Un problema più diffuso di quanto si sappia

LA DEPRESSIONE:
MALATTIA O
PROBLEMA SPIRITUALE?

Troppo spesso, di fronte ai problemi depressivi di un credente, si tende ad esprimere un giudizio negativo sulla sua condizione spirituale. Invece è necessario avere un approccio che permetta di comprendere la giusta dimensione del problema.



“Un fallimento”
?!?

Carissimi de “Il Cristiano”,
[…] ho avuto un’infanzia difficile e da adolescente, in concomitanza con la separazione dei miei genitori, ho avuto diverse “crisi nervose” (esaurimento, perdita di ciocche di capelli, anoressia, depressione). Poiché ero già credente, attribuii quelle manifestazioni ad una mia forma di ribellione: la situazione famigliare era pesante ed io non riuscivo ad accettarla. Non sono mai stata in cura da specialisti in malattie psichiche. Ne sono uscita grazie all’aiuto e alle preghiere dei miei fratelli in fede. Ho sempre attribuito il merito di questa guarigione al Signore […] Tuttavia, in questi anni ho constatato che il mio sistema nervoso è fragile e compromesso. Mi sembra che la depressione viva latente in me e attenda il momento propizio per manifestarsi di nuovo. Ho l’impressione di vivere “sul filo del rasoio”, perché spesso, quando sono sottoposta a continue pressioni psicologiche, il mio sistema nervoso crolla e così urlo, piango, perdo la gioia di vivere […] e mi sento una “cattiva credente”, un fallimento di moglie e madre.
[…] Molti credenti attribuiscono queste “debolezze psicologiche” ad una “debolezza spirituale” e per un bel pezzo l’ho creduto anch’io; ma ora mi stanno venendo dei dubbi […] Chi soffre di questi problemi […] molto spesso non viene capito né aiutato, perché viene giudicato in modo negativo dal punto di vista spirituale. Chi non è passato per questi problemi non può capire coloro che ce l’hanno […] Spero possiate darmi delle risposte.

Lettera firmata


La lettera di questa sorella esprime in modo evidente non solo il disagio di non essere capita, ma anche quello di venire giudicata per uno stato mentale che, spesso, è al di fuori della volontà dell’individuo. Molti credenti, infatti, trattano il problema della depressione come se fosse una semplice questione della volontà o dello spirito. Bisognerebbe, invece, smettere di accusare coloro che soffrono di questo male, di giudicarli, di attribuir loro colpe che non esistono.
È necessario, piuttosto, impegnarsi a comprendere il problema più a fondo, per affrontarlo con una prospettiva più ampia di quella che avevano gli amici di Giobbe, che non riuscivano a liberarsi dall’equazione semplificatoria che dice: se un credente sta male, significa che ha sicuramente qualche peccato nascosto!


Lo stereotipo del Medioevo

Fin dall’antichità, la depressione (che veniva chiamata melanconia) venne percepita come un’anomalia rispetto alla condizione normale di un individuo.
Nel campo della ricerca medica, il primo a intuire la necessità di concettualizzare il dolore della mente come una malattia fu Ippocrate (460 ca-370 ca a.C).
Nel corso dei secoli, questo disagio psichico fu oggetto di ricerca e di molti tentativi di interpretazione. Più avanti, nel Medioevo, si fece strada l’idea che la depressione fosse sempre associata ad un problema spirituale, come conseguenza del peccato; le sue manifestazioni venivano, perciò, imputate a un disordine spirituale dell’individuo.
Per estensione, si può dire che la depressione è sicuramente una conseguenza del peccato, ma come lo è ogni altra malattia che colpisca gli esseri umani, né più né meno, poiché esse rappresentano uno degli aspetti del “salario del peccato”.
Il problema nasce dalla differenza di percezione tra una malattia che invalida il corpo ed una che, invece, penalizza l’interiorità psichica. Le patologie causate da agenti esterni (per es. virus), o le forme tumorali o quant’altro possa danneggiare l’uomo nella sua sfera organica, sono infatti più facili da capire e da accettare. Ma quando si tratta di qualcosa che colpisce la mente, allora non si sa quale sia il giusto approccio né come interpretare l’anomalia.
Troppo spesso, infatti, certi credenti sono portati ad applicare lo stesso stereotipo medievale, che riteneva che la depressione fosse la conseguenza di un peccato specifico dell’individuo o di una sua instabilità spirituale. In quel caso, l’individuo si sente incompreso e colpevolizzato.
La sua situazione psichica viene appesantita ulteriormente dal senso di colpa e dalle accuse di essere lui stesso l’artefice del suo stato. Come dovrebbe sentirsi, allora, una giovane mamma credente che soffra di una depressione post partum, quando, in un momento così delicato della sua vita, si sente accusata dagli altri credenti di non essere abbastanza spirituale? O cosa diciamo ad un tenero marito che cade in uno stato depressivo dopo la morte della sua amata moglie?


L’essere umano:
un groviglio di emozioni

Sul piano strutturale, l’essere umano è costituito da spirito, anima e corpo (cfr. 1Te 5:23). Lo spirito permette al credente di conoscere Dio e di relazionarsi con lui (cfr. 1Co 2:11);1 l’anima (o anche cuore o mente) è la sede degli affetti, dei desideri, delle emozioni e della volontà (cfr. Mt 11:29; 26:38; Lu 6:45; 24:45; Gv 12:27; 2Co 3:14; Cl 2:18; Eb 8:10 e molti altri); il corpo, infine, è la realtà concreta e visibile del nostro essere; esso ci permette di vivere e di operare nell’attuale creazione. L’insieme di questi tre elementi rappresenta la realtà esistenziale dell’individuo.
La Bibbia, molto prima della medicina olistica, ci informa che tutti e tre questi elementi sono in stretta relazione fra di loro e uno può influenzare l’altro (cfr. Pr 14:30; 15:13; 17:22; Ne 2:2-3 e altri).
Da ciò si deduce che, per esempio, una turba psichica può portare a manifestazioni patologiche a livello organico (malattie psicosomatiche). Le tre sfere dell’uomo sono legate insieme così intimamente, che soltanto la luce della Parola di Dio è in grado di investigare e di rischiarare completamente la sua interiorità (cfr. Sl 139:23-24 e Eb 4:12).
L’uomo, marchiato dal peccato fin dalla sua nascita, può essere paragonato ad un groviglio di emozioni e di sentimenti, che devono venire districati e riorganizzati perché egli possa crescere “allo stato di uomini fatti, all’altezza della statura perfetta di Cristo” (Ef 4:13).
Le sindromi depressive non fanno eccezione. Esse non vengono causate soltanto da uno spirito che si lascia sedurre dal peccato! Non si deve banalizzare un disagio così debilitante, trovando una spiegazione sbrigativa che non tenga conto della profondità e della complessità del problema. Nella lettera che la sorella ci ha inviato c’è un’amara constatazione: chi non è passato per questi problemi non può capire coloro che ce l’hanno.
Sono convinto che la Chiesa abbia, nella Sacra Scrittura, nella preghiera e nello Spirito Santo, delle armi potenti per intervenire, per incoraggiare e per fortificare coloro che stanno vivendo momenti di scoraggiamento, ma non deve cedere alla tentazione di ridurre il problema ad una sola causa.
Esistono, infatti, molte depressioni ed ognuna può avere una causa diversa.
Troviamo anche differenti livelli di gravità e di intensità, che vanno da una semplice e normale tristezza momentanea (che non può certo essere considerata una depressione), fino alle depressioni maggiori con ideazioni suicidarie. Tra questi due estremi c’è un’ampia gamma di situazioni differenti, con origini altrettanto differenti.


Tante cause per la depressione

La moderna ricerca e l’esperienza clinica hanno dimostrato che ci sono persone che sono costituzionalmente più portate a soffrire di depressione e altre meno; secondo le statistiche, le donne ne soffrono più degli uomini.
Inoltre, nella vita ci sono eventi che possono causare, anche nel credente, frustrazioni, scoraggiamenti e delusioni, ma non per questo lo si deve accusare di mancanza di fede.
La Bibbia stessa ci presenta molti grandi personaggi che hanno attraversato momenti molto pesanti, nei quali hanno manifestato alcuni sintomi depressivi: Mosè, Davide, Giobbe, Giona, Elia, Geremia…
Eppure essi vengono indicati come esempi di fedeltà al Signore, nonostante le loro debolezze umane e le loro mancanze. Se si analizzano attentamente le vite di questi uomini, si vedrà che le Scritture indicano una molteplicità di cause per gli stati depressivi di costoro: scoraggiamento, frustrazione, paura, sofferenza, lutto, rigetto affettivo, peccato, esaurimento psico-fisico, delusione, ecc.
Anche nella storia delle Missioni troviamo dei personaggi molto conosciuti che, in particolari momenti della loro vita, hanno attraversato periodi depressivi. Nonostante ciò, Dio li ha usati grandemente per il progresso dell’evangelo.

Ogni individuo reagisce in modo diverso ai fattori stressanti, a seconda della sua conformazione psichica. Questa può sicuramente essere rafforzata da una fede matura e da una profonda comunione con il Signore (anche tramite il discepolato e la cura pastorale), ma spesso intervengono fattori organici (chimici) o patologici (malattie) che sono indipendenti dalla volontà o dalla fede dell’individuo. Certe volte è sufficiente uno squilibrio nella chimica del cervello per scatenare un fenomeno depressivo.
Nei casi esposti dalla Bibbia, soltanto Davide soffrì di stati depressivi a causa del peccato. Per lui, infatti, la causa scatenante era di origine spirituale, ma per gli altri personaggi non fu così. Non si può e non si deve, quindi, fare di ogni erba un fascio e trattare un credente che soffra di stati depressivi come se fosse un “impuro”, una persona che alberga nel suo cuore peccati nascosti o, addirittura, giudicare la sua vita spirituale come un fallimento. In quel modo non lo si aiuta di certo, visto che un credente colpito dalla depressione si sente già un fallito che ha deluso le aspettative di Dio.
D’altro canto, la comprensione, la solidarietà e l’affetto degli altri non devono diventare delle giustificazioni per assecondare il depresso in ogni cosa. Chi si sente “malato” e “coccolato”, può anche pensare di avere il diritto a non impegnarsi per guarire, delegando agli altri ciò che, invece, dovrebbe fare lui.
Il rischio di molti, infatti, è quello di autocommiserarsi. È vero che in molte depressioni c’è una vera e propria “paralisi” della volontà, ma bisogna pur ricordare che la volontà e l’impegno dell’individuo sono necessari al processo di guarigione.


Capire per aiutare

Tra gli specialisti non c’è uniformità di pensiero, né per l’aspetto diagnostico, né per quello terapeutico.
Gli psicologi tendono a vedere la depressione come la conseguenza di un disagio psico-affettivo; gli psicanalisti ritengono che essa sia il possibile risultato di un blocco o di un conflitto inconscio che non sono stati elaborati e superati dalla mente conscia; gli psichiatri solitamente privilegiano una causa organica, cioè una disfunzionalità dei neurotrasmettitori; i religiosi affermano che la depressione è originata da problemi spirituali legati al peccato dell’individuo.
Ritengo che nessuno di questi fattori possa, da solo, spiegare la complessità del problema, né dare una risposta esauriente. Ci possono essere cause concomitanti e solo un onesto e competente esame della situazione nella sua globalità, senza pregiudizi e senza colpevolizzazioni, può aiutare e incoraggiare una persona credente che stia attraversando un periodo depressivo.
Sarebbe auspicabile, pertanto, che coloro che hanno la responsabilità di conduzione in una chiesa locale, siano disposti a documentarsi, affinché ci possa essere una maggiore comprensione del problema e, quindi, un aiuto più efficace.
Rispetto agli increduli, un credente ha sicuramente qualcosa in più: la presenza dello Spirito Santo e la Parola di Dio. Quest’ultima, “è vivente ed efficace, più affilata di qualunque spada a doppio taglio, e penetrante fino a dividere l’anima dallo spirito, le giunture dalle midolla; essa giudica i sentimenti e i pensieri del cuore” (Eb 4:12).
In altre parole, la Scrittura permette una vera e profonda introspezione, in quanto considera l’essere umano nella sua globalità di spirito, anima e corpo, con una prospettiva a 360 gradi. In alcuni casi, non c’è nulla di male a ricorrere ad uno psicologo o ad uno psichiatra per chiedere aiuto, ma spesso si rischia, in quel modo, di affrontare il problema solo parzialmente, perché è raro che questi specialisti considerino la sfera spirituale dell’uomo. La psicologia, per esempio, può essere utile a comprendere certi meccanismi della mente, ma si fonda su presupposti che, molto spesso, sono in opposizione con l’antropologia biblica. Allo stesso modo, la psichiatria può aiutare a risolvere un problema di emergenza con dei farmaci psicoattivi, ma rischia di limitare la sua diagnosi e il suo intervento soltanto ad un fattore organico e alla terapia farmacologica.
Per un credente, gli strumenti spirituali (cioè la cura pastorale, la consulenza biblicamente orientata, la preghiera, l’azione dello Spirito Santo, la comunione fraterna) non escludono altri interventi terapeutici, ma si pongono come supporti altrettanto efficaci (e, in alcuni casi, come gli unici efficaci). Essi, infatti, presuppongono un intervento “a tutto tondo”, per liberare il depresso dalla sua malattia e per ristrutturare la sua personalità in modo positivo e libero, aiutandolo ad orientare la sua vita verso una nuova direzione, che non è solo organica né è soltanto emotiva, ma ha anche una dimensione spirituale, affinché possa crescere “in ogni cosa verso colui che è il capo, cioè Cristo” (Ef 4:15).

Marco Distort
(Assemblea di Arezzo)



1. Tralascio volutamente l’aspetto teologico dello spirito morto nell’uomo peccatore (cfr. Ef 2:1), perché trascende i limiti e gli scopi del presente articolo.