Interrogativi posti da nuove sperimentazioni scientifiche


BIOETICA:
“Basta! Prendi la mia vita, o Signore”
(1Re 19:14)



Si sta facendo sempre più strada l’idea che sia opportuno interrompere, seguendo la volontà del malato o dei suoi familiari, periodi di sofferenza che vengono giudicati penosi ed inutili. In molti Paesi questa “opportunità” viene codificata con norme che legittimano la pratica dell’eutanasia e del suicidio assistito. Questa, oltre ad essere una grave ingerenza dell’uomo nella sovrana autorità di Dio, costituisce anche la diffusione di una falsa idea della morte e, di conseguenza, anche di ciò che attende l’uomo al di là di essa.


L’eutanasia: dalla vita alla morte

Oggi giorno la vita è spesso difficile e stressante. La depressione è una malattia molto diffusa, e tutto contribuisce ad accrescere quello che viene comunemente chiamato “il male di vivere”.
Ci sono poi le malattie, che spesso, nonostante i grandi progressi della medicina, sono insopportabili per le sofferenze che provocano. L’uomo moderno non trova alcun significato nella sofferenza fisica e psichica, e la ritiene solo una minaccia alla sua dignità.
Così nell’ultimo secolo ha gradualmente preso piede l’idea che l’uomo può togliersi la vita quando questa diventa più un impaccio che un piacere. Anche se Dio rivendica l’autorità sulla vita e sulla morte (De 32:39; 1Sa 2:6), l’uomo vuole sostituirsi a lui e vuole governare i tempi della sua vita, rivendicando il diritto e la libertà di decidere quando porre fine alle cose.
Così nasce l’idea dell’“eutanasia”, cioè l’uccisione programmata di una persona. Inizialmente era proposta come un mezzo per aiutare chi era affetto da gravi malattie e schiacciato da dolori insopportabili.
Oggi, valorizzando il principio dell’autonomia del paziente, si vuole diffondere questa pratica ed applicarla a ogni situazione, in cui questa è richiesta con convinzione e perseveranza. Alcuni Stati in Europa e negli Stati Uniti, hanno già prodotto delle leggi che legalizzano sia l’eutanasia, che pratiche simili come il “suicidio assistito”.


Le risposte di Dio alle richieste di morte

Anche nella vita di un credente ci possono essere momenti difficili, nei quali il peso degli eventi può essere così forte da far pensare che sia meglio morire, che continuare a soffrire.
Nella Bibbia troviamo esempi di grandi uomini di Dio che si sono trovati in questa situazione.
Giobbe (7:15) è il più famoso.
Elia ad esempio (1Re 19) chiede a Dio di poter morire, oppresso dagli eventi e dalla necessità di fuggire dalla vendetta di Izabel. Il testo ci insegna come Dio gli offrirà anziché la morte, un sonno ristoratore, oltre a cibo e acqua per nutrirsi.
La conseguenza fu che “…per la forza che quel cibo gli aveva dato, camminò quaranta giorni e quaranta notti...” (19:8). Un vigore nuovo.
• Un altro esempio è Giona; anch’egli rivolge a Dio una analoga richiesta: “...riprenditi la mia vita; perché per me è meglio morire piuttosto che vivere.” (4:2) Anche qui la risposta di Dio è diversa dalla richiesta di Giona.
Dio sa che la richiesta è frutto dell’ira di Giona e inizia ad insegnargli le sue vie, dimostrandogli come le cose che accadevano, avevano un senso diverso da quello intuito da Giona, il quale saltava troppo facilmente da una “grandissima gioia” alla depressione.

Le parole di Paolo sono chiare (Fi 1:21-23):

“Infatti per me il vivere è Cristo e il morire guadagno. Ma se il vivere nella carne porta frutto all’opera mia, non saprei cosa preferire. Sono stretto da due lati: da una parte ho il desiderio di partire e di essere con Cristo, perché è molto meglio; ma, dall’altra, il mio rimanere nel corpo è più necessario per voi”.

Paolo sente il peso di questa vita, confrontandolo con la speranza di una vita futura con il Signore. Tuttavia anche la prigionia diventa accettabile per lui nella consapevolezza di essere utile per la causa di Dio e per l’incoraggiamento dei fratelli.


L’inganno della “dolce morte”

Un sottile inganno serpeggia tra i sostenitori dell’eutanasia e ritengo che vada prontamente smascherato dai credenti. L’obiettivo principale di chi ricorre all’eutanasia è quello di dare una “dolce morte”.
Il concetto di “dolce morte” è molto diffuso nel comune pensare e questo termine è usato proprio come sinonimo per definire questa pratica. La domanda da porsi è se sia possibile pensare alla morte come a una “dolce morte”.
La Bibbia ci parla della morte in termini completamente diversi.


La morte è separazione da Dio

Nella Genesi leggiamo che dopo la caduta entrano nel mondo la sofferenza e la morte, come conseguenza dell’opera di Satana e del peccato.
La morte pone fine alle cose materiali, ma anche al dialogo con Dio e quindi alla possibilità di incontrare il Signore. È una porta che si chiude definitivamente perché chi non ha la chiave (la fede in Gesù Cristo) non avrà più possibilità di riapertura.


La morte porta verso un giudizio

Il testo di Ebrei 9:27 ci dice che: “..è stabilito che gli uomini muoiano una sola volta sola, dopo di che viene il giudizio”.
Sappiamo da molti altri testi che il giudizio significa condanna per coloro che non hanno accettato Gesù nella propria vita, e quindi morte eterna. Parlare di “dolce morte” nel contesto di una vita al di fuori della fede in Cristo è pertanto un’illusione che vuole solo mascherare la terribile realtà di questo evento.


La morte è definita come un nemico

Dice Paolo nella lettera ai Corinzi 15, 26: “L’ultimo nemico che sarà distrutto, sarà la morte”.
Nella visione cristiana la morte è vista come un nemico da distruggere e non da abbellire e rendere desiderabile. L’uomo non può illudersi di addolcirla con umani artifici, perché solo Gesù può vincere la morte.


La morte è sofferenza

Nella lettera agli Ebrei (2,9) Paolo scrive: “…Gesù, coronato di gloria e di onore a motivo della morte che ha sofferto, affinché, per la grazia di Dio, gustasse la morte per tutti.”. Questo breve testo ci insegna tre cose importanti.
• La prima è che Gesù ha sofferto. Questa è la chiara essenza della morte. La morte è sofferenza sempre, anche quando arriva attraverso l’eutanasia.
• La seconda è che solo Gesù può dire di aver “gustato” la morte, perché la sua morte è una morte salvifica per quanti lo vogliono seguire.
• La terza è che il gusto della morte è associato alla grazia di Dio. Solo Dio può trasformare la morte in un evento “dolce”, riempiendola della sua grazia.


La prospettiva cristiana: dalla morte alla vita

Mettiamo quindi in guardia coloro che ci parlano dell’eutanasia che non esiste una “dolce morte” data dagli uomini. La morte è sempre sofferenza ed è un evento terribile per chi rifiuta la croce di Gesù. Solo se la nostra vita è illuminata dalla grazia di Dio, alla quale possiamo avere accesso tramite la fede in Gesù, solo in questo caso la morte perde la sua drammaticità, stemperandosi nella serenità che deriva dalla speranza della nuova vita promessaci da Dio.
Una prospettiva completamente diversa quindi: l’eutanasia propone una falsa “dolce morte” come soluzione al “male di vivere”. La fede invece ribalta i termini e propone all’uomo, anche nel momento di grande sofferenza, una vita eterna gloriosa, come risposta alla morte nel peccato.
“La morte è stata sommersa nella vittoria; o morte, dov’è la tua vittoria? O morte dov’è il tuo dardo? Ora il dardo della morte è il peccato, e la forza del peccato è la legge; ma ringraziato sia Dio, che ci dà la vittoria per mezzo del nostro Signore Gesù Cristo” (1Co 15:54-57)
Al cristiano non serve l’eutanasia. Egli vive delle promesse di Dio che gli danno la certezza che anche nel momento della sofferenza più atroce, Egli sarà con lui per sostenerlo ed aiutarlo nella prova e nella tentazione:
“... però Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze; ma con la tentazione vi darà anche la via di uscirne, affinché la possiate sopportare” (1Co 10:13).

Giorgio Begher
(Assemblea di Bolzano)