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esaminati
ed esaminatori
     


      Il mese che ci siamo appena lasciati alle spalle è, per molti, tempo di esami. Da una parte, troviamo gli esaminandi con la loro carica di ansie e di preoccupazioni, spesso amplificate da genitori iperprotettivi. Dall’altra parte, anche gli esaminatori non nascondono il loro disagio per un compito arduo che spesso chiama direttamente in causa la qualità del loro lavoro e che li espone frequentemente a critiche e proteste.
      C’è un momento della vita cristiana in cui, stranamente, l’esaminando e l’esaminatore si identificano, sono cioè la stessa persona. Un momento in cui, quindi, in una stessa persona dovrebbero sommarsi l’ansia dell’essere esaminato e il disagio del doversi esaminare. Non si tratta di una identificazione dei due ruoli rara ed occasionale, ma piuttosto di una identificazione che coinvolge tutti i credenti in Cristo che sono, per di più, chiamati a viverla e ripeterla ogni “primo giorno della settimana”.
      “Ora ciascuno esamini sé stesso e così mangi del pane e beva dal calice...” (1Co 11:28).
      Esaminare sé stessi? “Che goduria!” griderebbe qualche studente: “Se ciò fosse davvero possibile, eviterei di studiare, di impegnarmi troppo, tanto poi sarò io stesso a dovermi valutare! In questo modo perciò: promozione assicurata! Più nessun problema...”. Non è certo con questo atteggiamento goliardico e disimpegnato che il Signore vuole che ogni domenica mattina ricordiamo il suo corpo “rotto” e il suo sangue “versato” per noi! Anzi il suo invito ad “esaminare sé stessi” indica che “ogni volta” in cui mangiamo il pane e beviamo dal calice, dobbiamo farlo con piena consapevolezza, con senso di responsabilità, con un impegno profondamente sentito e vissuto. Ma... che legame c’è fra la “memoria” del sacrificio di Cristo e l’esame di noi stessi? Se è vero che la nostra attenzione dovrebbe essere tutta concentrata sulla persona e sull’opera del nostro amato Salvatore Gesù, perché concentrarsi anche su noi stessi? Quali possono essere le motivazioni e gli obiettivi di questo esame introspettivo?
      La memoria di Cristo ha valore soltanto per l’uomo che ha riconosciuto che il corpo crocifisso ed il sangue sparso costituiscono la soluzione di Dio al problema del peccato. In questa prospettiva il momento della “memoria” diventa per me profondamente coinvolgente, perché mi ricorda che, se “la causa dell’inimicizia” fra me e Dio è stata “abolita”, ciò è stato possibile soltanto grazie al sacrificio di Cristo; quel sacrificio che il pane ed il vino mi ricordano nel suo aspetto più drammatico e cruento, senza il quale mi sarebbe del resto impossibile comprendere la grandezza dell’amore di Dio e la severità della sua giustizia. Se, nel momento della “memoria” e prima di mangiare il pane e bere dal calice, io sono chiamato ad esaminarmi, non è certo per promuovermi, ma per riconoscere che la creatura nuova che io sono è frutto di quel corpo “rotto” e di quel sangue “versato” e per confessare, domenica dopo domenica, che “in me non abita alcun bene” e che se posso “rendere grazie a Dio” è soltanto “per mezzo di Gesù Cristo”. In qualità di esaminando sono chiamato a riconoscere la mia condizione di peccatore, ma in qualità di esaminatore posso rallegrarmi perché lo Spirito mi dona la certezza che, per la mia fede “in Cristo”, sono “una nuova creatura” e che godo la pace e la gioia che caratterizzano questa mia nuova condizione. Ma devo esaminarmi anche per individuare le scorie che ogni settimana riaffiorano in me e per chiedere a Cristo di eliminarle, trasformando la sua “memoria” in una continua sua azione purificatrice nella mia vita.
      Spesso si sente dire, a proposito degli esami scolastici, che sono “una pura formalità”. Che ciò mai accada, quando “ciascuno” di noi è chiamato, davanti al pane e davanti al vino, ad “esaminare sé stesso”!

Paolo Moretti