Cambiamenti sconvolgenti all’orizzonte nella società

MATRIMONIO
O UNIONE DI FATTO? (I)


In una società pluralista in continuo cambiamento, le unioni di fatto vengono presentate come la naturale evoluzione del concetto di matrimonio. Si dice infatti che esso non deve fossilizzarsi su schemi tradizionali e ormai superati. Un cristiano che vuole essere fedele ai principi biblici, come deve interpretare questi nuovi modelli matrimoniali? Deve rifiutarli e indire delle crociate contro di essi, oppure deve ignorarli? O, al limite, li può accettare come una tipica trasformazione dei costumi del nostro tempo?


La questione delle unioni di fatto in alternativa al matrimonio tradizionale è molto sentita. I vari governi tentano di definire nuove legislazioni civili per riconoscere tali unioni, siano esse eterosessuali o anche omosessuali. Alcune nazioni europee hanno già predisposto delle indicazioni concrete, mentre in Italia il dibattito è ancora aperto. Una delle sigle più note per definire queste unioni (anche se non le comprende tutte) è: PACS, che è l’abbreviazione di Patto Civile di Solidarietà. Tuttavia, non ci si deve lasciar trarre in inganno dal termine patto, perché sul piano morale questo non viene percepito con i contorni di sacralità entro i quali esso dovrebbe realizzarsi, né viene sottolineata la profonda valenza che invece ha nella Bibbia. Nelle Scritture, infatti, un patto – qualunque esso sia – ha un’importanza e una solennità che nella società attuale non si ritrovano più. Più avanti svilupperemo meglio questo aspetto.


La situazione attuale

Le statistiche ci informano che in Italia la convivenza tra due persone senza un regolare matrimonio è in costante aumento. I motivi possono essere tanti e alcuni di questi, da un punto di vista esclusivamente pratico, potrebbero anche sembrare giustificati. In alcuni casi, poi, può persino accadere che certe coppie di fatto siano più solide, più fedeli e più solidali di coppie sposate “in chiesa”. Alcuni, per mettere in evidenza l’importanza della volontà e dell’impegno personale rispetto alla “sterile” ubbidienza ad una norma stabilita, affermano che “non è un foglio di carta che garantisce la riuscita di un matrimonio”.
Questa è un’affermazione vera. In sé, infatti, il matrimonio tradizionale non dà la certezza che la coppia sia felice e benedetta. Nel nostro Paese, la durata media di un matrimonio è di tredici anni e sono comunque in diminuzione sia i matrimoni che la loro durata.
Pure fra i credenti aumentano le crisi matrimoniali, spesso anche a causa dell’infedeltà. Ciò dimostra che lo spirito del mondo si è insinuato gradualmente nella Chiesa e da tempo si è infranto il “mito” che i credenti evangelici possono vantare matrimoni inossidabili e inattaccabili.
Purtroppo, il fallimento matrimoniale di molti cristiani è un’evidenza dolorosa che non possiamo più nascondere. Per ora si tratta soltanto di casi sporadici, ma sono convinto che, anche se non lo si dice apertamente, esista in molte coppie un disagio diffuso, fatto di insoddisfazione, di rimpianti, di delusioni e di frustrazioni.
Cosa succederebbe se tutti questi matrimoni sofferenti e freddi dovessero scoppiare all’improvviso?
Di fronte alla realtà incontestabile dell’aumento dei fallimenti matrimoniali, la classe politica interviene modificando l’assetto legislativo, così da prevedere la formazione di unioni più snelle e meno vincolanti. In questo modo, invece di affrontare il problema alla radice, si cerca di acconsentire alla richiesta di nuovi modelli di convivenza che alleggeriscano il “peso” del matrimonio. Ma, a mio giudizio, in questo modo si offrono alternative che sembrano più delle pezze che soluzioni.
Da un punto di vista morale e spirituale, sono più che altro dei tentativi di sminuire il disagio del peccato nella sua sostanza (sia esso rappresentato dall’orgoglio, dall’egoismo, dall’aridità affettiva, dalla scarsa volontà di dialogare, dal disprezzo o dall’abuso, cioè tutti aspetti che minacciano l’unità coniugale) proponendo un cambiamento soltanto nella forma. Invece di incentivare efficaci e capillari interventi a livello di prevenzione, di preparazione al matrimonio e di cura degli sposi a tutti i livelli della vita coniugale, si preferisce predisporre una serie di opzioni, quali la semplice convivenza, le unioni di fatto, i PACS…
Certo, non compete allo Stato l’educazione morale dei cittadini, ma sarebbe auspicabile almeno una tutela di certi valori attraverso un sereno confronto. Oggi, invece, chi difende i principi della Bibbia viene deriso e tacciato di oscurantismo, nonostante si parli tanto di tolleranza.
Nella prospettiva biblica, le unioni di fatto non sostituiscono il matrimonio, ma si presentano come surrogati a buon mercato che esprimono perfettamente quale sia il pensiero del nostro tempo, caratterizzato – sul piano filosofico – dal relativismo, dalla superficialità, dal disimpegno, e – sul piano personale – da un individualismo esasperato.


L’autorità della Scrittura

Il cristiano degno di questo nome deve attenersi alla Scrittura non soltanto per l’autorità ch’essa detiene in campo spirituale, ma anche per le scelte etiche e morali. Il richiamo alla Scrittura, come autorità ultima e definitiva per il credente, deve essere normativo per la sua coscienza. Sul tema che stiamo trattando, essa è molto chiara:

1. il matrimonio è solo tra un uomo e una donna;
2. il matrimonio è sancito da una dichiarazione volontaria e pubblica;
3. il matrimonio esprime in sé un progetto di vita condiviso;
4. questo progetto è caratterizzato dall’amore, dall’impegno, dalla continuità e dalla fedeltà;
5. altri tipi di unione che comportino rapporti sessuali sono considerate fornicazioni e adultèri.

Per il credente è importante sviscerare gli aspetti costitutivi del matrimonio, per inserirli in un contesto di più ampio respiro, sia sul piano teologico sia su quello socio-culturale che caratterizza il dibattito sulle unioni di fatto.


Gli obiettivi del matrimonio

In sintesi, il matrimonio biblico ha almeno cinque obiettivi (per un ulteriore approfondimento vedi il mio libretto: “Ruoli e responsabilità nel matrimonio”, UCEB, Fondi, LT, 2001):

1. Soddisfare il bisogno di compagnia dell’essere umano (Ge 2:18a).
Secondo alcuni studi statistici, la paura della solitudine è al primo posto nelle classifiche delle paure, tuttavia, il matrimonio non è un antidoto alla solitudine, ma è qualcosa di ben più profondo, che si realizza nell’esclusiva appartenenza reciproca degli sposi, che fanno dono di sé all’altro:
“La moglie non ha potere sul proprio corpo, ma il marito; e nello stesso modo il marito non ha potere sul proprio corpo, ma la moglie” (1Co 7:4).

2. Realizzare la complementarietà creazionale (Ge 2:18b).
L’aiuto adatto di cui parla la Scrittura implica una serie di elementi e fattori che interagiscono in sintonia e non in conflitto. Anche le differenze tra uomo e donna devono essere vissute come motivo di crescita di entrambi e non come antagonismo e causa di incomprensione. Marito e moglie si possono e si devono aiutare a migliorarsi a vicenda, proprio in virtù della loro reciproca appartenenza l’uno all’altro.

3. Accogliere e crescere dei figli (Ge 1:28a).
Sicuramente, un matrimonio sereno, stabile e fedele ai principi divini è il luogo migliore per far nascere e crescere dei figli che, a loro volta, possano diventare degli adulti responsabili e maturi. I nostri figli ci guardano e imparano da noi e un giorno porteranno nel loro matrimonio i modelli relazionali che hanno ereditato osservando il nostro comportamento in famiglia.

4. Essere la microstruttura fondamentale della società (Ge 1:28b).
La società umana, come un organismo pluricellulare, si mantiene sano se le singole cellule sono sane. Un edificio è solido se poggia su fondamenta sicure. La famiglia (e la coppia in primo luogo) è la prima microstruttura di una società; quest’ultima può essere complessa finché si vuole, ma essa rimane sana soltanto se è formata da famiglie sane. Se la famiglia si fonda su unioni precarie e passibili di facile scioglimento, allora tutta la società ne risente negativamente.

5. Proteggere e veicolare i bisogni e le risorse affettive (Pr 5:15-20).
All’interno della famiglia si devono creare le premesse perché i bisogni, le esigenze e le risorse dei vari componenti siano tutelati e protetti. A cominciare dalla fornicazione: Dio vuole proteggere la sessualità degli individui e perciò ha previsto un luogo dove questa si possa realizzare come dono e come benedizione: il matrimonio. La storia insegna che i regni contaminati da impurità dei costumi sessuali sono stati spazzati via in breve tempo e sostituiti da altri con una moralità più solida. Nella famiglia, oltre a quelle affettive, si parla anche di risorse più specificamente pratiche (cfr. 1Ti 5:8).


Il patto matrimoniale
e il suo senso spirituale

Un cristiano non può prescindere dal senso spirituale che la Bibbia dà al matrimonio. Non a caso Dio, per spiegare la profondità della relazione che stabilisce con il suo popolo, fa sempre riferimento al modello matrimoniale.
Il fidanzamento e il matrimonio sono infatti spesso delle metafore che simboleggiano i rapporti spirituali fra il Signore e il suo popolo:

“Non sarai più chiamata Abbandonata, la tua terra non sarà più detta Desolazione, ma tu sarai chiamata La mia delizia è in lei, e la tua terra Maritata; poiché il Signore si compiacerà in te, la tua terra avrà uno sposo. Come un giovane sposa una vergine, così i tuoi figli sposeranno te; come la sposa è la gioia dello sposo, così tu sarai la gioia del tuo Dio” (Is 62:4-5).
• “«Quel giorno avverrà – dice il Signo-
re – che tu mi chiamerai: Marito mio!
[…] Quel giorno io farò per loro patto […]; spezzerò e allontanerò dal paese l’arco, la spa-
da, la guerra, e li farò riposare al sicuro. Io ti fidanzerò a me per l’eternità; ti fidanzerò
a me in giustizia e in equità, in benevolenza e in compassioni. Ti fidanzerò a me in fedeltà, e tu conoscerai il Signore»”
(Os 2:16a,18a,19-20).
In quest’ultimo versetto notiamo alcuni aspetti importanti:

1. si parla di un patto;
2. viene sottolineata la continuità della relazione (“per l’eternità”);
3. vengono menzionate alcune caratteristiche significative della relazione matrimoniale (giustizia, equità, benevolenza, compassione, fedeltà);
4. infine, il verbo conoscere fa riferimento alla conoscenza intima di una persona (metafora del rapporto sessuale).

Anche l’apostasia del popolo di Dio – mediante l’idolatria o altre forme di peccato – viene simboleggiata con l’adulterio della moglie:

“Come mai la città fedele è diventata una prostituta?” (Is 1:21).
“«Tu che ti sei prostituita con molti amanti, ritorneresti da me?» dice il Signore. «Alza gli occhi verso le alture, e guarda. Dov’è che non ti sei prostituita? […] Benché io avessi ripudiato l’infedele Israele a causa di tutti i suoi adultèri e le avessi dato la lettera di divorzio, ho visto che sua sorella, la perfida Giuda, non ha avuto alcun timore, ed è andata a prostituirsi anche lei. […] Tu sei stata infedele al Signore. […] Proprio come una donna è infedele al suo amante, così voi mi siete stati infedeli, o casa d’Israele!’ dice il Signore” (Gr 3:1b-2a,8,13a,20).
“«Io ti passai accanto, ti guardai, ed ecco, il tuo tempo era giunto: il tempo degli amori; io stesi su di te il lembo della mia veste e coprii la tua nudità; ti feci un giuramento, entrai in un patto con te’, dice Dio, il Signore, ‘e tu fosti mia. […] Ma tu, inebriata della tua bellezza, ti prostituisti sfruttando la tua fama e offrendoti a ogni passante, a chi voleva»” (Ez 16:8,15).
“«Contestate vostra madre, contestatela! perché lei non è più mia moglie, e io non sono più suo marito! Tolga dalla sua faccia le sue prostituzioni, e i suoi adultèri dal suo petto. […] Ha fatto cose vergognose, poiché ha detto: ‘Seguirò i miei amanti, che mi danno il mio pane, la mia acqua, la mia lana, il mio lino, il mio olio e le mie bevande. […] Lei non si è resa conto che io le davo il grano, il vino e l’olio; io le prodigavo l’argento e l’oro. […] La punirò a causa dei giorni dei Baal, quando bruciava loro incenso e, ornata dei suoi pendenti e dei suoi gioielli, seguiva i suoi amanti e dimenticava me», dice il Signore” (Os 2:2,5,8,13).

L’adulterio spirituale (che simboleggia l’idolatria) porta al divorzio spirituale:

• “Quelli che si allontanano da te periranno; tu distruggi chiunque ti tradisce e ti abbandona” (Sl 73:27).
“Già da lungo tempo tu hai spezzato il tuo giogo [nel senso di patto], rotto le tue catene, e hai detto: «Non voglio più servire!» Ma sopra ogni alto colle e sotto ogni albero verdeggiante ti sei buttata giù come una prostituta” (Gr 2:20).
“Il mio popolo consulta il suo legno e il suo bastone gli dà il responso; poiché lo spirito della prostituzione lo svia, esso si prostituisce, allontanandosi dal suo Dio” (Os 4:12).

In quest’ultimo versetto si può notare l’antitesi che c’è fra il consultare la legge di Dio (cioè la sua Parola) per attenersi a questa, e consultare invece il proprio legno (simbolo dei propri pensieri, delle filosofie umane e del pluralismo ideologico in senso negativo) per orientare le proprie scelte.

Nel Nuovo Testamento le metafore matrimoniali e sessuali non cambiano
, ma vengono – in un certo senso – ancora più radicalizzate. Infatti troviamo le stesse immagini: Gesù Cristo è lo Sposo (così come nell’Antico Testamento lo Sposo era Jahweh: cfr. Is 54:5 e Os 2:16).

“Allora si avvicinarono a lui i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché noi e i farisei digiuniamo, e i tuoi discepoli non digiunano?» Gesù disse loro: «Possono gli amici dello sposo fra cordoglio finché lo sposo è con loro? Ma verranno i giorni che lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno»” (Mt 9:14-15).
“Giovanni [il Battista] rispose: «[…] Io non sono il Cristo, ma sono mandato davanti a lui. Colui che ha la sposa è lo sposo; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, si rallegra vivamente alla voce dello sposo; questa gioia, che è la mia, è ora completa. Bisogna che egli cresca e che io diminuisca»”(Gv 3:28-30).

E la Chiesa è la sua sposa:

“Vi ho fidanzati a un unico sposo, per presentarvi come una casta vergine a Cristo” (1Co 11:2).
“Rallegriamoci ed esultiamo e diamo a lui la gloria, perché sono giunte le nozze dell’Agnello e la sua sposa si è preparata” (Ap 19:7).
“E vidi la santa città, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo da presso Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. […] Poi venne uno dei sette angeli che avevano le sette coppe piene degli ultimi sette flagelli, e mi parlò, dicendo: «Vieni e ti mostrerò la sposa, la moglie dell’Agnello»” (Ap 21:2,9; cfr. anche 22:17).

Gesù Cristo, capo della Chiesa, ama la sua sposa e vigila su di essa per la sua santificazione. Notiamo una chiara allusione al matrimonio come modello per il rapporto spirituale fra Cristo e la sua sposa anche in Ef 5:23-32.

Dunque, da un punto di vista spirituale e teologico, le unioni di fatto in sostituzione dei matrimoni rappresentano uno svilimento dell’istituzione matrimoniale stessa, con tutto ciò che essa comporta. Anche se ciò costa fatica e si rischia di essere accusati di oscurantismo, dobbiamo affermare con forza che accettare l’unione di fatto o la semplice convivenza significa volersi porre al di fuori del progetto di Dio.
Per chi si definisce cristiano e dichiara la sua appartenenza alla Chiesa del Signore, una persistente situazione di convivenza indica un problema spirituale, i cui termini sono: disubbidienza, ribellione e ostinazione. La Scrittura dice: “Ogni cosa mi è lecita, ma non ogni cosa è utile. Ogni cosa mi è lecita, ma io non mi lascerò dominare da nulla” (1 Co 6:12).
Questo passo indica l’ampiezza della libertà del cristiano, ma deve essere sempre letto nella prospettiva di un altro passo: “Non fate della libertà un’occasione della carne” (Ga 5:13).
L’apostolo Paolo restringe poi il campo e utilizza di nuovo una metafora sessuale per indicare come si deve camminare dopo la conversione:
“Chi si unisce al Signore è uno spirito solo con lui. Fuggite la fornicazione. Ogni altro peccato che l’uomo commetta, è fuori del corpo; ma il fornicatore pecca contro il proprio corpo. Non sapete che il vostro corpo è il tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete ricevuto da Dio? Quindi non appartenete a voi stessi. Poiché siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo” (1Co 6:17-20).
Chi ubbidisce al Signore gli è fedele, mentre chi non osserva i suoi comandamenti testimonia in quel modo la sua infedeltà.

I parametri spirituali della condotta del cristiano sono chiari; ogni tentativo di sminuirli o di accantonarli per giustificare una situazione di peccato, manifesta un’aperta disubbidienza a Dio. Questa può essere causata anche dal fatto che spesso si tende a privilegiare il proprio individualistico benessere invece della volontà di Dio.
Il cristiano ubbidiente deve invece lasciarsi investigare dallo Spirito: “Esaminami, o Dio, e conosci il mio cuore. Mettimi alla prova e conosci i miei pensieri. Vedi se c’è in me qualche via iniqua e guidami per la via eterna” (Sl 139:23-24). Il cristiano ubbidiente deve rifiutare compromessi spirituali o morali che possono portare al peccato e non può dunque accettare le unioni di fatto come alternativa al matrimonio voluto da Dio.

(1. continua)

Marco Distort
(Assemblea di Arezzo)