).
Giona invece consapevole che la tempesta e con essa i pericoli per la vita dell’equipaggio sarebbero cessati solo con il suo “ammaraggio”, non esita a farsi buttare a mare provando così di non essere indifferente circa le sorti di quei pagani.


…o piuttosto un profeta pronto a
morire per amore dei suoi fratelli?

Partiamo allora da un dato sicuro. Il profeta si mostra pienamente consapevole e nel contempo risoluto a patire i terribili effetti della propria scelta: la pena capitale.
È scritto che si mise in viaggio “per fuggire a Tarsis, lontano dalla presenza del Signore” (1:3) espressione che non va presa certo letteralmente, nel senso di attribuire al profeta l’illusione di potersi veramente nascondere dal suo Signore, pensiero difficile che potesse balenare nella testa di uno che in seguito lo descriverà quale “Dio del cielo, che ha fatto il mare e la terraferma” (1:9).
Quell’espressione sembra piuttosto sintetizzarne la scelta radicalmente contrastante rispetto all’ordine ricevuto: Tarsis, città che va probabilmente collocata sulla costa sud-occidentale della Spagna, è difatti un luogo distante, in direzione diametralmente opposta a Ninive tale da spingerlo inevitabilmente al di fuori della sfera di protezione del suo Dio, con inevitabili, tragiche conseguenze. È interessate notare in proposito che Caino, resosi responsabile dell’omicidio di suo fratello, colleghi l’allontanamento dalla presenza del Signore a maggiori rischi per la sua incolumità: “Tu oggi mi scacci da questo suolo e io sarò nascosto lontano dalla tua presenza, sarò vagabondo e fuggiasco per la terra, così chiunque mi troverà, mi ucciderà” (Ge 4:14).
Non deve sfuggire neppure il fatto di trovarlo nel pieno della tempesta profondamente addormentato nel posto meno sicuro, la stiva che verosimilmente stava riempiendosi d’acqua (1:5). Se a tutto questo aggiungiamo, come si è visto, la fiera offerta di sé per evitare il naufragio, emerge chiaramente la figura di un uomo pronto a morire.
Sì, ma per cosa?
Comprenderne le ragioni non è difficile ove si accetti la fondata ipotesi che egli sapesse delle profezie pronunciate da Dio contro Israele per mezzo di suoi contemporanei: Amos (6:14) parla di una nazione che l’Eterno avrebbe fatto insorgere contro il suo popolo con l’immediato effetto di azzerare le riconquiste in precedenza assicurate; Osea (11:5) dice esplicitamente che “l’Assiro sarebbe stato il suo re (di Israele), perché hanno rifiutato di convertirsi”.
Come riconosciuto da alcuni commentatori ebrei, Giona nella sua intuizione profetica, aveva capito che alla resa dei conti il castigo sarebbe ricaduto su Israele, in un certo qual modo proprio a causa della sua missione. Se gli Assiri dovevano funzionare da bastone della collera divina, la “commissione” affidatagli da Dio non si sarebbe potuta concludere con la distruzione di Ninive ma di sicuro il messaggio che proclamava avrebbe, in qualche maniera, spinto i suoi abitanti al pentimento convincendo l’Eterno a risparmiare la grande capitale dell’impero nemico, che sarebbe stato così lo strumento del futuro castigo di Israele.
Il problema per Giona, dunque, non stava nella conversione in sé – il che sarebbe stata espressione di inaudita, gratuita cattiveria – ma nelle conseguenze che da essa ne sarebbero derivate per Israele.
Quella conversione avrebbe costituito per Israele, insensibile verso le esortazioni profetiche, un vero e proprio giudizio spirituale.
Fu l’attaccamento al suo popolo – più che un becero nazionalismo – ad indurlo a “voltare le spalle” al Signore.
È tutt’altro che una rarità leggere nella Bibbia della difficoltà, se non della riluttanza, di uomini guida e profeti del popolo eletto nell’annunciare i giudizi che Dio, a più riprese nella storia, avrebbe abbattuto sui connazionali, non certo perché non li ritenessero meritati, anzi erano ben consci delle ribellioni dei loro fratelli che denunciavano a rischio di farseli acerrimi avversari; pur tuttavia, poiché amore ed indifferenza non si accompagnano, svolgevano il loro compito non come freddi censori, ma con dolore e partecipazione, spesso aggravati dal peso di accuse infamanti, perseguitati alla stregua di nemici di Israele.
Si tratta di quell’angoscia svelata, ad esempio, dalle parole di Mosè che quando l’Eterno decretò che i suoi discendenti avrebbero preso il posto del popolo eletto, destinato invece ad essere distrutto in quanto colpevole di aver adorato il vitello d’oro, implora il perdono per la nazione giungendo ad affermare “se no, ti prego cancellami dal tuo libro!” (Es 32:31-32).
Ma sarà anche lo stesso tormento che spinge l’apostolo Paolo a desiderare di essere “anatema, separato da Cristo, per amore dei fratelli, parenti secondo la carne, cioè gli Israeliti” (Ro 9:3).
Giona, dunque, votatosi all’estremo sacrificio per amore dei suoi fratelli: un sentimento questo che, come si evince dagli esempi sopra riportati, ha sempre caratterizzato i grandi uomini di Dio della Bibbia, tali in virtù di due connotati essenziali: innamorati svisceratamente dell’Eterno e del suo popolo.
Un sentimento che Gesù Cristo ha esaltato (Gv 15:13: “Nessuno ha amore più grande di quello di dar la sua vita per i suoi amici”) ed incarnato in maniera perfetta dando “la sua vita come prezzo di riscatto per molti” (Mt 20:28).
Nella condotta di Giona, alla luce delle delineate circostanze, la connotazione negativa sfuma, per divenire piuttosto una interpretazione, seppure in tono minore, di tale sentimento: si badi bene, Giona restava pur sempre un interprete imperfetto, ed infatti Gesù pur non facendosi scrupoli ad indicarlo come termine di paragone, precisa, riferendosi a sé medesimo: “…ecco, qui c’è più che Giona” (Mt 12:41b).
Eppure, deve far riflettere che è proprio Giona a vivere l’esperienza unica – tre giorni nel ventre di un grosso pesce – che prefigurerà la permanenza di Gesù nella tomba prima della sua resurrezione, secondo le affermazioni di Cristo stesso nella risposta ai Farisei che gli chiedevano un segno.
L’accostamento fatto dal Messia mi sembra getti una luce importante, fornendoci la giusta chiave di lettura delle vicende del profeta.


La preghiera dal ventre del pesce:
una richiesta di perdono?

Invero, sono in molti quelli che leggono il canto di Giona (cap. 2) mentre era ancora nel ventre del pesce come un’espressione di pentimento dalla sua disubbidienza. Questi stessi commentatori sono quindi portati a ritenere che si tratti di un ravvedimento transitorio, alla luce dell’irritazione che il profeta evidenzierà più tardi di fronte alla conversione dei Niniviti.
Personalmente, non sono sicuro di questa ricostruzione. A parte la difficoltà di credere ad un così repentino cambio di opinione, ciò che traspare chiaramente dalla lode è un gran senso di sollievo; l’unica colpa della quale sembra rimproverarsi veramente è quella di essersi fatto schiacciare da quegli avvenimenti al punto di pensare di non essere più oggetto delle attenzioni del suo Dio.
Le sensazioni vissute da Giona sono raccontate dal profeta con le parole a lui note, quelle di alcuni Salmi – 18, 42, 56, 69, 107, 120, ed altri ancora – nei quali più che per il perdono di peccati, l’Eterno viene lodato per il soccorso nelle prove.
Neanche dal resto del racconto mi sembra si possano trarre argomenti a favore dell’ipotesi di un pentimento.
Dopo che la sorte designa Giona, i membri dell’equipaggio gli domandano chi fosse, il suo mestiere e le sue origini. Ebbene, il profeta nonostante li avesse messi al corrente del fatto che egli fuggiva lontano dalla presenza del suo Signore non ha nessuna remora a presentarsi come ebreo, timoroso dell’Eterno (1:9-10).
Ora, è noto come il timore di Dio sia intimamente associato nelle Scritture all’osservanza dei suoi comandamenti (per tutti, si veda Ec 12:15). Sembra perciò oltremodo strano che Giona trovi qui il coraggio di fare, con fierezza, una dichiarazione tanto impegnativa, ove avesse maturato una valutazione in chiave realmente negativa della sua fuga. Mancando questa presa di coscienza, mi sembra arduo ipotizzare anche un successivo pentimento.
Inoltre, nel caso di ravvedimento, ci si aspetterebbe che il capitolo 3 si apra con un Giona, appena vomitato dal pesce, che si avvia verso Ninive in obbedienza al mandato divino, mentre vi leggiamo di un secondo ordine di analogo tenore che Dio gli rivolge, proprio come se la storia ripartisse da zero.
Per essere chiari: non sto cercando di negare che uno dei temi centrali del Libro in rassegna sia il pentimento ed il perdono. Sto solo affermando che è azzardato trarre argomenti al riguardo dall’ondivago comportamento di Giona.
La reazione prima favorevole, poi molto irritata, che scorgiamo nei capitoli 3 e 4, più che conseguenza di un ravvedimento – ahimé soltanto temporaneo del profeta – mi sembra piuttosto verosimile che sia stata il frutto di un fraintendimento di Giona sui propositi di Dio.
È più credibile ipotizzare – sul punto si tornerà nelle conclusioni – che la prontezza ad assecondare la volontà di Dio derivò dal fatto che era convinto che questa volta egli si fosse risolto a distruggere la città: alla luce della salvezza accordatagli, come pure della perentorietà del secondo ordine rispetto al primo – “Ancora quaranta giorni, e Ninive sarà distrutta!” (3:4) – era forse convinto che l’Eterno aveva “capito” le sue ragioni e che perciò, se ancora avesse voluto salvare Ninive, gli avrebbe per certo risparmiato quella missione.
Si spiega bene allora l’irritazione del profeta con la delusione per quel finale inatteso per come si erano messe le cose.
Ad una conclusione così – tornerà forte a ribadirlo, senza che traspaia mai che si fosse ricreduto al riguardo – avrebbe preferito la morte ed a quel finale fino all’ultimo non si rassegnerà come dimostra la veglia sulla città per vedere cosa sarebbe successo, evidentemente ancora convinto che Dio l’avrebbe infine annientata (4:5).


Una digressione.
La straordinaria conversione
dei Niniviti spiegata da Gesù

La conversione di massa dei Niniviti alla predicazione di Giona è a dir poco sorprendente. Circostanza questa che proverebbe secondo alcuni il carattere figurativo del racconto.
Personalmente sono convinto del contrario. È Gesù che mi autorizza a credere così dal momento che lo dà per scontato nell’ammonimento rivolto a Scribi e Farisei, registrato nei brani paralleli di Matteo 12:38 ss. e Luca 11: 29 ss.: come meglio si vedrà più avanti, il ragionamento del Messia si regge sul presupposto che le vicende di Giona, alle quali si rapporta, fossero veraci e soprannaturali, compreso proprio l’episodio-chiave, il quale, anzi, dovette anche giocare un ruolo importante nel processo di conversione dei Niniviti.
La migliore ricostruzione possibile del pensiero che Gesù qui sviluppa inchiodando i Giudei alle proprie responsabilità appare difatti questa:

• da un lato, i Niniviti si pentirono della loro malvagità prendendo sul serio le minacce dell’imminente giudizio perché annunciate da un uomo che riconobbero essere stato mandato da Dio proprio alla luce di quell’eccezionale esperienza nel ventre del pesce – assimilabile ad una rinascita dai morti – attraverso la quale, evidentemente, sapevano che il profeta era passato. Così si spiega l’affermazione: “Giona fu un segno per i Niniviti” (Lu 11:30);

• dall’altro, i contemporanei di Gesù che dopo averne voluto la morte, avrebbero al contrario continuato a rifiutarlo come Messia nonostante la sua resurrezione – segno questo associabile a quello di Giona poiché maturato in circostanze analoghe, cioè tre giorni dopo la “sepoltura” – con la quale il Padre lo accreditava ai loro occhi, al di là di ogni ragionevole dubbio, come Cristo e Signore.
Si comprende pertanto perché il verso da ultimo citato continua: “…così anche il Figlio dell’uomo sarà (un segno) per questa generazione”.
Né si può ritenere che con l’espressione “segno di Giona”, Gesù sottintendesse la predicazione del profeta.
Il brano di Matteo 12:39-40 sgombra ogni dubbio al riguardo: a quella generazione malvagia e adultera che gli chiedeva ancora segni ne sarebbe stato dato uno paragonabile a quello mostrato agli abitanti di Ninive attraverso il profeta; il riferimento non è alla predicazione, ma espressamente al fatto che “…come Giona stette nel ventre del pesce tre giorni e tre notti, così il Figlio dell’uomo starà nel cuore della terra tre giorni e tre notti”.
La presentazione dell’avventura come “segno per i Niniviti”, l’accostamento che Gesù ne fa alla sua resurrezione, chiuso con il confronto tra la reazione dei Niniviti e quella dei Giudei, si spiega bene e si giustifica soltanto assumendo che il Cristo ritenesse vera quella stessa avventura ed i Niniviti perfettamente consapevoli di essa.
Il fatto che nel libro di Giona ciò non venga riferito esplicitamente non appare decisivo. Certa antica tradizione rabbinica, ad esempio, attribuisce a questa circostanza il repentino ed esteso pentimento che si registrò in città: secondo questi commentatori difatti i marinai del battello che aveva trasportato Giona erano stati a Ninive e avevano raccontato agli abitanti della città della miracolosa salvezza del profeta, il che conferì una assoluta credibilità alle sue parole. È possibile dunque che queste ipotesi trovino conferma nelle parole del Messia.
Il paragone mi sembra faccia propendere anche per un’altra ipotesi e cioè che, nel ventre del pesce, Giona sia morto e quindi risuscitato. Perché, altrimenti, avrebbe pregato in tal modo: “…Tu hai fatto risalir la mia vita dalla fossa, o Eterno, Dio mio! Quando l’anima mia veniva meno in me, io mi son ricordato dell’Eterno, e la mia preghiera è giunta fino a Te” (2:7-8)? Egli cioè sembra abbia chiesto aiuto mentre stava per morire.
Poi, dopo tre giorni e tre notti, ecco il Signore tirarlo fuori dalla fossa. Lo ringrazia allora e il pesce lo vomita.
È vero, qualcuno potrebbe al riguardo obiettare che espressioni come questa, sono state pronunciate, ad esempio, anche da Davide in alcuni Salmi, senza che risulti che il successore di Saul sia mai morto e resuscitato (vedi, tra gli altri, Sl 18:4-6:
“I legami del soggiorno dei morti mi avevano attorniato, i lacci della morte m’avevano sorpreso. Nella mia angoscia invocai il Signore, gridai al mio Dio. Egli udì la mia voce dal suo tempio, il mio grido giunse a lui, ai suoi orecchi...”).
Tuttavia, il fatto che il Messia compari la Sua esperienza “morte/resurrezione” a quella vissuta da Giona in maniera tanto puntuale, rende l’ipotesi obbiettivamente ragionevole e del tutto coerente.
Diversamente, qualcuno potrebbe anche chiedersi se il Messia non sia rimasto vivo per tre giorni e tre notti sotto terra per poi uscirne. Invece, ha senso il paragone con Cristo il quale “nei giorni della sua carne, con alte grida e con lacrime offrì preghiere a colui che poteva salvarlo dalla morte ed è stato esaudito per la sua pietà” (Eb 5:7).
Gesù è stato esaudito non nel senso che non è morto, ma nel senso che è stato tirato fuori dalla morte, perché il Signore ha risposto alle sue suppliche e preghiere fatte prima di morire.
Riepilogando, il ravvedimento dei Niniviti alla predicazione di Giona, protagonista pure lui di una resurrezione – o comunque di qualcosa ad essa assimilabile – fu reale al pari della persistente incredulità di quella generazione di Israeliti, che non si sarebbe piegata neppure di fronte non al “figlio di Amittai”, ma addirittura al “Figlio di Dio”.
L’Eterno, difatti, – in accordo con le profezie delle quali andavano orgogliosi – mediante opere potenti, prodigi e segni che compiva attraverso di lui lo stava accreditando ai loro occhi come Cristo e Signore.
Fino al punto di risuscitarlo dai morti, ma – come aveva previsto Gesù – neppure quell’evidenza bastò, se è vero che i capi dei sacerdoti e gli anziani invece di arrendersi alla confessione, al di sopra di ogni sospetto, resa al riguardo dai soldati a guardia del sepolcro, cercarono di “coprire”, corrompendoli perché non rivelassero le cose straordinarie di cui erano stati spettatori, ma anzi accusassero i discepoli di aver trafugato il corpo (Mt 28:11-15).
Quindi, promossero – riuscendo a tirarsi dietro gran parte del popolo – una violenta persecuzione contro gli apostoli, nonostante la predicazione di questi ultimi, centrata proprio sulla resurrezione, continuasse ad essere confermata dal Padre con segni prodigiosi come già accaduto con la testimonianza resa dal Figlio.
Le conclusioni che il Cristo tira dal suo ragionamento, anche a mente di quanto accadrà in seguito, per quanto dure, non fanno una grinza: per gli increduli contemporanei è preparata una condanna senza attenuanti.
Ed a decretarla sarebbero stati proprio i vituperati Niniviti – ecco ritornare prepotente il giudizio spirituale sulla nazione di Israele tanto temuto da Giona – ai quali fu sufficiente una rivelazione di minor rango per riconoscersi peccatori e ravvedersi.


Conclusione:
la pietà di Giona e quella di Dio

Il libro si chiude con l’irritazione di Giona per l’inaspettata salvezza accordata dall’Eterno ai Niniviti (cap. 4). Quel finale tanto sgradito in effetti lui l’aveva intravisto quando il suo Signore gli affidò il primo mandato: la prospettiva di diventare mezzo di salvezza di coloro che avrebbero – stando alle profezie di Amos ed Osea – dominato su Israele proprio non riusciva ad accettarla.
A quella preferisce la morte che per certo – pensò – gli avrebbe procurato il Committente celeste a motivo della sua decisione di non obbedire all’incarico. E così fece. Soltanto che Dio gli conferì salvezza sicché il nostro profeta dovette interpretare l’agire divino come una manifestazione di comprensione, se non proprio di approvazione. Le sue preoccupazioni insomma sembravano essere state legittimate dalla reazione benevola del suo Signore.
Senonché, quando per la seconda volta Dio lo mandò ai Niniviti ottemperò senza discutere, convinto – per come era andata la “prima” – di una chiusura di suo gradimento. La delusione fu cocente quando si rese conto che i propositi di Dio in realtà non erano mutati.
“O Signore, non era forse questo che io dicevo, mentre ero ancora nel mio paese?” (4:2a) sono le parole di uno grandemente dispiaciuto, irritato. Dio voleva proprio salvare Ninive? Che lo facesse pure, ma senza di lui!
D’altronde, sarebbe stato pronto a pagare fino in fondo le conseguenze di quella sua scelta e, difatti, coerentemente alle proprie originarie determinazioni chiede di morire (4:3).
Il Signore gli chiede se era buono che lui se la prendesse a quel modo. Il profeta – nel quale, evidentemente, quella domanda dovette alimentare la speranza nel fatto che era giunto a conclusioni affrettate perché Dio avrebbe impresso alla storia la piega che egli si aspettava – si costruì un rifugio provvisorio, fuori, ma non troppo, della città per vedere se la sua profezia si sarebbe compiuta.
Tutto sembra andare nel verso giusto quando Dio fa crescere miracolosamente un ricino che con la sua ombra ne allieta l’attesa. Ed invece vediamo Giona sprofondare nella depressione più totale poiché Dio altrettanto rapidamente e miracolosamente fa seccare il ricino.
Quella pianta era solo un pretesto dell’Eterno per introdurre il ragionamento con cui si chiude il libro di Giona: un tipo di ragionamento molto diffuso tra gli Ebrei, definito “da minore a maggiore” ovvero “da meno a più”, fondato sul principio per cui se una certa conclusione trova una giustificazione in base a determinati presupposti, allora a quella stessa conclusione dovrebbe a maggior ragione giungersi in presenza di premesse più forti.
L’argomentazione si svolge così: se Giona – come aveva osato protestare in risposta alla domanda dell’Eterno “È bene che tu sia irritato a causa del ricino” (4:9) – riteneva legittimo irritarsi ed “avere compassione” per le tristi sorti del ricino, cresciuto nel giro di poche ore per mezzo di un intervento miracoloso, senza che il profeta avesse fatto alcunché per coltivarlo, allora tanto più si giustificava la pietà di Dio verso la città di Ninive nella quale vi era un gran numero di essere viventi tra uomini e animali, tutti opera delle sue mani.
Giona amava i suoi connazionali, le preoccupazioni che provava per le sorti dei suoi fratelli erano legittime, eppure il suo restava un sentimento parziale, incompleto. L’amore totale, perfetto è un attributo esclusivo di Dio. Ne era pienamente consapevole l’apostolo Paolo, il quale pregava il Padre che desse ai credenti di Efeso di essere potentemente fortificati, mediante lo Spirito Suo, nell’uomo interiore perché radicati e fondati nell’amore potessero abbracciare con tutti i santi “la larghezza, la lunghezza e la profondità dell’amore di Cristo e di conoscere questo amore che sorpassa ogni conoscenza, affinché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio” (Ef 3:16-19).
Di crescere in questa conoscenza avevano bisogno gli Efesini, fatto questo tuttavia che non impedisce a Paolo, poco prima, sempre nell’epistola a loro indirizzata (1:15-18), di lodarli, tanto da ringraziare Dio avendo udito parlare della loro fede nel Signore e del loro amore per tutti i santi.
Allo stesso modo, ne aveva bisogno Giona, senza che ciò fosse ritenuto dall’Eterno motivo sufficiente a negare comprensione per le difficoltà del suo servo ad accettare un ruolo attivo nella salvezza di coloro – peraltro, notoriamente malvagi – che sarebbero stati i carnefici dei suoi amati fratelli (quanti di noi, mi chiedo, a fronte di una simile eventualità, si sarebbero comportati diversamente da Giona).
Ne abbiamo bisogno noi, per restare in sintonia con lui anche quando le coordinate del suo amore non coincideranno con le nostre.

Domenico Irollo
(Assemblea di Aprilia, LT)

Bibliografia

Centro Diffusione Letteratura Ivrit - DLI (a cura del), Libro di Giona, Edizioni DLI, Milano, 1996;
Hannah J.D., Giona, in Walwoord J.F., Zuck R.B. (coordinatori), Investigare le Scritture. Antico Testamento, La Casa della Bibbia, Torino, 2001;
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Wolff H.W., Studi sul libro di Giona, Paideia Editrice, Brescia, 1982.
Desidero altresì rivolgere un ringraziamento a quanti mi hanno offerto preziosi suggerimenti e spunti nell’elaborazione di queste riflessioni, ed in particolare al caro fratello Omar Stroppiana.