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due o tre...
     


      Dobbiamo con amarezza constatare che la strategia commerciale della visibilità, per cui il successo è sempre strettamente collegato ai grandi numeri, la stiamo gradualmente trasferendo anche nel campo spirituale. Oggi a fare colpo sono i mega-raduni, le mega-chiese, le mega-sale di culto. Ma dobbiamo con onestà chiederci se il sentirci più a nostro agio in una chiesa numerosa e in una grande sala non sia dovuto al fatto che ciò ci consente di nasconderci e di sfuggire alle nostre responsabilità. In una grande sala di culto si può entrare e uscire anche senza essere visti, cioè senza che la nostra presenza risulti in qualche modo impegnativa per noi e per gli altri. Se qualche volta non ho voglia di salutare nessuno, posso farlo tranquillamente senza che gli altri se ne accorgano e, quando sono assente da un incontro, penso che questo non abbia alcuna influenza (uno più o uno meno non fa differenza). In una mega-chiesa, poi, ci sono già tanti fratelli e tante sorelle che servono, che si danno da fare, che pregano, che esercitano i loro doni: che bisogno c’è che anch’io mi impegni!
      Qualche domenica fa mi sono trovato all'incontro di adorazione con un ridottissimo numero di credenti che stanno dando vita ad una nuova testimonianza appena nascente. Un caro giovane fratello, che era lì in visita come me, alla fine del culto ha espresso tutta la sua gioia perché pressocché tutti i presenti avevano pregato, citato inni, letto e commentato brevemente brani biblici ed ha giustamente osservato: “Quando siamo in tanti questo non è possibile!”. È sicuramente vero che indolenza e pigrizia possono manifestarsi anche nel piccolo gruppo (per questo le mie non sono riflessioni contro il “grande” gruppo), ma è indubbiamente vero che quando si è in pochi non è possibile nascondersi e sottrarsi alle proprie responsabilità. L’essere in pochi infatti, se da un lato può costituire un motivo di scoraggiamento umanamente comprensibile, dall’altro lato costituisce una realtà nella quale tutti sono chiamati ad esercitare la propria responsabilità, perché ciascuno si rende conto che, davvero, la vita del “piccolo gregge” è strettamente dipendente dalla sua presenza, dalla sua partecipazione, dal suo servizio, dall’esercizio del dono che il Signore gli ha dato!
      Le tremila persone della Chiesa di Gerusalemme si riunivano “nelle case”, cioè vivevano insieme la comunione ed il servizio nella realtà costituita da piccoli gruppi.
      L’apostolo Paolo non indirizzò la lettera ai Romani ad una mega-chiesa presente nella capitale dell’Impero, ma “a quanti sono in Roma amati da Dio, chiamati ad essere santi” e, leggendo nel capitolo conclusivo l’elenco dei saluti, scopriamo che vi erano almeno cinque comunità che si riunivano nelle case sicuramente in zone diverse della città (presso: Aquila e Priscilla, Aristobulo, Narcisso, Asincrito, Filologo e Giulia). La Chiesa del primo secolo, per dirla con un termine moderno, che nel suo uso corrente esula però sia per i principi che per gli obiettivi dalla realtà di cui stiamo parlando, viveva una sorta di “devolution”, di decentramento che permetteva ai credenti, vivendo in piccoli gruppi, di realizzare in modo più efficace, responsabile e concreto i doni della comunione e del servizio.
      Un tempo le comunità cristiane erano accolte e si incontravano nelle case: erano forse case più ampie ed accoglienti delle nostre? oppure erano più “ampi” ed accoglienti i cuori dei credenti? Dobbiamo seriamente interrogarci e impegnarci davanti al Signore a vivere il nostro cammino comunitario vivendo, anche se siamo in tanti, come fossimo un piccolo gruppo. Ricordiamo infine l’impatto che questo può avere anche all'esterno, nella testimonianza dell’Evangelo: ha scritto giustamente qualcuno che “la pesca non si fa con i transatlantici, ma con le barche”!

Paolo Moretti