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solitudine:
solo un male?
     

      Uno dei mali oggi più diffusi è la solitudine: un male che rivela le contraddizioni del nostro tempo. Mai come oggi infatti si sono sviluppate le comunicazioni attraverso strumenti sempre più raffinati e sofisticati, ma, allo stesso tempo, mai come oggi le persone sono sempre più sole, spesso abbandonate e dimenticate. È un male che siamo chiamati a combattere, mettendoci così in piena sintonia con la volontà di Dio, infatti “a quelli che sono soli egli dà una famiglia” (Sl 68:6). Il suo progetto di salvezza in Cristo non si proietta solo nell’eternità, ma ha una sua dimensione concreta anche per il nostro cammino qui sulla terra. Chi ha creduto in Cristo ha ricevuto da Dio il dono di una famiglia (Ef 2:19-22): non è più solo perché Dio non vuole che sia solo. Del resto, e la storia di Adamo è là a ricordarcelo, Dio fin dal principio ha stabilito che “non è bene che l’uomo sia solo” (Ge 2:18).
      Ma davvero la solitudine è sempre e comunque un male? Alcune riflessioni pratiche ci portano a rispondere di no. La solitudine a volte è un bene: da ricercare, da vivere, da sfruttare!
      La solitudine è un bene per l’uomo quando si trova davanti al messaggio di salvezza: la Parola di Dio dev’essere infatti ascoltata, compresa ed accolta in modo assolutamente intimo e personale e l’uomo è chiamato da Dio a compiere da solo una scelta che nessun altro può compiere per lui. Quando a questa “solitudine per la salvezza” si è sostituita un’autorità ecclesiale che ha annullato la libertà e la responsabilità dell’individuo, ritenendosi artefice del suo destino e dispensatrice unica delle grazie divine nei suoi confronti, la Parola di Dio è stata ingabbiata ed annullata e il cristianesimo ha cessato di essere “vita” per diventare “religione”.
      La solitudine è un bene per il credente quando vuole crescere nella conoscenza del suo Signore e Salvatore; il ruolo della chiesa locale è certamente importante in questa crescita, ma per la vita della chiesa stessa è determinante “la misura del vigore di ogni singola parte” (Ef 4:16): ogni credente è chiamato cioè a rinvigorirsi personalmente leggendo, meditando e studiando la Parola. Quando questa “solitudine per crescere” viene sostituita dall’assuefazione a confessioni, catechismi o altri codici teologici preconfezionati e in un credente viene meno l’impegno ad avere quotidianamente un contatto diretto e personale con la Voce del suo Signore, “la misura del suo vigore” sarà ben poca cosa.
La solitudine è un bene per il credente quando, volendo approfondire la sua vitalità spirituale, vive i suoi colloqui con il Padre nella sua “cameretta” e, dopo aver “chiusa la porta”, si rivolge a lui “nel segreto” (Mt 6:6) e, imitando l’esempio del Signore Gesù, si ritira “in disparte” in un luogo solitario “per pregare” (Mt 14:23). Quando questa “solitudine per vivere” diventa un momento superficiale, affrettato o ripetitivo nelle forme e nelle parole, cessa ogni alito di vita... se davvero la preghiera è il respiro dell’anima.
      La solitudine è un bene anche quando è vissuta in mezzo agli altri. Anzi ci sono momenti in cui dobbiamo essere soli pur essendo con gli altri. Nel partecipare alla cena del Signore “ciascuno” è chiamato “ad esaminare sé stesso” (1Co 11.28): siamo con la chiesa, realizziamo la comunione con gli altri donata a ciascuno di noi da Cristo, ma allo stesso tempo dobbiamo sentirci soli, soli nell’autoesaminarci, soli nell’individuare quegli aspetti della nostra vita che devono ancora morire con Cristo e risorgere rinnovati da lui. Quando questa “solitudine per essere santificati” viene trascurata o viene vissuta in modo formale e religioso, perdiamo il necessario, periodico, confronto della nostra vita con l’opera di Cristo.
      Insomma la solitudine è un bene, ma solo quando il nostro vivere “in disparte” ha lo scopo di vivere in modo più intimo il nostro rapporto con il Signore e con la sua Parola.

Paolo Moretti