Interrogativi posti da nuove sperimentazioni scientifiche


BIOETICA:
“...SE FOSSE POSSIBILE, VI SARESTE CAVATI GLI OCCHI E ME
LI AVRESTE DATI

(Galati 4:15)



Il problema del trapianto di organi impone una riflessione legata soprattutto al concetto di “donazione”: dare il proprio consenso è un atto d’amore oppure un atto con il quale si anticipa arbitrariamente il momento della morte?



Trapianti di organi: consenso o dissenso?

Ai tempi di Paolo il trapianto degli organi non era possibile, tuttavia in Galati 4 egli accenna ad una prassi diventata oggi comune.
Quando un organo non funziona, oggi, in alcuni casi, è possibile sostituirlo. I progressi delle tecniche chirurgiche e dell’immunologia permettono la sostituzione già di molti organi (cuore, rene, pancreas, polmone, fegato, pelle, e altri) e con il tempo ogni organo umano potrà essere sostituito.
È recente la notizia di un “trapianto di faccia” che sembra essere ben riuscito.
Per fare un trapianto è necessario trovare un donatore e oggi è tecnicamente possibile utilizzare organi da donatori animali (ad esempio le valvole cardiache dai maiali) oppure da uomini ancora in vita, che decidono di donare un organo ad un familiare. Tuttavia la prassi più comune è quella di prelevare gli organi dai cadaveri.
Alcuni anni fa il Ministero aveva diffuso un cartoncino dove ognuno doveva esprimere il suo consenso o dissenso al prelievo di organi in caso di morte.
Quale atteggiamento deve avere il credente di fronte a questa domanda?


La definizione di “morte”

Bisogna innanzitutto constatare che gran parte dei credenti vede con sospetto questa prassi ed ad una mia rapida indagine, pochi si sono espressi a favore della donazione.
Cerchiamo di capire quale è il centro del problema e cosa dice la Scrittura al riguardo.
Il problema centrale sta nella definizione di “morte”. Cosa è la morte? e quando una persona si può definire “morta”? Dal punto di vista scientifico questa definizione è cambiata negli anni. Fino agli anni ’60 si pensava che la morte fosse definita dal blocco della funzione cardio-respiratoria. Negli anni successivi invece si è data sempre più importanza al sistema nervoso ed in particolare al cervello. L’elettroencefalogramma “piatto” (significa che il cervello non dà alcun segnale di attività) è oggi la condizione principale per dire che una persona è morta. Secondo questa definizione, se è morto il cervello una persona è definita “morta” anche se il cuore batte ancora, se il sangue circola, e se i polmoni respirano (con l’aiuto di una macchina).
Per prelevare un organo da un cadavere la situazione ideale è proprio questa, perché mantiene gli organi da prelevare ancora “vitali”. Prelevare un organo troppo tardi, cioè dopo la morte cardio-respiratoria, comporta che anche l’organo che si vuole utilizzare abbia già subito processi di degenerazione e quindi non sia più utilizzabile. Qualcuno ha definito “cadavere vivente” lo stato di una persona in questa situazione, cioè in quel periodo tra la morte cerebrale e la morte globale, in cui è possibile l’espianto degli organi.


La prospettiva biblica della morte

Come vedete si viaggia sul filo del rasoio. Ma quando è l’esatto momento della morte secondo la Bibbia? Purtroppo non troveremo la soluzione al nostro problema, ma soltanto alcuni spunti di riflessione.


1. Il soffio della vita

In Giobbe 33:4 Eliu identifica la vita con il soffio dell’Onnipotente. Come anche in Genesi 2:7 la vita entra nel corpo come un “soffio vitale” proveniente da Dio, così la morte è descritta in Ecclesiaste 3:19-21 come un “soffio” che abbandona il corpo.
Nel libro di Giobbe troviamo alcuni passi che mettono in relazione la presenza del “soffio” con il “fiato” e con il “respiro”:
“…finché avrò fiato e il soffio di Dio sarà nelle mie narici…Fino all’ultimo respiro non mi lascerò togliere la mia integrità.” (27:3-5).


2. L’anima (o lo spirito)

Gesù nel colloquio che ebbe con il “ricco stolto”, gli si rivolge con queste parole:
“Stolto, questa notte stessa l’anima tua ti sarà ridomandata; e quello che avrai preparato di chi sarà?” (Lu 12,20)
Matteo, Marco e Giovanni descrivendo la morte di Gesù scrivono che “rese lo spirito”. Luca esprime questo evento con le parole stesse di Gesù: “Gesù gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani rimetto lo spirito mio». Detto questo spirò” (Lu 23:46)
La morte quindi coincide con la separazione dell’anima (o spirito) dal corpo. La nostra parte spirituale viene chiamata da Dio e, nel caso di Gesù, viene rimessa nelle sue mani. Anche in quest’ultimo versetto troviamo che questi eventi (la morte e il distacco dell’anima) vengono avvicinati al fatto di “spirare”, parola che significa “emettere l’ultimo respiro”.


3. Il sonno

Paolo usa spesso la metafora del dormire riferendosi ai morti. Leggiamo 1Tessalonicesi 4:13-14: “Fratelli, non vogliamo che siate nell’ignoranza riguardo a quelli che dormono…ricondurrà con lui quelli che si sono addormentati.” (Vedi anche 1Corinzi 15:18).
Si tratta di una metafora di difficile comprensione e che ha dato vita a discussioni teologiche relative alla condizione in cui sarà l’anima nella fase intermedia, cioè tra la morte e la resurrezione.
L’idea del sonno, se riferita alla condizione del corpo, può fare pensare che la morte sia un evento legato a processi neurologici del cervello, così come lo è il sonno. Tuttavia anche questa è a mio avviso una speculazione, che non permette di avvicinarci al cuore del problema.

I testi biblici esaminati non risolvono il problema e non danno indicazioni certe sul momento esatto della morte.
Alcuni versetti accennano vagamente alla perdita della respirazione e questi hanno convinto alcune correnti di pensiero cristiano a rifiutare il prelievo di organi.
La paura di diventare donatori prima ancora di essere definitivamente morti, ha creato anche fra i credenti timori e remore.


Vivere grazie ad un atto d’amore

La scienza oggi ci assicura che, mentre una persona in coma può risvegliarsi, una persona cerebralmente morta non torna più in vita. Partendo da questo presupposto, diventare donatori significa compiere un atto d’amore verso un’altra persona, che grazie al nostro dono, può continuare a vivere. Donare vita ha valore non solo nei termini di alleviare sofferenze, ma anche di dare al trapiantato più possibilità per conoscere il Signore. E chi meglio di un trapiantato può comprendere bene il messaggio di Gesù che muore per darci la vita.
La morte sulla croce è condizione per la nostra vita e chi ha sperimentato la riconoscenza verso un donatore che gli ha donato vita, riuscirà a comprendere l’infinito valore del dono che Gesù ci ha fatto volontariamente. L’amore che si manifesta attraverso il dono di sé è una testimonianza forte che il credente può dare a questo mondo povero di altruismo.
“Nessuno ha amore più grande di quello di dar la sua vita per i suoi amici” (Gv 15:13).


Due possibili orientamenti

Il mondo cristiano si divide su questo argomento secondo due orientamenti.
• I primi ritengono poco sicura la definizione di morte data dalla scienza e temono che questa permetta l’espianto degli organi quando in realtà, forse, c’è ancora vita
• I secondi ritengono che donando vita, attraverso la propria morte, si compia un atto d’amore verso una persona che soffre. La decisione non è semplice ed è difficile dare indicazioni conclusive certe. Penso che la scelta in questo caso sia strettamente personale e guidata dalla riflessione su quando ci insegna la Bibbia e dalla ricerca della guida di Dio in preghiera

Giorgio Begher
(Assemblea di Bolzano)