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un vestito per tutti
     


      All’interno di una chiesa locale, così come all’interno della famiglia e di qualsiasi cellula sociale (scuola, ambiente di lavoro ecc...) è del tutto normale il verificarsi di conflitti generazionali, di incomprensioni, di tensioni e di vere e proprie contese nelle relazioni interpersonali. Essere membri di una chiesa locale non rende immuni da quelle che sono le manifestazioni tipiche della nostra natura umana: l’orgoglio, la presunzione e l’arroganza che producono un eccesso di autostima e, contemporaneamente (ahimé!) anche un eccesso di scarsa considerazione degli altri. Le problematiche conseguenti a quest’atteggiamento sono da sempre presenti nelle chiese (perché da sempre presenti nella natura umana), ma oggi si stanno acuendo, perché è l’autostima l’abito alla moda che siamo esortati ad indossare dai tanti psicologi-ciarlatani frequentatori di salotti televisivi e di rubriche sui giornali. Oggi si predica che, per essere vincenti, occorre avere grande stima di sé stessi e scarsissima stima degli altri. Tutti i corsi di formazione professionale, per manager, rappresentanti e quant’altro, sono basati su tecniche psicologiche volte proprio a dare autostima anche a chi ancora non ne ha in quantità sufficiente. Chi si affida agli altri, perché li stima e nutre fiducia nei loro confronti, è un sottomesso, è un perdente! Non ci si rende conto che un mondo pieno di autoestimatori è un mondo destinato a vivere un conflitto permanente: dalle lacerazioni nella vita matrimoniale, al muro contro muro nelle relazioni sociali, a cominciare da quelle politiche. Prima di esprimere un giudizio superficiale e facili condanne, dobbiamo chiederci se l’abito dell’autostima non stia diventando di moda anche all’interno delle nostre chiese. Un’analisi sincera e reale ci porterà infatti a riconoscere che la ragione dei conflitti fra anziani ed anziani, fra anziani e membri della chiesa locale raramente è di natura dottrinale, perché nella maggior parte dei casi è di natura caratteriale e comportamentale. Assistiamo così anche nelle chiese al trionfo dell’autostima. Ma, se nel mondo (che è dominato da “chi” ben sappiamo!) l’autostima è considerata un’arma di vittoria, per chi riconosce come Capo colui che “spogliò sé stesso prendendo forma di servo” (Fl 2:7), l’autostima diventa in un’arma di distruzione. Quanto è lontana dal nostro modo di agire l’esortazione di Paolo a stimare gli altri “superiori” a noi stessi (Fl 2:3)! Ma stimare gli altri “migliori e più importanti di noi” è possibile soltanto se le nostre relazioni interpersonali sono vissute “con umiltà”. Essere membri di una chiesa locale non rende immuni dal terribile tarlo dell’autostima, ma il camminare “guidati dallo Spirito” ci dà la possibilità concreta di “crocifiggere la carne con le sue passioni ed i suoi desideri” e, di conseguenza, di non essere più “vanagloriosi, provocandoci ed invidiandoci” (Ga 5:24-26).
      Pietro, a conclusione della sua prima lettera, esorta gli anziani, presentandosi come “anziano con loro”, a “pascere” (non ad imboccare!), a “sorvegliare” (non a pedinare!), ad essere di esempio (non a pretendere!), ad essere servitori (non ad essere “dominatori”!). Poi esorta “i giovani” ad essere “sottomessi agli anziani”, ma lo fa in un secondo momento direttamente conseguente dal primo e, questo, per ricordare che la sottomissione non è il frutto di una controproducente imposizione, ma la conseguenza spontanea di un servizio (quello degli anziani!) reso nella piena sottomissione al Signore. Infine Pietro esorta “tutti” a “rivestirsi di umiltà” (1P 5:2-3)! L’umiltà è il vestito che tutti dobbiamo indossare (primo fra tutti chi ha responsabilità nella chiesa!). Un vestito che ci porterà a fare quello che fece Gesù: “si alzò da tavola, depose le sue vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse. Poi mise l’acqua in una bacinella e cominciò a lavare i piedi ai suoi discepoli...”. Un vestito che porterà anche noi a “lavare i piedi gli uni agli altri” (Gv 13:4, 5, 14).

Paolo Moretti