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sofferenza e ricerca
     


      Come è accaduto da sempre, fin dai tempi apostolici, anche nella Chiesa di oggi si manifestano diversità di opinioni, di posizioni, di strategie. Fa parte della nostra “normalità” umana, del nostro non essere ancora giunti “alla perfezione”. Quindi non c’è assolutamente da stupirci se oggi, nel pur piccolo mondo delle Assemblee, circolano idee diverse, comportamenti diversi, scelte diverse anche su questioni di non poco conto (penso al ministerio della donna, al modo di celebrare la cena del Signore, alla celebrazione dei matrimoni, al divorzio e alle seconde nozze, alla musica e al canto...). La diversità non deve sorprenderci. Ciò che deve piuttosto sorprenderci è il modo con cui viene oggi affrontata questa diversità. È innegabile infatti che è da qualche tempo in atto un tentativo di legittimazione della diversità. Abbiamo opinioni diverse? Testimoniamo in modo diverso il nostro essere chiesa e la nostra vita cristiana? Che importa: ognuno deve essere lasciato libero di pensare quello che vuole e di compiere le scelte che vuole! Guai, però, a parlare di relativismo! Il relativismo, si sa, cozza in modo stridente con la nostra fede nell’unicità assoluta di Dio, della Verità, della Parola, del suo piano di salvezza. Non è forse vero che la nostra fede si fonda su degli Assoluti oggettivi ed aggreganti e non su relativismi soggettivi e disgreganti? Per giustificare la diversità si ricorre ad un altro termine: “pluralismo”. Crediamo, sì, nella Verità assoluta ed oggettiva, ma esiste una pluralità di modi di comprenderla e di viverla. Mentre il relativismo attacca la dottrina in modo diretto e frontale, il pluralismo l’attacca non attraverso le idee, ma attraverso le scelte pratiche che ciascuno compie. “In quella chiesa fanno così? Noi facciamo in un altro modo... ognuno è libero di fare ciò che vuole”. Per entrambe le chiese la Bibbia è Parola di Dio e autorità assoluta in materia di fede, ma il pluralismo finisce con il relativizzarla, dal momento che nella prassi vengono vissute scelte diverse che fanno pensare a dottrine e principi diversi. E, per evitare che il pluralismo generi contese, lo si legittima in nome di una libertà che si trasforma così in licenza e di un’autonomia che si trasforma così in autonomismo.
      La ricerca della comunione e dell’unità non si realizza certo nell’accettazione passiva delle diversità né, tanto peggio, nella loro legittimazione. Quando l’apostolo Paolo seppe che, nella comunità che si riuniva a Corinto in casa di Cloe (e più in generale in tutta la realtà cristiana di quella città) erano nate delle diversità, non invitò a legittimarle e ad accettare gli uni quelle degli altri, ma invitò quei credenti, con un richiamo autorevole e solenne (“nel nome del nostro Signore Gesù Cristo”) “ad aver tutti un medesimo parlare e a non aver divisioni fra voi, ma a stare perfettamente uniti nel medesimo modo di pensare e di sentire” (1Co 1:10-11). Scrivendo più tardi ai cristiani di Filippi, Paolo li esortò a “rendere perfetta la sua gioia”. In quale modo? “Avendo un medesimo pensare, un medesimo amore, essendo di un animo solo e di un unico sentimento” (Fl 2:2). Paolo cioè avrebbe provato una gioia totale nel momento in cui i Filippesi avessero superato ogni loro diversità arrivando davvero a godere il dono dell’unità in Cristo. Ciò vuol dire che, quando questo dono non è realizzato e goduto, non può esserci assuefazione o accettazione di una condizione che sappiamo non onorare il Signore e non corrispondere alla sua volontà per noi. Non dobbiamo vivere le nostre diversità anestetizzati dal tentativo della loro legittimazione, ma dobbiamo viverle con profonda sofferenza, come una ferita che si è aperta nel Corpo e che occorre richiudere. Dobbiamo ricercare insieme “la faccia di Dio” perché i nostri modi di pensare “altrimenti” siano ricomposti dalla sua Parola (Fl 3:15).
      Non sono proprio questa sofferenza e questa ricerca che oggi ci mancano?

Paolo Moretti